Luca Ferrieri, “fra l’ultimo libro letto e il primo nuovo da aprire”: letture e passioni, senza compiacimenti

Non è un libro facile questo di Luca Ferrieri, fra l’ultimo libro letto e il primo nuovo da aprire. Letture e passioni che abitiamo, Olschiki Editore.

Indica fatica in chi lo ha scritto – credo io – e la fatica la fa sentire a chi lo legge. Perché è un libro che analizza e pratica la lettura senza compiacimenti o tentazioni di missione, e scava a fondo e in ampiezza. È un libro bellissimo.

È un libro per lettori, sulla lettura. Lettori che devono e vogliono fare i conti – con grande attenzione e senza indulgenze – con il concetto di passione associato alla lettura.

Passione? Quale passione?
Luca Ferrieri – che ci vantiamo di avere anche fra gli autori di questo blog – da tanti anni studia e sperimenta la lettura e osserva i lettori, e non ci permette di stare tranquilli ad ammirare narcisisticamente il lettore che ciascuno di noi pensa di essere.

Passione. Non la passione come «grimaldello inoffensivo che si applica a ogni cosa». Quindi non aspettatevi nessuna molla «proselitistica» o «moralistica», nessuna intenzione di «avvicinare i discenti o i discepoli o gli agnelli sacrificali alla lettura»; non c’è tentativo «di presentarla, di celebrarla, di esercitare quella “forza di trascinamento” che si ritiene tipica delle passioni». Non si occupa, Ferrieri, di quei «discorsi sulla passione» che rischiano di «emanare il tanfo dei convertiti, dei catechisti e dei catecumeni, di tutti coloro che pensano che il loro (amore, libro, figlio) sia sempre l’unico o il migliore di tutti.»

Ferrieri si occupa invece

[della] capacità delle passioni, gioiose e tristi, di muovere e disegnare delle letture, caratterizzandone in modo diverso le scelte, le posizioni e il posizionamento; [del]l’articolazione che il gioco delle diverse passioni determina all’interno delle stesse letture, o delle letture dello stesso libro; [del]le conseguenze dell’applicazione delle passioni alla lettura (ad esempio l’amore della lettura, la paura della lettura); [del]l’affinità di passione e lettura.

Ecco allora che il libro si snoda e si articola lungo queste interazioni fra le passioni e le letture. E lo fa con una struttura che si muove su due strade, parallele ma differenti. Una è quella della teoria, l’altra invece «raccoglie frammenti di esperienze e di sguardi leggenti e li annota a margine, in un basso continuo e autobiografico che punteggia il testo principale».

E queste due strade (o due libri in uno) sono ben visibili anche nel modo in cui il testo è organizzato sulla pagina: un corpo centrale e, appunto, una colonna laterale, a margine. Si possono leggere insieme, ma anche stando solo su una delle due strade.

Una pagina del libro di Luca Ferrieri, Olschki Editore
Una pagina del libro di Luca Ferrieri, Olschki Editore

Mirabile poi l’apparato di note e la  bibliografia: una miniera di spunti, suggerimenti di approfondimenti e digressioni, capaci di portarci in luoghi previsti e imprevedibili.

Alcune delle passioni e delle modalità delle quali parla Ferrieri:
malinconia (davvero protagonista e presente in tutta l’esperienza);
accidia;
letture notturne: insonnia, veglia e visione; sonno e sogno; le falene della lettura di Virgina Woolf; lettura della buonanotte e segreta lettura notturna.
E ancora: Lontanza, con la lettura dell’addio e la distanza (salutare vortice, appiglio contro una forte sofferenza che la lettura di immedesimazione produce nel lettore).
Lettura e la morte (con implicazioni di lutto e – ancora e sempre – malinconia).
Illeggibile.
Narcisismo.
Autocoscienza.
Lettura e velocità (e lentezza): «Afferma Peter Handke: “Sento la profonda esigenza non solo di leggere lentamente, ma di rallentare tutto me stesso quando leggo” È qui chiaramente espresso il rapporto di reciproco condizionamento che la lettura esercita sul mondo: essa è lenta in quanto esercita un’influenza rallentante anche fuori di sé.» [pag. 143].
Il silenzio della lettura (come modo di comunicare).
Nostalgia e ritorno.
Rilettura, ripetizione.
Nostalgia della comunità, letture condivise.
Lettura d’infanzia come nevicata.
Ricordare e dimenticare.

Mi perdonino Luca Ferrieri e tutti i lettori potenziali di questo libro bello e necessario, per il goffo tentativo di rappresentarne la ricchezza. La speranza è che si illumini la curiosità e l’interesse e l’identificazione nel lettore e nella comunità dei lettori (tanto cara all’autore) e che si moltiplichino i lettori che leggano questo libro.

Chiudo con un’altra breve citazione, ancora sulla malinconia – non prima di ricordare come le note a margine di autobiografia di lettore meriterebbero un altro approfondito post, vedremo – :

Alla malinconia del collezionista il lettore aggiunge quella del raccoglitore di scampoli e detriti, che in sé sembrano privi di valore e di senso; eppure sono disperatamente belli ed è a essi, più che all’opera madre, che lui si affeziona; il lettore gira le pagine come mercatini delle pulci, per piazzare (attraverso la citazione, l’appunto, il calco) e per trovare le sue gemme. Malinconico, nel senso più alto, è tutto ciò che circonda questa dimensione del lavoro di lettura, che è, perché è, un gioco di rapina: prima di raccoglierli i resti vanno strappati, sono spoglie. E chi lo compie, il lavoro sporco della lettura, si sente in colpa (possibile che di quel capolavoro io abbia serbato solo una frase, un’immagine? voleva questo? non voleva dire questo…) e insieme felice (ho messo in serbo il mio bottino, ogni volta che vorrò sarà mio). [pag. 34]

38 pensieri riguardo “Luca Ferrieri, “fra l’ultimo libro letto e il primo nuovo da aprire”: letture e passioni, senza compiacimenti”

  1. Grazie a Luigi che ha aperto la strada. Vi anticipo la mia recensione che poi metterò sul mio sito.
    Anche senza sapere chi è e cosa fa Luca Ferrieri, già all’inizio della lettura di FRA L’ULTIMO LIBRO LETTO E IL PRIMO NUOVO DA APRIRE si capisce di trovarsi di fronte a un bibliotecario. Solo infatti chi conosce a fondo i meccanismi della biblioteca, i principi della biblioteconomia, i segreti dell’archivistica e tutte le sfaccettature di un’opera a stampa, può aver concepito e per di più realizzato un’opera di tale genere. Questo per quanto riguarda la struttura del testo. Perché per il contenuto è Ferrieri stesso un’intera biblioteca. Vero è che il bibliotecario racchiude in sé una tale quantità di competenze, che riesce magicamente a sintetizzare in un unico professionista, che è difficile anche solo spiegare in cosa consiste il suo lavoro. E forse per questo viene molto spesso banalizzato, ma non credo di offendere la dignità professionale di nessuno, sottolineando che Ferrieri mette in campo anche le conoscenze e le capacità speculative di un filosofo piuttosto che di un critico letterario, di uno studioso di neuroscienze oltre che di un antropologo. Lui forse direbbe di un lettore.
    Dopo questa premessa, tentiamo di dare qualche indicazione sul libro, che si può leggere in molti modi. Mi sembra infatti che già l’impaginazione anticipi il contenuto, sottolineando la ricchezza e anche la difficile catalogazione dell’arte di leggere. Da una parte infatti si articola un discorso teorico su cosa significa leggere o meglio su cosa succede quando leggiamo. E quindi le passioni che entrano in gioco, i sentimenti, i meccanismi psicologici, le parole-chiave. Per farvene un’idea immergetevi anche solo nell’indice e magari sceglietevi un punto di partenza da lì. La parte teorica raccoglie davvero tutto quello che sulla lettura di valido è stato scritto. Anche non con quell’intento, ma adattando le parole di scrittori, poeti piuttosto che di filosofi o scienziati alla teoria della lettura.
    Nella parte a destra invece si declina un altro libro, fortemente legato al primo, ma che ne è in qualche modo il contraltare personale dell’autore. Cambia il tono, più colloquiale; sono citati più scrittori, gli autori più amati e frequentati e anche molte riflessioni più quotidiane e carnali su abitudini, vizi e manie di un lettore. Ci sono anche degli spunti polemici e dei passi molto poetici. In realtà poetico è uno degli aggettivi che userei più spesso per descrivere il lavoro di Ferrieri.
    FRA L’ULTIMO LIBRO LETTO E IL PRIMO NUOVO DA APRIRE si può leggere come il romanzo della lettura, ma anche tenere in consultazione come un codice. E’ insieme un’inesauribile fonte di consigli e spunti di lettura, ma anche una ricca fonte di riflessioni da condividere con gli altri lettori. Come questa: “… La lettura: un’arte silenziosa, schiva, misconosciuta, abituata a lavorare sotto traccia, che non aspira alla gloria e al successo, che dirige la sua passione nello scegliere, nell’interpretare, nel convivere, nel gioire di una prospettiva diversa. Machado De Assis diceva che sul frontespizio di un libro, accanto al nome dell’autore che l’ha scritto, dovrebbe andare il nome del lettore che l’ha letto, perché è altrettanto importante. Ma ciò forse strapperebbe il lettore dall’ombra che si è scelto, trascinando sulla piazza una lettura che dà il meglio di sé quando si frange sulla riva e sembra che non ne resti nulla, fino all’ondata successiva “.

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  2. Un grazie *appassionato* a luiginter, lettoreambulante e tutti voi per la recensione e le osservazioni.

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  3. Io ce l’ho sul comodino il libro, ma, nonostante la voglia di leggerlo, mi rendo conto che è troppo impegnativo per le mie capacità di lettore.

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  4. assolutamente no! Luca, è più difficile recensirlo che leggerlo. Invece è un libro che ti accompagnerà a lungo, dandoti una consapevolezza poetica del tuo essere lettore. E ci troverai tantissimi libri che poi andrai a cercare. Magari ne parliamo insieme agli altri la prossima volta al gdl. Anzi, sarebbe un libro da adottare per ogni gruppo per poi confrontarsi.

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  5. Sono d’accordo con Lettoreambulante: mentre lo sto leggendo sto modificando la mia originaria perplessità, dichiarata prima della lettura a una compagna di Gdl che, incuriosita dal titolo, lo propose per la lettura dei gdl. Adottialo , magari lasciandosi attirare dalle parole-esca disseminate nell’indice finale … delle azioni e passioni di lettura!

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  6. @Tutti

    Merita una riflessione il seguente pensiero di Luca Rastello, tratto da questo titolo:

    • “Undici buone ragioni per una pausa”, Bollati Boringhieri, 2009

    “Penultime (agg. F. pl) Sono le cose di cui si può scrivere e di cui verosimilmente vale la pena scrivere. Forse le sole a soddisfare entrambe le condizioni. Non le ultime, perché non sono esperibili, o almeno lo sono quando è difficile ormai tenere una penna in mano o maneggiare una tastiera. Non le prime perché avvolte in un passato immemore, anteriore al risveglio della consapevolezza. C’è un tratto quasi terminale della corsa – quando l’inizio è dimenticato e la fine è certa e verosimilmente prossima, ma non ancora arrivata – che viene rischiarato da una sorprendente lucidità, come da una luce più forte.” (Penultime, p. 9)

    Mi è sembrato giusto riportare sotto questo articolo queste righe di Luca Rastello perché le ho scoperte grazie al libro di Luca Ferrieri che, in riferimento alle cose penultime, chiosa:

    “La lettura, in realtà, si tiene accortamente lontana dalle cose ultime. Probabilmente diffida della loro perentorietà, della loro inesorabilità. Probabilmente, quando ci sono loro non c’è più spazio per la lettura.” (Delle cose penultime, p. 276)

    Buonanotte,
    Mariangela

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  7. @Tutti

    Sarà capitato anche a voi, leggendo un libro, di procurarvi i titoli citati in nota, di rintracciare e leggere il pezzo citato, di tornare al testo del libro e da questo, ancora, immergervi nuovamente nelle note e di trovarvi felicemente spaesati, e di intuire, alla fine, che il confine tra quanto argomentato nel testo dall’autore e quanto espresso nel materiale citato è così osmotico da non lasciarsi facilmente tracciare. È quello che sta succedendo a me leggendo questo libro: il testo del libro e i contenuti dei titoli citati si alimentano e si corroborano a vicenda, forse perché l’autore non si limita a parafrasare i testi dei “suoi” autori, ma ne potenzia e ne amplifica il pensiero, gli conferisce ampiezza e densità. Si avverte che quelle letture per lui sono state formanti, che le ha profondamente interiorizzate e lungamente rimuginate, che sono state tanto gravide di riflessioni e sconvolgimenti da non poter venire scisse dalla materia mentale in cui, oramai, si sono fuse e conglobate.

    Il libro non è facile, io lo sto leggendo in modo disorganico, lentamente e anche un po’ “all’incontrario”: mi capita talvolta di fare il viaggio di andata e ritorno (dal testo alle note e dalle note al testo), più spesso, quello di solo ritorno (dalle note al testo) e, con piacere, di perdermi nei soli testi citati, dedicandogli lettura autonoma non programmata.

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  8. Cara Mariangela, il tuo “metodo” di lettura corrisponde perfettamente alla volontà dell’autore e all’impostazione (anche grafica) del testo. Ma in realtà si adatta ad ogni libro che venga percorso con amore, rispetto e libertà.
    E’ una gioia incontrare lettori come te.

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  9. I pochi versi di Angiolo Silvio Novaro, riportati nella notazione a margine “Mia madre e la pioggerellina di Marzo” di questo libro (p. 277), non hanno necessitato di ricerca alcuna, né su Google, né su OPAC: anche mia mamma li citava spesso a memoria e anch’io ho come avuto la sensazione di risentire la sua voce:

    Che dice la pioggerellina
    Di marzo, che picchia argentina
    Sui tegoli vecchi
    Del tetto, sui bruscoli secchi
    Dell’orto, sul fico e sul moro
    Ornati di gèmmule d’oro?

    Non era una donna istruita, ma amava leggere, e in gioventù era stata appassionata divoratrice di romanzi acquistati sulle bancarelle dei libri usati. Come madre di famiglia ha potuto però concedersi il lusso della lettura ben raramente. Tra i tanti sacrifici che ha dovuto imporsi a favore di attività più incombenti – e questo lo capisco solo ora da adulta e da lettrice – la rinuncia alla lettura è quello che deve esserle costato di più.

    Ho voluto vedere se mi fosse rimasta testimonianza tangibile di questa sua passione: ho trovato tre libri, tutti di autori russi: “Delitto e castigo”, “Nella steppa” e “Anna Karenina”. Non hanno dedica e non riportano traccia alcuna, se non quella del tempo, sono infatti quanto mai ingialliti e consunti. Li conservo in memoria della lettrice che era stata.

    Mariangela

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  10. @Tutti

    Nella nota 21, a pagina 273, ritrovo Heinrich Böll, amato scrittore tedesco incontrato in gioventù negli anni del liceo. Luca Ferrieri lo cita a proposito della ribellione, caratteristica archetipica della lettura. In biblioteca ho trovato il volume menzionato, una raccolta di articoli e di interventi:

    • “Sudditi o cittadini che leggono non sono sempre quelli a cui è più facile insegnare i ”Mores”, Leggere inquina i costumi e neppure era permessa la lettura della Bibbia, ma solo di quella con i commenti ufficiali, ammessa dalla Chiesa. Il Libro dei Libri era considerato pericoloso e tale è rimasto. Là dove la lettura comincia ad andare oltre il semplice processo tecnico, oltre la pura e semplice sgobbata scolastica, essa diventa pericolosa. Leggere fa pensare, può farti libero e ribelle, una volta che hai lasciato dietro di te i clichés del mondo edificante. (..) Scrittori lettori, scrittori che leggono libri e lettori che scrivono: è questo il punto, finora a malapena elaborato, dove un individuo, al di là del puro processo tecnico, al di là dello sgobbare scolastico, comincia veramente a leggere, diventa lettore.”

    (“Leggere rende ribelli”, in Heinrich Böll, “Terreno minato”, Bompiani, 1990, pp.1/2).

    Scrive l’autore nel testo (il capitolo è intitolato “Quando cosa che è letta cade”, e va letto per intero):

    • “Il potere non tollera che, attraverso la lettura, venga spezzato il monopolio della conoscenza (che è sempre, eticamente, conoscenza del bene e del male, possibilità di scelta consapevole).” (p. 274)

    Ciao,
    Mariangela

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  11. @Tutti
    Ritrovare in età matura un autore frequentato in gioventù e non rivisitato da lungo tempo obbliga a fare troppi consuntivi, non tutti ostensibili “on line”. Qui mi limito a riportare uno stralcio di un altro saggio di Böll, anch’esso citato da Luca Ferrieri in rapporto all’elemento ribellistico della lettura. È il discorso tenuto dallo scrittore renano in occasione dell’inaugurazione della biblioteca Centrale di Colonia, nel 1978. Il saggio è tutto accattivante (vi ho ritrovato lo stile che mi incantava da ragazza) il pezzo che ho selezionato riguarda il rapporto tra biblioteche e libertà.

    “Biblioteche ce ne sono sempre state, da quando gli uomini hanno cominciato a scrivere o ad essere in grado di esprimere i loro pensieri, magari nella pietra. Si trattava per lo più di luoghi di informazione per privilegiati, appunto come quella biblioteca del Senato che il signor Rau ha ricordato: biblioteche principesche, biblioteche conventuali, biblioteche scientifiche. In questo non c’è nulla di nuovo.
    La biblioteca pubblica, la biblioteca popolare come questa, che viene oggi qui inaugurata, trasformata e ampliata, è molto giovane. Molto, straordinariamente giovane, se si pensa da quanto tempo l’umanità scrive e pubblica. Le prime biblioteche di questo tipo sono sorte verso la metà del secolo scorso, Esse nacquero dalle riflessioni di tipi strambi, un po’ matti. Sono il risultato delle idee rivoluzionarie di letterati da caffè, quei teorici – oggi si chiamerebbero “intellettuali di sinistra” – che più tardi si misero in combutta con una borghesia liberale e illuminista, con associazioni culturali, società di lettura, e finirono per creare biblioteche pubbliche: una strada, peraltro, faticosa, piuttosto strettamente connessa con l’evoluzione del movimento operaio tedesco. Questo non lo vogliamo dimenticare, mentre inauguriamo qui una grande, imponente, splendida biblioteca. I politici dipendono dai numeri, da cifre e statistiche. Vorrei solo far notare che un lettore è probabilmente più importante di un intero elenco di numeri; e vorrei anche far notare che le biblioteche sono rifugi e luoghi di libertà dove a nessuno, all’infuori del bibliotecario che deve dare il libro in prestito, deve interessare chi legge che cosa.”

    (Heinrich Böll, “I cittadini che leggono non sono i più obbedienti”, discorso per l’inaugurazione della Biblioteca Centrale di Colonia (1978), in Id., “Terreno minato”, Bompiani, 1990, pp. 91/95).

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  12. @Tutti
    A pagina 258, nel capitolo “Tracce di lettura”, Luca Ferrieri riprendere alcune parole di un passo di Pierre Lévy per sottolineare il legame, anche etimologico, tra lettura e tessitura. Avvantaggiandomi dell’indicazione del numero di pagina riportata in nota, sono andata a leggermi il relativo paragrafo: tanto puntuali ho trovato le tre pagine che lo costituiscono, che faccio fatica a limitarmi a questo breve stralcio:

    • “Cosa accade quando leggiamo o quando leggiamo un testo? Innanzitutto, esso è bucherellato, crivellato, costellato di vuoti. Sono le parole, i brandelli di frase che non intendiamo (nel senso percettivo, ma anche intellettuale del termine), i frammenti di testo che non comprendiamo, che non consideriamo globalmente, che non colleghiamo agli altri, che trascuriamo. Cosicché, paradossalmente, leggere e ascoltare significa incominciare a tralasciare e a slegare il testo.

    Lacerandolo attraverso la lettura e l’ascolto noi accartocciamo il testo, lo ripieghiamo su se stesso, colleghiamo gli uni agli altri passi che si corrispondono, cuciamo assieme gli elementi sparsi, stesi, disseminati sulla superficie delle pagine o della linearità del discorso: leggere un testo significa ritrovare l’aspetto tessile da cui deriva il suo nome.”

    (Pierre Lévy, “Il virtuale”, Raffaello Cortina Editore, 1997, p.26)

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  13. @Cristina @tutti

    Cristina, i libri che parlano di libri parlano anche di noi! Bentornata!

    Ho gradito a tal punto il paragrafo del libro di Lévy di cui parlavo nel commento di ieri che di riassumerlo proprio non mela sento, rischierei di banalizzarlo; se fossi sicura di non contravvenire a qualche norma sul copyright (mi scuso per l’ignoranza), non avrei problemi a digitarlo per intero e riportarlo proprio come l’ha scritto l’autore. Sono sicura che tu e altri lettori lo apprezzereste perlomeno quanto me!

    Ciao,
    Mari

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  14. @Cristina, @tutti
    Cristina, del libro di Lévy io ho letto solo il paragrafo che ho indicato che si intitola “La lettura, ovvero l’attualizzazione del testo”, (pp. 25/27), per il resto del libro ora non sono predisposta, meriterebbe tempo e attenzioni, ma adesso è meglio se lo restituisco.

    Sempre per colpa di Luca Ferrieri mi sono procurata invece i saggi di Calvino: quelli sì che rischiano di far saltare i programmi di lettura e gli elenchi già predisposti. Voi ne avete letto qualcuno? Io gli ho dato giusto un occhio e mi sembra di poter dire che perde molto chi non li conosce.

    Ho scaricato l’ebook perché la pur prestigiosa collana dei Meridiani della Mondadori per me è illeggibile. Ci sarà qualcuno che spiega alle case editrici che i libri sono fatti per essere letti e non per abbellire il mobilio dei salotti? A parità di contenuti, a me non interessa niente della confezione elegante, con copertina rigida, io vorrei libri visivamente accessibili a tutti, il cofanetto possono pure tenerselo!

    Ciao,
    Mariangela

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  15. @Tutti
    Luca Ferrieri spiega che chi legge, dopo la ribellione deve sperimentare la cacciata e il precipizio, quindi la caduta. Scrive, tra le altre cose, nel capitolo “Quando cosa che è letta cade”:

    “Si impara cadendo, cioè vedendo il mondo dalla tromba delle scale: leggere è vedere le cose cadendo” (p. 275)

    L’idea di osservare il mondo dalla tromba delle scale mi ha provocato vertigine e mi ha spiazzato; io mi sono immaginata, lì, sul pianerottolo, mentre guardavo giù: osservavo un un’altra me stessa arrancare su per le scale, col fiatone; faticosamente terminata la rampa di gradini, la seconda Mariangela si è ricongiunta alla prima, ormai un’altra persona, obbligata a rivedere alcune sue inossidabili certezze sulla vita e sul mondo. Potrebbe avere a che fare con lo sdoppiamento causato dalla lettura.

    L’immagine della tromba delle scale è mutuata da un saggio di Calvino, citato in nota, in cui l’autore sta esprimendosi sulla tramontata signoria del romanzo:

    “ usciti dall ’800, il suo ideale estetico (del romanzo) s’appanna d’una soffice patina di noia: non vi ritroviamo il nervosismo, la fretta del nostro vivere, cui hanno risposto non più il romanzo costruito, ma il taglio lirico del romanzo breve, o la novella giornalistica e cruda, in cui Hemingway eccelse come la perfetta misura della nuova epica. C’è Thomas Mann, si obietta; e sì, lui capì tutto o quasi del nostro mondo, ma sporgendosi da un’estrema ringhiera dell’ottocento. Noi guardiamo il mondo precipitando nella tromba delle scale”.

    (“Le sorti del romanzo” in Italo Calvino, “Mondo scritto e mondo non scritto”, a cura di Mario Barenghi, Mondadori, 2002, p 50, già pubblicato in “Ulisse”, X, Vol. IV, 24/25, Autunno-Inverno 1956/57, pp. 948/950)

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  16. @Tutti

    Di questi saggi di Calvino, per ora, solo un parallelismo che mi ha colpita, quello tra vino e libri:

    • Tra i romanzi, come tra i vini, ci sono quelli che viaggiano bene e quelli che viaggiano male.
    Una cosa è bere un vino nella località della sua produzione e altra cosa è berlo a migliaia di chilometri di distanza.
    Il viaggiare bene o male per i romanzi può dipendere da questioni di contenuto o da questioni di forma, cioè di linguaggio.

    (“Tradurre è il vero modo di leggere un testo” in Italo Calvino, “Mondo scritto e mondo non scritto”, a cura di Mario Barenghi, Mondadori, 2002, p.103 dell’edizione digitale; relazione a un convegno sulla traduzione (Roma, 4 giugno 1982), “Bollettino di Informazioni” (Rassegna quadrimestrale della commissione nazionale italiana per l’UNESCO), XXXII, nuova serie, 3, settembre-dicembre 1985, pp. 59/63.)

    • Non credo sia un caso che le grandi fiere internazionali del libro avvengono al principio di autunno: a Francoforte in ottobre, a Buenos Aires in aprile. Per me italiano l’inizio d’autunno è la stagione della vendemmia: come la vendemmia celebra ogni anno la moltiplicazione dei grappoli gonfi di succo, così la Fiera del Libro celebra il rinnovarsi di un ciclo, quello della moltiplicazione dei volumi. Lo stesso senso di abbondanza domina l’uno e l’altro genere di festa autunnale; il fermento dell’inchiostro tipografico emana un’atmosfera di ebbrezza non meno contagiosa di quella del mosto che ribolle nei tini.

    (“Il libro, i libri” in Italo Calvino,“Mondo scritto e mondo non scritto”, a cura di Mario Barenghi, Mondadori, 2002, p.136 dell’edizione digitale; conferenza tenuta alla Fiera del Libro di Buenos Aires e pubblicata in “Nuovi Quaderni Italiani”, 10, Istituto italiano di cultura, Buenos Aires, 1984, pp.11/21)

    Ciao,
    Mariangela

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  17. L’avevo detto, io, che questi saggi di Calvino avrebbero fatto saltare programmi di lettura e soppiantato elenchi già stilati!

    Mi limito a citare alla lettera perché scrive in un modo così terso che sarebbe presunzione tentare di parafrasarlo:

    • Penso che la lettura non sia paragonabile con nessun altro mezzo d’apprendimento e di comunicazione, perché la lettura ha un suo ritmo che è governato dalla volontà del lettore; la lettura apre spazi di interrogazione e di meditazione e di esame critico, insomma di libertà; la lettura è un rapporto con noi stessi e non solo con il libro; col nostro mondo interiore attraverso il mondo che il libro ci apre.

    (“Il libro, i libri” in Italo Calvino,“Mondo scritto e mondo non scritto”, a cura di Mario Barenghi, Mondadori, 2002, p.147 dell’edizione digitale; conferenza tenuta alla Fiera del Libro di Buenos Aires e pubblicata in “Nuovi Quaderni Italiani”, 10, Istituto italiano di cultura, Buenos Aires, 1984, pp.11/21)

    Buonanotte
    Mariangela

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  18. @Tutti
    Non riesco a staccarmi da Calvino e dalla sua concezione della lettura senza, come per un effetto di rimbalzo, tornare al paragrafo di Pierre Lévy citato da Luca Ferrieri. Anche le pagine di Lévy rendono bene l’idea della lettura come costruzione di sé, penso che Calvino sarebbe stato d’accordo.

    • “Operatori del testo, viaggiamo da una sponda all’altra dello spazio del senso, servendoci del sistema di indirizzamento e di link di cui l’autore l’editore e il tipografo lo hanno dotato. Ma possiamo disobbedire alle istruzioni, imboccare scorciatoie, creare pieghe non autorizzate, tessere reti segrete, clandestine, fare emergere altre geometrie semantiche.

    Il lavoro della lettura consiste, a partire da una parziale linearità e piattezza, in questo atto di lacerazione, di accartocciamento, di torsione, di ricucimento del testo per schiudere un ambito vivo in cui il senso si possa dispiegare. Lo spazio del senso non è preesistente rispetto alla lettura. È percorrendolo, cartografandolo che noi lo costruiamo, che lo attualizziamo.

    Ma ripiegandolo su se stesso, producendo in tal modo, il rapporto del testo a sé, la sua vita autonoma, la sua aura semantica, noi lo colleghiamo anche ad altri testi, ad altri discorsi, a immagini, affetti, all’immensa riserva fluttuante di desideri e di segni di cui siamo costituiti. Qui non è più in gioco l’unità del testo, ma la costruzione di sé, costruzione in continua trasformazione, incompiuta. Non è più il senso del testo che ci impegna, ma la direzione e l’elaborazione del nostro pensiero, la precisione della nostra visione del mondo, l’esito dei nostri progetti, il risveglio dei nostri piacere, la trama dei nostri sogni. ”

    (“La lettura, ovvero l’attualizzazione del testo”, in Pierre Lévy, “Il virtuale”, Raffaello Cortina Editore, 1997, pp. 25/27)

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  19. Sempre prendendo spunto dalla bibliografia del libro di Luca Ferrieri, ho preso in prestito in biblioteca un libro che trovo un gioiellino:

    • Antonio Baldini, “Le scale di servizio. Introduzione al libro e alla lettura”, Riccardo Ricciardi, 1971.

    Una curiosità: con grande stupore, mi sono accorta che era ancora intonso! Per la prima volta nella mia vita di lettrice ho dovuto munirmi di tagliacarte e tagliare le pagine! Mi risulta che all’epoca della pubblicazione del volume l’onere di tagliare la fascicolatura non gravasse più sul lettore già da qualche decennio, ho quindi concluso che al probabile errore di tipografia ha fatto seguito uno stato di dormienza durato più di quarant’anni.

    Non avvezza a quell’operazione, mentre tagliavo i fogli mi sembrava quasi di violarlo, di sventrarlo, quel povero volumetto, oltretutto, vuoi per imperizia, vuoi che non si poteva far di meglio, un filo di “barba” è risultato ineliminabile. Ma, giusto il tempo di leggerne qualche riga, e ho trovato subito la rassicurazione dell’autore che, tra le tante belle cose, scrive sulla conservazione dei libri:

    “Il libro come libro non acquisisce pregio che passando per le mani di lettori intelligenti e ritornando ogni volta al suo posto con una nuova cicatrice” (P. 96)

    Non si preoccupi, il povero Baldini, è pur vero che il suo libro è stato ignorato dagli utenti lettori per lungo tempo, ma come ci ha insegnato George Steiner, i libri hanno più tempo di noi per prendersi una rivincita e, prima o poi, rinascono a nuova vita.

    Ciao,
    Mariangela

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  20. @tutti
    Un pensiero tratto dal libro gioiellino di cui vi dicevo:

    “Variamente si comportano i lettori di fronte all’opera che hanno per le mani: e c’è il lettore-tigre che le salta addosso come a sua preda ruggendo; c’è il lettore-gatto che ci si trastulla; c’è il lettore-rèmora che si lascia portare; c’è il lettore-struzzo che ingolla le pietre; c’è il lettore-coccodrillo che dopo ci piange; c’è il lettore elefante che col proprio peso la schiaccia, – e facile sarebbe seguitar di questo passo negli esempi paralleli. Io credo d’appartenere al genere della talpa, che si ficca sotto. Ed è forse per questo che cerco di preferenza i testi con molte note, come altri entrerebbe in un palazzo dalla scala di servizio, e mi piace di scavare una lunga tortuosa via sotto il testo”.

    (Antonio Baldini, “Le scale di servizio. Introduzione al libro e alla lettura”, Riccardo Ricciardi, 1971, p. 21).

    Le ultime righe spiegano il titolo e tutto si tiene anche in un altro senso: sono sicura che leggendo questo libro di Luca Ferrieri la talpa Baldini si sarebbe sbizzarrita a scavarne a chilometri di gallerie!

    Buona serata,
    Mariangela

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  21. @tutti

    Nel capitolo “Pagina e piè di pagina” del libro gioiellino, Baldini continua la sua disquisizione sulle note e su quella che secondo il suo gusto dovrebbe essere la loro disposizione grafica ottimale (del libro soppesa proprio tutto, questo autore, e certo non trascura di considerarlo anche nella sua materialità). Dalle note c’è sempre qualcosa da imparare, scrive Baldini: guidano e sostengono il lettore, arricchiscono il testo, indicano nuovi mondi.

    Anche la sua conclusione è condivisibile:

    “Le note ci stanno anche per questo: per provare la resistenza della pagina. Una pagina mancata si spegne sotto il peso delle note. Una pagina d’arte n’esce trionfante e fiammante come rosa dai pruni.”

    (Antonio Baldini, “Le scale di servizio. Introduzione al libro e alla lettura”, Riccardo Ricciardi, 1971, p. 25).

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  22. @tutti
    Scrive il “lettore-talpa” Baldini:

    “Un buon libro è sempre un palinsesto e sotto la prima scrittura ce n’è dell’altre da scoprire. Il buon lettore si deve mettere in grado d’intenderle quante sono, una dopo l’altra.”
    (Antonio Baldini, “Le scale di servizio. Introduzione al libro e alla lettura”, Riccardo Ricciardi, 1971, p. 94).

    A questo punto non so più a che punto sono: avevo preso questo libro per trovare la pagina di Baldini, citata da Luca Ferrieri, invece mi scopro a riportare quello che potrebbe essere il viatico per la lettura del libro di Ferrieri, o di qualsiasi altro buon libro, vergato da Baldini.

    Comunque, per tornare all’intento originario, anche se a questo punto potrei già dirmi appagata del mio vagabondaggio, ricordo che Luca Ferrieri cita il pensiero di Baldini a proposito della funzione obliante della lettura (p. 56, nota 7); in un capitolo precedente ha già illustrato la sua opinione (che a me non verrebbe mai in mente di tentare di riassumere qui) su come memoria e oblio lavorino in coppia e quanto efficiente sia il loro viaggiare in tandem.

    Scrive infatti Antonio Baldini in questo libro gioiellino che mi permetto di consigliare a chi non l’abbia già gustato:

    “Non dimenticate che c’è anche un’arte di dimenticare quello che s’è letto. Ci mancherebbe altro che tutto quel che passa per il nostro cervello dovesse lasciarvi una traccia! Ci s’intartarirebbe il cervello come una vecchia pipa. Conosco difatti cervelli cotti alla lettura, che non saprebbero fare alcuna distinzione tra libri buoni e cattivi, e che d’altronde oramai non c’è più verso di svezzarli dal leggere.”

    (Antonio Baldini, “Le scale di servizio. Introduzione al libro e alla lettura”, Riccardo Ricciardi, 1971, p. 91).

    Ciao,
    Mariangela

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  23. @Tutti
    Per onestà è giusto registrare anche gli insuccessi: una delle opere citate in questo libro a proposito della funzione obliante della lettura è un libro di Ivan Illich (“Nella vigna del testo”, Cortina, 1994, pp. 35).

    Me l’hanno consegnato al banco della mia biblioteca, l’ho squadrato, ho riconosciuto la copertina, mi sono subito resa conto che il titolo era già stato vittima di un precedente rifiuto (non ricordo quanto tempo fa). Qualcosa presagiva il rigetto definitivo, ma a casa ho voluto riprovarci: la mente non era sgombra, non del tutto scevra da un filo di pregiudizio. Alla fine, i capricci della lettrice hanno prevalso. Domani lo restituisco.

    È forse il caso di ricordare che posso permettermi questa scorribanda tra i titoli citati nel libro di Luca Ferrieri grazie al servizio delle biblioteche e al lavoro degli infaticabili e comprensivi addetti ai lavori; con me lo sanno che bisogna aver pazienza: l’OPAC offre un ventaglio di opportunità vastissimo e quando un libro mi interessa, non riesco a resistere alla tentazione, e questo libro, oltretutto, di tentazioni ne propone veramente tante. Solitamente il peccato lo faccio fino in fondo: salvo eccezioni, i libri che chiedo in prestito li leggo con gusto e soddisfazione (vorrei dire anche con profitto personale, intendo sotto il profilo umano, ma di quel tipo di miglioramento non mi preoccupo più di tanto, anche perché oramai potrebbe essere troppo tardi).

    Alle mie bibliotecarie e ai miei bibliotecari il più sentito ringraziamento.

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  24. @tutti

    • “Penso che la letteratura aiuti a vedere la comicità involontaria degli uomini tutti di un pezzo, che non si riconoscono mai nei loro tanti pezzi. Frangar non flectar mi è sempre parso il motto di un soldato più che quello di un lettore. Non esprime tanto l’orgoglio luciferino, il che sarebbe un peccato veniale, un peccato di caduta (corsivo nel testo), ma un’insufficienza adattativa, un riflesso automatico e macchinino, così lontano dalla lussureggiante flessuosità della vita”.

    (Luca Ferrieri, “Fra l’ultimo libro letto e il primo nuovo da aprire. Letture e passioni che abitiamo”, Olschki Editore, 2013, nota 28, pagina 275)

    Ciao,
    Mariangela

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  25. @Tutti

    • “Non chiudere mai la frontiera tra processi primari e processi secondari, tra colui che crede solo di sognare quando sogna e colui che crede solo di pensare quando pensa” (Jean Bertrand Pontalis)

    Potrebbe essere l’arringa della difesa al processo contro la lettura, da sempre sul banco degli imputati; i capi d’accusa? Tra i tanti, primi tra tutti, favoreggiamento della fantasticheria e istigazione all’evasione.

    Il pensiero di Pontalis che ho trascritto l’ho trovato in un libro di Michèle Petit (anch’esso interessantissimo e ricco di rimandi bibliografici) a sua volta citato da Luca Ferrieri. Molte pagine del libro di Petit sono una confutazione della banalizzazione dell’atto di leggere: l’evasione che la lettura permette non è mera distrazione, non è solo fuga dal reale:

    • Michele Petit, “Elogio della lettura”, Ponte alle Grazie, 2010.

    Bisogna sognare per poter creare, spiega l’autrice, e non ha senso contrapporre l’emozione alla riflessione o la testa al corpo; riprendendo il pensiero di Pontalis, aggiunge che al contatto con le opere d’arte (letteratura inclusa) si tocca un altro registro “un pensiero in movimento, creativo e sciolto, fatto di nessi imprevisti e che trasgrediscono ai divieti, nomadi”, in questo modo i processi primari possono farsi strada fino al pensiero razionale (p. 47).

    In pratica, per tornare al testo di Luca Ferrieri (ma in un altro punto rispetto al capitolo in cui mi sono imbattuta nella citazione Petit: il collegamento è mio), è necessario abbandonare l’opposizione tra ragione e passione: è una zavorra che, al pari di quella che contrappone anima e corpo, ci impedisce di apprezzare appieno l’azione di rimescolamento della lettura (p.8).

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  26. @tutti,

    “Ma se i morti infinitamente dovessero mai destare un simbolo in noi,
    vedi che forse indicherebbero i penduli amenti
    dei noccioli spogli, oppure
    la pioggia che cade su terra scura a primavera.

    E noi che pensiamo la felicità
    come un’ascesa, ne avremmo l’emozione
    quasi sconcertante
    di quando cosa ch’è felice, cade.”

    (Rainer Maria Rilke, “Elegie duinesi”, Einaudi, 1978, “Decima elegia”, pag. 67)

    Chi l’ha detto che la felicità debba assumere necessariamente forma ascensionale? E se invece scendesse dall’alto? E se il famoso “settimo cielo” lo si raggiungesse sedendosi a terra?

    Se qualcuno fosse ancora convinto che la felicità debba necessariamente ascendere come un’apoteosi tardo romana o salire al cielo come un’assunzione barocca, si cerchi Corylus Avellana, d’inverno, quando è spoglio, ma onusto di amenti giallo verdi, penduli, appunto, come scriveva Rilke; non protesi verso il cielo, ma mollemente abbandonati verso il basso, verso la terra, dove torneranno e dove rivivranno (Luca Ferrieri spiega che nella lettura succede un po’ la stessa cosa, ma non contate su di me per un riassunto).

    Chi fosse sprovvisto di nozioni di botanica e avesse qualche problema con “i penduli amenti dei noccioli spogli”, può ricorrere, come ho dovuto fare io, alle novità del giorno d’oggi (sperando che mi riesca il link!):

    https://www.google.it/search?q=amenti+del+nocciolo&espv=2&biw=1366&bih=635&tbm=isch&tbo=u&source=univ&sa=X&ei=m3hOVYmeEojfUbLMgfAI&ved=0CD4QsAQ

    Buonanotte,
    Mariangela

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