Un libro regala l’eternità

Mi hanno raccontato di un uomo che ha iniziato a scrivere un libro sulla storia della sua stirpe, preso atto che ancora pochi ne sono i viventi. Dalla fine dell’800 ai giorni nostri. Lo sta facendo arricchendo le singole vicende con riferimenti storici ai fatti che colpivano il mondo mentre i vari protagonisti trascorrevano la loro vita. Trisavoli, tris-zii, bisnonni, fratelli di fratelli e nipoti di nipoti. Di cui nessuno si ricorda più. E che tra qualche mese, invece, torneranno a vivere nelle pagine di un libro. E lì resteranno per sempre. Bello.

scrivere Tanto più che questa notizia mi arriva il giorno dopo che ho terminato la lettura di un romanzo di Paul Auster, Follie di Brooklyn. Il libro in sé non mi ha poi troppo coinvolto ma mi ha lasciato uno spunto che mi ronza in testa da quando ho chiuso la quarta di copertina: “Mai sottovalutare il potere dei libri” dice il narratore riferendosi proprio al compito che può avere un testo che racconta storie di uomini realmente vissuti, di far vivere quelle persone comuni oltre la morte, senza lasciarle cadere nell’oblio eterno.

Ho pensato così al grande potere dei libri di dare vita oltre la morte. Di salvare la memoria. Di regalare l’eternità.
E lo so, sembrerà forse ovvio, ma in pochi minuti mi sono passate davanti agli occhi decine di persone che non hanno avuto la fortuna (è poi una fortuna?) di avere qualcuno che abbia preso a cuore la loro vita al punto di raccontarla nelle pagine di un libro. E la cui esistenza, ahimé, prima o poi, sarà dimenticata.

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Leggi anche: Se un libro salva la vita

12 pensieri riguardo “Un libro regala l’eternità”

  1. I libri salvano dall’oblio vite che meritano di essere narrate e ricordate. E’ la stessa riflessione che può essere fatta a proposito di un libro che ho finito di leggere da pochi giorni: I ragazzi che volarono l’aquilone: Indagine su una formazione partigiana, di Giuseppe Brunetta, Araba Fenice, 2010. La storia di un ragazzo calabrese, Bruno Tuscano, che divenne il comandante dell’unica formazione GL delle Valli di Lanzo e fu fucilato a 24 anni il 24 gennaio 1944 dai fascisti della RSI. Senza questa ricerca durata dieci anni la sua storia, quella dei suoi compagni e quella di tanti ventenni morti combattendo contro i nazifascisti, sarebbe stata dimenticata. Quel libro invece ora tramanderà la loro odissea umana di generazione in generazione, finchè qualcuno sarà curioso/a di leggerlo.

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  2. @SALVATORE TONTI la memorialistica, le biografie, le autobiografie sembrano i generi più adatti a perpetuare le vite e le gesta degli uomini. Il libro da te segnalato centra senz’altro l’obiettivo, ma, mi chiedo: può una raccolta di proverbi essere elencata tra i libri che regalano l’eternità?

    La mia risposta non può non essere viziata dal fatto che di proverbi sono un’appassionata, ma io penso proprio di sì, i proverbi, trasmettendoci secoli di esperienze che si sono sedimentate nella lingua, ci parlano della mentalità e delle vite di tanti uomini, ci dicono come eravamo e da dove arriviamo; anche questo, a mio parere, è un modo di sottrarre alla dimenticanza il mondo di chi è vissuto prima di noi.

    Da perfetta cittadina sono sempre molto impressionata dai proverbi legati al mondo rurale, per esempio da quelli che scandiscono i tempi dei lavori agricoli; sopravvissuti al tipo di società che li ha partoriti, mi ricordano che un certo tenore di vita – duro e sicuramente da non rimpiangere – ha caratterizzato l’esistenza quotidiana dei membri della mia famiglia fino a due generazioni prima della mia. Quando li leggo e li trascrivo mi interrogo se il modo sia cambiato in meglio o in peggio: come donna e come individuo non abbiente concludo sempre che, nonostante tutto, è andata bene così.

    Le raccolte di proverbi mi piacciono tutte, quelle che propongono proverbi italiani, quelle che ne raccolgono di altri paesi, quelle che si concentrano su un’area regionale, quelle che ci riportano al mondo latino. Tra tutte mi fa piacere segnalare un’opera di Carlo Lapucci, il Monsù Gaston della paremiologia italiana

    Carlo Lapucci, Dizionario dei proverbi italiani, Mondatori, 2007.

    • Guardati dall’aceto di vin dolce.
    (L’aceto ottenuto dal vino dolce è più forte di quello fatto con il vino comune. Metaforicamente: “Guardati dall’ira dell’uomo calmo”)

    • Una botte d’aceto è dura a morire.
    (Le cose sgradevoli hanno vita più lunga di quelle gradevoli)

    • Troppa acqua affoga il mugnaio.
    (Il troppo stroppia. Fa riferimento all’eccesso d’acqua messo in un impasto o nella farina di granturco per fare la polenta)

    • Quando senti la botte al maglio, va’ nell’orto e semina l’aglio.
    (Quando la botte vuota risuona ai colpi di maglio, usato per stringere i cerchi, semina l’aglio)

    • Chi vuole un bell’aglione lo metta a San Simone (28 ottobre).

    • Per San Giovanni si svellono le cipolle e gli agli.

    • Buono e a tempo come l’acqua d’agosto.

    • Chi vendemmia troppo presto non fa vino, ma fa agresto.

    • L’uomo alto serve solo a spegnere le candele dell’altare.

    • D’amore si muore d’odio si vive.

    • L’amore arriva a cavallo e l’odio a dorso d’asino.

    • Sotto il sasso sta l’anguilla.
    (La preda va stanata col sudore)

    • Anno di cavoli, anno di diavoli.
    (Quando i cavoli sono abbondanti, si nota carestia nei raccolti più importanti)

    • Chi pone mano all’aratro non si volti indietro.
    (Invito a non farsi prendere da rimpianti e pentimenti una volta iniziata un’opera. Dal Vangelo di Luca)

    Ciao,
    Mariangela

    PS x Adour, un proverbio per te:

    • Anima e camicia ognuno con la sua
    (Ognuno si regola a proprio modo sia per quanto riguarda l’aspetto esteriore sia per le questioni interiori)

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  3. Leggo su Minima et moralia un bell’articolo (da Europa del 23 c.m.) sull’ultimo libro tradotto in Italia del grande Matihias Enard, VIA DEI LADRI – Rizzoli-tradotto ancora da Yasmina Melaouah. Penso che abbia il peso di ZONA e non certo la magia inafferrabile e soave di PARLAMI DI BATTAGLIE, DI RE E DI ELEFANTI, che mi aveva deliziata l’anno scorso. Credo però che Enard sia un autore imprescindibile della contemporaneità. Qualcuno lo ha già letto? Per ora mi sto ancora crogiolando coi sogni americani del bellissimo TUTTO QUEL CHE è LA VITA,, di James Salter. E ci resto aggrappata, godendone ogni raggio di calore e di sole. Ciao a tutti-

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  4. @Camilla, purtroppo non conosco i testi che tu citi quindi chiedo: In che senso regalano l’eternità?
    Ciao,
    Mariangela

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  5. @mariangela . scusa, ho sbagliato rubrica: non mi ero accorta del tema “I libri che regalano l’eternità” credevo di essere sulla solita rubrica.Non intendevo parlare di eternità, non comprendo neppure cosa significhi. L’eternità di cosa? I testi che nomino sono ben noti, e ne ho dato già gli estremi editoriali. Certo i libri di Enard potrbbero essere definiti “eterni”: ZONA possiede tutta la potenza e l’ineluttabilità di qualcosa di …etern. Scusami dello sbaglio di post-o.

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  6. Sono d’accordo con ciò che dici, Mariangela. La visione del mondo condensata nei detti popolari, in ogni civiltà, ha una grande importanza – per le ragioni che hai detto. In più si può riflettere su un fatto: mi sembra che la civiltà urbana non abbia prodotto altrettanto questa “letteratura” – e forse non è un caso. Quella contadina è una civiltà nel bene e nel male integrata alla terra e ai suoi cicli, quella urbana è sradicata e alienata. Allora benvenuti proverbi a ricordarci le nostre radici contadine.

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  7. Non possiamo non essere d’accordo sul valore “eternizzante” della letteratura. Foscolo docet.
    Trovo però contraddittorio l’ultimo passaggio : perché ci si chiede tra parentesi se sia davvero una fortuna avere qualcuno che ricorda e annota, per poi dire “ahimè” se la loro esistenza viene dimenticata.
    Ciao a tutti.

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  8. Scusate, dopo la parola “dimenticata” andava il punto interrogativo. In sostanza è una domanda che pongo all’autore del post…. Thanks

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  9. secondo me i proverbi non sono letteratura. A me cittadina-cittadina il parlar per proverbi stupisce e sorprende: qui dove vivo si usano molto ( infatti ex contadini sono, in questo chi ha scritto il post ha ragionissima) ma – a parte alcuni davvero buffi e divertenti – io li trovo banalizzanti nel senso di appiattire gli individui che li usano su un’unica nota e un unico registro.
    Ho una zia che ne sforna una decina in una mezz’ora di discorso, quasi che non pensasse in proprio ma per “luoghi comuni”.

    Certo sono -come i canti popolari che amo – retaggio e testimonianza di un passato non troppo lontano, ma comunque io amo i libri – singoli prodotti dalla civiltà urbana, e meno i proverbi rurali che comunque eternizzano solo una visione del mondo uniformante e codificata (anche se spesso arguta).

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  10. @Cristina. @Salvatore Tonti.

    Comincio dalla fine del tuo commento @Cristina: non riesco a ricondurre i tre aggettivi dell’ultima riga ad un unico soggetto; in che senso la visione del mondo proposta dai proverbi rurali sarebbe, al contempo, “uniformante e codificata”, ma anche, “spesso arguta”?

    Se con i primi due aggettivi intendi fare riferimento al conservatorismo della cultura popolare, alla quale la genesi dei proverbi rurali, ma non di tutti i proverbi, può essere ascritta, non posso che trovarmi d’accordo con te.

    La cultura popolare, anche per il fatto di essere sempre stata assoggettata all’influenza della chiesa, è tradizionalista e, manco a dirlo, marcatamente misogina. Come ho scritto, non rimpiango la società rurale perché costringeva la maggior parte degli individui a una vita di sacrificio e di asservimento al potere, negava ai più la possibilità di istruzione e – come scaturisce in modo palpabile proprio dai proverbi – era particolarmente vessatoria e coercitiva nei confronti delle donne.

    @Salvatore Tonti. Usando la locuzione “nel bene e nel male”, penso che anche tu volessi avanzare qualche riserva rispetto al mondo rurale, pur vedendo con favore che, anche per mezzo delle raccolte di proverbi, le radici contadine vengano ricordate.

    @Cristina. Sulla sferzante ironia dei proverbi, sul loro disincantato umorismo, in breve, sulla loro capacità di divertire, prima ancora che di insegnare e di trasmettere la memoria, non mi dilungo, visto che anche tu li definisci arguti e che quindi diremmo la stessa cosa.

    Questo non toglie che le persone “proverbiose” possano risultare irritanti; effettivamente tua zia deve essere una sorta di Pitrè ambulante. Non compatirla, può essere che pur essendo una persona intelligente e capace di autonomia di giudizio, non sia linguisticamente in grado di trovare un surrogato efficace alla lapidarietà dei proverbi.

    Ciao,
    Mariangela

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  11. @Mariangela…
    intendevo dire e forse non sono riuscita a farmi capire che il proverbio – usato al posto di un’espressione individuale del singolo su un fatto preciso e specifico- diventa una sorta di “codice” di comodo, quindi una risposta banalizzata e uniformata (nonchè uniformante), mentre a me piacciono le espressioni individuali e magari divergenti delle diverse persone con le loro diverse personalità e modalità espressive. Insomma a uno/a che mi parla per proverbi, io non so che dire o che rispondere…
    Perchè mi pare che il proverbio rappresenti apparentemente tutti, quindi – di fatto – nessuno.

    “Meglio una colpa che un colpo “, dicono qui – e questa davvero mi fa ridere per il suo portato autoassolutorio …

    mentre “poggio e buca ( da pronunciarsi bùa) fan pari ” mi pare così untuosamente papalino e democristiano che mi fa venire i nervosi, come diceva mio figlio da piccolo.

    Quindi c’è a chi i proverbi paiono pozzi di sapienza popolare ( e lo sono di certo) ma c’è anche chi li trova u figli stretti di un unico sacco dello stesso colore.
    Alla fine, dopo un po’, io mi sento soffocare quando me ne sfornano troppi, mentre qua così (toscana) …e ci sguazzano….(segno di profondo provincialismo??)

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  12. @Cristina
    La tua affermazione finale in merito al presunto provincialismo di chi abusa dei proverbi, potrebbe aprire una discussione interessantissima. Io mi limito a dire che, sì, nei casi limite, come quelli che indichi tu, possono effettivamente giocare un ruolo uniformante la pigrizia mentale, il conformismo, e, come dicevo, l’impossibilità culturale di trovare formule sostitutive più originali. In generale, però, penso che l’uso del proverbio non sia mai una comoda scappatoia per abdicare alla possibilità di pensare in proprio, perché già la cernita del proverbio in sé implica una responsabilità del parlante.

    Torno alla questione posta dall’articolo: se un libro possa salvare dall’oblio e se una raccolta di proverbi possa essere elencata tra le opere che raggiungono questo obiettivo. Come ho già scritto, secondo me la risposta è positiva, anche se una raccolta di proverbi non può essere definita letteratura.

    @Jezabel. Chiedo a questo proposito a @Jezabel: Quando parli di valore eterizzante della letteratura, escludi che anche altri testi possano regalare l’immortalità? In che senso citi Foscolo?

    In risposta all’articolo mi sono venuti in mente subito i proverbi, ma per le stesse motivazioni, avrei potuto citare i libri di storia sociale e materiale. È vero che non cantano le gesta di un singolo individuo, ma danno voce a una massa di persone che dalla storia ha sempre ricevuto scarsissima attenzione. Fino a qualche decennio fa, se teniamo conto che la storia sociale è disciplina relativamente nuova, gli storici si occupavano solo di battaglie, di re e regine, ma mai di persone comuni. Se qualcosa della storia degli umili è sopravvissuto all’oblio, è anche grazie a questa nuova visuale della storiografia sociale che non disdegna di trattare alcuni aspetti in precedenza trascurati.

    Dovessi buttare lì un titolo di un libro che, nel senso in cui intendo io, regala l’eternità, il primo che mi viene in mente è

    Massimo Montanari, “La fame e l’abbondanza”, Laterza, 1997

    Ciao,

    Mariangela

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