Espiazione di Ian McEwan: la forza del tentativo

Keira Knightley,  nel film Espiazione nel ruolo di Cecilia
Keira Knightley, nel film Espiazione nel ruolo di Cecilia

Mi è stato regalato con una dedica: “un appunto sul rischio del raccontare”. In realtà ne ho capito bene il senso solo una volta chiusa l’ultima pagina. Prima, ad ogni capitolo terminato, mi sono trovata costretta a rivedere la mappa mentale che via via mi costruivo riguardo a come si stesse snocciolando la vicenda dei protagonisti, della famiglia Tallis e della figlia minore, Briony. Ho capito che dovevo farla finita. E limitarmi ad andare avanti per arrivare fino alla fine di questo libro bellissimo. Sto parlando di Espiazione (Einaudi) di Ian McEwan da cui è stato tratto anche un bel film.

La piccola Briony, forse davvero convinta che il giovane amico di famiglia Robbie fosse un maniaco, mente spudoratamente, accusandolo di violenza nei confronti di sua cugina Lola, allontanandolo così dalla famiglia e soprattutto da sua sorella Cecilia, follemente innamorata di lui. E ricambiata. La sua menzogna costerà al giovane la galera e poi la guerra (siamo nel 1935). Ma soprattutto, ai due amanti, la lontananza e l’infelicità.

È per espiare questa sua colpa che Briony, da sempre aspirante scrittrice, lavorerà negli anni al romanzo a cui darà una trama che verrà smentita solo alla fine con un coup de théâtre che mi ha lasciata sbigottita. E che non rivelerò. Quanto mi ha davvero colpito del libro, però, sono in particolare due aspetti.

Lo scrittore Ian McEwan
Lo scrittore Ian McEwan
Il filo rosso che lega la storia: la confusione (spesso consapevole) tra il reale e l’immaginato. Cecilia immagina una realtà in cui “pensarsi necessaria”, lo stesso Robbie “mente per non impazzire” o per trovare una soluzione disperata alla salvezza. Come quando in guerra ricorda che

una volta da bambino aveva cercato di convincersi che il fatto di impedire la morte improvvisa di sua madre non calpestando le righe del marciapiede fuori dal cortile della scuola era solo una sciocchezza, ma aveva continuato a non calpestarle e sua madre non era morta

Di più: si avvinghia alle parole scritte in una lettera dalla sua Cecilia per dare motivazione al suo voler sopravvivere, nonostante siano passati anni di vita, di storia, di fatti: “Ti aspetterò. Torna da me”.

Ma è Briony a vivere di più questa sovrastruttura del reale: già nelle prime pagine del libro cerca di mettere in piedi la sua commedia teatrale che viene completamente ribaltata nell’assegnazione dei ruoli dai tre cugini arroganti e distratti (tanto che poi non la manderà in scena avendo compreso “l’abisso che separa un’idea dalla sua realizzazione”). La piccola poi si renderà conto che per lei a un certo punto “non ci sarebbero più stati castelli da favola né principesse ma solo l’imperscrutabilità del presente” e che solo in un racconto “bastava desiderare per crearsi un mondo”.

Il mondo conchiuso che aveva disegnato con la chiarezza di parole perfette era stato snaturato dagli scarabocchi di altre menti, di atri bisogni, e perfino il tempo… nella realtà gocciolava via a poco a poco in modo incontrollabile

Mente, immagina situazioni che però poi tracceranno la vita reale. Segnandola indissolubilmente. E quando da adulta si ritroverà a scrivere il suo romanzo, lo farà felice perchè priva di “alcun obbligo nei riguardi della verità… non aveva promesso fedeli cronache a nessuno. Quello era l’unico posto nel quale le fosse concesso di essere libera”.

Mi viene da pensare a quanto e se mai ognuno di noi sia mai stato colpito dalla sindrome Briony, ma capisco di cadere in quella immedesimazione e personalizzazione della lettura di cui abbiamo anche discusso qui e che trova molti di noi poco favorevoli.

Arrivo dunque diretta a quello che per me è stato (forse più banalmente) il secondo concetto chiave. Il signficato di “espiazione”. Da un errore, da un rimorso, da una colpa. L’espiazione per una scrittrice che ha il potere di decidere dei destini altrui. Un potere che l’avvicina a Dio.

Non esiste nessuno per riconciliarsi. Non c’è espiazione per Dio, né per il romanziere, nemmeno se fossero atei… È sempre stato un compito impossibile, ed è questo il punto. Si risolve tutto nel tentativo.

Briony deciderà che i due amanti sopravvivono, felici. Anche se, come ammette lei stessa, fino alla fine ci sarà un lettore che si sentirà in dovere di chiedere: “Ma cosa è successo veramente?”

A questo punto però, che la realtà coincida con se stessa, non importa: due amanti sopravvivono felici. L’espiazione è il tentativo. Mai facile, ma possibile.

3 pensieri riguardo “Espiazione di Ian McEwan: la forza del tentativo”

  1. Uno dei libri che ho amato di più.
    Uno dei libri dai quali ho faticato di più a riprendermi.

    “Quanti anni bisogna avere per capire la differenza tra giusto e sbagliato?”

    Bella recensione.

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