La dissonanza del 1910, secondo Thomas Harrison

L’indicazione più stimolante della scorsa settimana a proposito di un libro, credo però sia questa:

Thomas Harrison, 1910. L’emancipazione della dissonanza, Editori Internazionali Riuniti

Ne ha scritto con la solita pacatezza (e lunghezza) Claudio Magris, giovedì 13 marzo sul Corriere della Sera.

In sostanza: il 1910 è un anno fondamentale, anche simbolico:

è la nascita, violenta e dolorosa, non solo di una nuova arte in tutti i campi, ma anche e soprattutto di un nuovo Io, di un nuovo modo di vivere il proprio impossibile rapporto con se stessi, l’insufficienza della vita e l’impossibilità ma anche necessità di vivere un’esistenza autentica. Quest’anno è come la ferita di un parto tragico e redentore; ferita sanguinante che gli anni e i decenni successivi avrebbero fintamente ricucito come una falsa verginità rifatta.

In quel 1910, invece “qualcosa, tutto o quasi tutto sta per disfarsi”.

Letteratura – specialmente la poesia – le arti figurative,la filosofia, la musica la scienza e prima ancora la vita stessa dell’occidente esplodono, sconvolte, liberate, resuscitate dalla rottura di ogni ordine armonico e di ogni armoniosa consonanza, distrutte nella loro secolare organizzazione e costrette, forse più con disperazione che con gioria, ad aprirsi a una creatività che non ha eguali.

Rainer Maria Rilke (Wikimedia Commons)
Rainer Maria Rilke (Wikimedia Commons)

Di questa dissonanza scrive Harris in questo libro. I grandi artisti di quegli anni – Kokoschka, Nietzsche, Michelstaedter, Kandisky, Kafka, Schiele, Rilke – solo per citarne alcuni che hanno amato l’autentica armonia, in nome di essa e per liberarne l’autenticità dalla falsa armonia retorica che la adultera, “hanno intrepidamente emancipato la dissonanza, in ogni campo; dissonanza che a loro volta li ha emancipati, li ha liberati interiormente”.

Fu poi la Grande guerra e quanto è venuto dopo che ha distrutto e snaturato i fermenti di quella grande dissonanza. La tragedia diventa retorica, la rottura delle forme diventa comoda e innocua trasgressione pianificata dell’avanguardia.

A tutto questo ha forse reagito solo il grande antiromanzo totale degli anni Venti-Trenta, l’opera di Kafka o di Musil, di Svevo, di Broch di Faulkner, quei grandi capolavori falliti – come li chiama La Capria – che hanno assunto su di sé, nella dissonanza delle forme narrative, la verità stravolta dell’epoca, che può essere narrata veramente solo in modo stravolto.

4 pensieri riguardo “La dissonanza del 1910, secondo Thomas Harrison”

  1. @Luiginter, questo articolo sarà anche interessante, ma non è esattamente facile da commentare. Io vi scrivo quello ho capito, poi ditemi voi.

    Se ho inteso bene, Harrison e Magris individuano negli anni attorno al 1910 la linea di displuvio tra un modo tradizionale di concepire le arti, la filosofia e la letteratura, ancora legato ai dettami dell’800, e una maniera nuova di rappresentare il mondo nelle arti figurative, nella musica, in generale, in tutte le manifestazioni del pensiero umano.

    Non fosse altro che per il fatto che a scuola mi hanno insegnato, e che tutti i manuali di storia dell’arte me l’hanno ripetuto, che Munch, Ensor e Van Gogh sono dei precursori dell’Espressionismo (prima avanguardia artistica del “900), giusto per non farmi intimorire dalla portata dell’argomento, mi azzardo a dire che secondo me il 1910 non si è inventato nulla, sono solo venuti a maturazione i germi delle inquietudini che già covavano a livello latente nel tardo ottocento.

    Non avevano forse i quadri di Munch già fatto scandalo alla mostra del Verein Berliner Künsler nel 1892? Non era già il segno allungato e fluttuante che contornava le sue figure, per usare le parole di Vinca Masini, un prolungamento e un’amplificazione dell’interiorità e delle emozioni dell’individuo? Non c’erano già in quei segni, in quei colori le tracce della nuova dolorante sensibilità che poi sarebbe stata definita novecentesca?

    La fiducia nella scienza quale fautrice di progresso e le certezze del Positivismo erano già stati messi in crisi dai diversi “ismi” di fine ‘800; il Decadentismo, il Simbolismo, sono quei filoni che hanno preparato il terreno proprio a quelle novità che, poco prima dello scoppio della Grande Guerra, si sarebbero palesate, in modo drammaticamente più evidente, nella loro dirompente rottura col passato.

    Può essere che Harrison fosse in cerca di un titolo e che sia ricorso al 1910 per risolvere il suo problema?

    Ciao
    Mariangela

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  2. Intervento molto intelligente, Mariangela! Fino a un certo punto sono anche d’accordo con te, ma ci sono pure novità nel secolo nuovo, e una grane consapevolezza che non c’era nel ‘800. Insomma, è un discorso lungo. Leggi, se hai voglia, almeno la mia introduzione; è difficile giudicare un libro solo da una recensione. Saluti, TH

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  3. @Thomas Harrison @Tutti
    Thomas Harrison hai ragione! Come esimente vale la frase introduttiva al mio commento: avevo premesso che ciò che avrei scritto era quanto da me compreso su un argomento piuttosto ostico e che aspettavo smentite ed integrazioni da parte di altri lettori. La frase finale, invece, l’ho volutamente buttata lì, speravo che qualcuno mi contraddicesse! (Su questo blog Blackswann ha trattato con maggiore competenza rispetto a me il medesimo libro nell’articolo “La dissonanza nella musica e nella letteratura”)

    Nel mio carnet adesso come adesso non c’è spazio per un titolo così impegnativo, neppure per la sola introduzione: rischierei di fare torto al libro per la seconda volta di fila!!

    Saluti,
    Mariangela

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