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Quando non parlo del libro che sto leggendo. Per diventare un lettore migliore

Il ragionamento che provo a fare in questo post ha una premessa fondamentale: la lettura non è una attività sociale; lo abbiamo scritto al primo punto del nostro modesto decalogo su come creare un Gruppo di lettura ma vale per ogni attività di condivisione della lettura.

Questa premessa è importante perché  condividere è bello e arricchisce la lettura individuale; però davvero condividere quello che si legge è complicato, per l’atto in sé ma anche per le conseguenze. E comporta impegno e fatica e non sempre ci porta a essere lettori migliori .
Il che, detto in un blog dedicato alla condivisione della lettura suona strano, ma fa parte della cornice necessaria per ogni nostro discorso, credo.

Ecco, quando non parlo di un libro che sto leggendo (o che ho appena letto) è perché:

  • Temo di dire/scrivere ovvietà. Tanto più quando la lettura riguarda scrittori del canone. Il rischio che sia già stato detto tutto quel che riuscirei a dire è talmente alto che la trappola la sento in agguato. Così succede che mi fermi dopo le prime parole, anche quando faccio lo sforzo di dire cose più soggettive e idiosincratiche possibili. Continuo a leggere in silenzio: che cosa altro mi resta da dire? Obiezione: questo ragionare allora dovrebbe valere per ogni libro, non solo per quelli del canone; e non siamo critici e che quel che conta è la nostra lettura personale di quel libro in quel momento. Eppure aleggia sempre il rischio di scoprire l’acqua calda.
  • Le condivisioni diventano monologhi. Avviene che  ti ascoltino (leggano) solo superficialmente,  o non si ascolta nemmeno. Si parla (scrive) soltanto. Quando scatta questa sensazione è il momento di fermarsi.
  • Il libro mi ha paralizzato; riesco solo a leggere non a parlarne. La lettura ti apre in due. E non vuoi che altri vedano dentro.
  • Il libro mette in luce tutta la mia ignoranza. Voglio solo imparare. Non sono all’altezza per parlarne.
  • Non ho niente da dire sul libro. Succede anche con il libri che mi piacciono. Mi piacciono e basta. Senza aprire prospettive diverse e nuove. Dicono esattamente quello che volevo o mi aspettavo dicessero. nessuna scossa, insomma.

Ps
A volte una di queste condizioni interviene dopo che ho iniziato a condividere la lettura. Il risultato è un abbandono ingiustificato della stanza. Situazione che i timidi come me conoscono bene.

27 pensieri riguardo “Quando non parlo del libro che sto leggendo. Per diventare un lettore migliore”

  1. La paura di scrivere ovvietà, di cadere nel trappolone del banale, è sempre presente, credo in tutti coloro che scrivono dei libri “del canone” come dici tu, e non solo quelli. D’altronde detesto chi scrive cose originali solo per essere originale, magari forzando la situazione, solo per fare sfoggio di acume, talvolta solamente presunto.
    Detto così sembrerebbe che allora sarebbero molto rare le occasioni di scrivere di ciò che stiamo leggendo.
    Io credo che alla fine non sia così importante quello che scriviamo, parlando di libri, ma il come lo scriviamo: il sapere trasmettere con le parole la nostra passione di lettori, le nostre sensazioni, il nostro essere. Scrivere, ancor più di parlare, è relazionarsi con gli altri, volere condividere il piacere di una scoperta, trasmettere una sensazione, farne occasione di aprirsi nella speranza che altri si aprano altrettanto con te.
    Io non seguo decaloghi, non ho neanche letto quello che forse c’è, da qualche parte anche in questo blog, ma non mi interessa (nel caso ti prego di scusarmi). E sono un timido anche io. Ma proprio lo scrivere mi permette di trovare con calma le parole che in una discussione non sarei capace di trovare con la prontezza che a volte il discutere parlando richiede. mi permette di abbandonare la stanza se sento di non avere nulla da dire (nel senso di trasmettere), ma anche di tornarci in qualsiasi momento, per qualsiasi ragione.
    Poi spesso le mie saranno solo banalità. Forse anche ciò che sto scrivendo ora e che posterò tra una manciata di secondi è una banalità. Cerco di non curarmene. E premo “invio”.

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  2. @LuigiGavazzi
    Sono d’accordo sulla difficoltà che tu elenchi al terzo punto: non si è sempre in vena di darsi all’introspezione in pubblico e permettere, come scrivi tu, che gli altri vedano dentro. La lettura di un libro può smuovere tante cose, può indurre a consuntivi, a fare i conti con quello che è stato della nostra vita e i bilanci, anche quelli personali, non si ha sempre voglia di ostentarli in pubblico, soprattutto quando magari si chiudono in rosso: fallimenti, disillusioni, imprese neppure mai iniziate, per paura, per ignavia, orgoglio.

    Non possiamo dimenticare che molta parte del potere catartico del GdL dipende proprio dal fatto di saper tirar fuori i propri sentimenti (non sto scambiando il GdL per un gruppo di psicoterapia, ma che la partecipazione al Gdl possa far bene alla salute psichica, non lo affermo solo io). Talvolta, legittimamente, subentra il meccanismo frenante che dici tu che inibisce la condivisione; è una reazione psicologica che merita rispetto: non sempre siamo nella disposizione di spirito di mostrarci ad animo nudo; è pretesa legittima, tanto più se si scrive in rete.

    Per il resto, non mi trovo molto con il tuo elenco, anche perché, nel mio caso, la difficoltà più grande a condividere la lettura è un’altra e consta in quel sacrificio, non piccolo, di dover rinunciare a una porzione della mia possibilità di scelta (questo concetto non è nel tuo elenco di oggi, ma, da qualche parte, è scritto anche in questo Blog).

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  3. Il libro mette in luce una parte di me. Bloccato. Esternare te stesso è difficile, ancor di più’ attraverso il commento ad un libro che sembra parli di te. Buen camino, Alvin

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  4. L’imperfetta comunanza del dire e del sentire che si può verificare nell’incontro del gdl – certamente capita spesso a molti lettori “singolari” e lettori nei gdl – mi sembra un passaggio, un transito più o meno durevole, più o meno disagevole, ma comunque un aspetto così umano che dovrebbe essere accolto, dai partecipanti, come parte fondante del “corpo” del lettore, respiro, affanno, talvolta angoscia, impotenza, rifiuto. L’arte di ascoltarsi a vicenda si fa durante, ma anche prima e dopo l’incontro nel gruppo di lettura. Chi può avere l’esclusiva del consuntivo, del dare e del ricevere in fatto di lettura?
    Mi sembra molto interessante questo aspetto della comunanza che si costruisce quando si partecipa a un gdl: mi incoraggia a coltivare la pazienza, un esercizio che, sempre più, mi appare da apprezzare nell’esperienza della lettura, solitaria e condivisa.
    Quanto alla sindrome /timore della banalità : è un mostro con cui combatto in tante situazioni , senza averlo mai sconfitto, forse neanche scalfito. C’è una terapia? Grazie per i vostri pensieri.
    Bia

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  5. non so davvero se non parlare del libro che sto leggendo faccia di me una lettrice migliore.
    Certi libri – almeno per me – hanno bisogno che io scriva affinchè quello che ho provato, pensato, sentito possa prendere una forma di senso compiuto .
    Non penso sia così per tutti. Forse ho una certa familiarità con la scrittura che – obbligandomi a rileggere – mi obbliga anche a rifinire il pensiero e quello che volevo dire, o volevo far sentire ( a me stessa in primis). Vabbè ho scritto “per lavoro” per decenni, può darsi sa la mia forma di “pensare” ( per iscritto).
    Ma per me, parlare di un libro che mi è piaciuto, è spesso una festa a cui invitare altri lettori/altre lettrici, un magnifico party a cui sono capitata per caso e dove vorrei veder ballare, ridere, cantare bere mangiare e brillare centinaia di altre persone.
    Perchè la gioia va condivisa – se no pesa un po’ troppo a starsene lì tutta da sola.

    Altri libri ,invece, non si lasciano dire – non so se sono i migliori, certo sono libri complessi.
    Ho appena finito il primo volume della Recheche e non spiffero verbo, ben me ne guardo.
    Rimugino, rifletto, riecheggio, e avrei bisogno di confronti e voci… ma non ce ne sono ( oppure si, ma troppo dottorali…)

    Grazie @biancavi per quanto hai scritto qua sopra, mi è molto piaciuto ( ed è anche stato d’ aiuto)

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  6. @biancav
    Scusami, non ho compreso bene il primo periodo del tuo commento. Non sono sicura di avere capito cosa a tuo parere capiti spesso nei Gdl a molti “lettori singolari” e lettori: di non intendersi subito? Di nutrire qualche resistenza “a esternare se stessi”, come suggerisce AlVin e come intendevo anch’io?

    Non mi è chiaro, inoltre, a chi tu ti riferisca quando parli di “lettori singolari”, A mio parere, siamo tutti lettori singolari proprio in quanto lettori: ognuno di noi legge a suo modo, in maniera diversa da come leggerebbe un altro, e non sto solo riferendomi ai diversi gusti in fatto di generi.

    Vedo che metti sostantivo e aggettivo tra virgolette quindi può essere che tu voglia alludere a qualcuno in particolare.

    Ti ringrazio della risposta.

    Ciao,
    Mariangela

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  7. Rispondo, col piacere che mi danno i temi interessanti trattati con civiltà e intelligenza, al post di Luca Gavazzi; con l’occasione vorrei anche spendere due parole sul senso del mio distante (cioè che non ha manifestazioni “fisiche”) partecipare a questo blog fra appassionati di letture. “La lettura non è un’attività sociale”, dice Luca G.; concordo pienamente: la lettura è, per me, un piacere individuale e una ricerca personale, con la quale cerco di attingere a quell’”esplorazione dell’esistenza” (la definizione è di Kundera) che gli scrittori che più amo svolgono “per mio conto” e trasferiscono sulle pagine delle loro opere. E, a valle di essa, mi pare sempre (quando il libro merita) di risultarne arricchito di conoscenza e di intelligenza (in senso stretto, cioè di comprensione) dell’uomo e del mondo e delle straordinarie interrelazioni fra la storia e gli individui.
    Tuttavia, scambiare impressioni, segnalazioni e reazioni mi pare cosa grandemente utile, soprattutto in un mondo, quale è il presente, dove “l’offerta editoriale” è così ampia, diversificata e, talora, ingannevole, da rendere vantaggiosa la conoscenza dell’altrui esperienza nella scelta delle letture. Per questo, ho deciso di unirmi ai frequentatori di questo Gruppo di lettura, senza peraltro partecipare fisicamente (come dicevo sopra) a nessuna manifestazione “sociale” di questa comunanza di interessi, diversa, appunto, dalla lettura di post e dalla formulazione di qualche consiglio, basato unicamente sul mio personalissimo rapporto col libro letto.
    Allora, lo scriverne (dei libri), magari brevemente, senza scimmiottare i critici di professione ma senza alcun complesso (ripeto:senza nessun complesso) nei loro confronti, mi pare una conseguente opportunità, della quale sono grato a questo blog. Fra l’altro, da diversi anni, per me stesso (e per qualche amico che si fida dei miei consigli), tengo una breve memoria scritta dei libri letti (che sono tanti, perché sono un lettore…”compulsivo”) e dei miei “giudizi” sugli stessi. E questo, non solo per aiutare la memoria nel tempo, ma anche perché sono abituato, da sempre, a trovare nella scrittura un’occasione di sintesi e riordino delle idee. E poi anche per osservare,nel tempo, come cambiano anche i miei giudizi.
    Detto ciò, sarà facile comprendere come non abbia timore di dire ovvietà (perché non ho pretesa di obbiettività, ma solo di autenticità); e come non tema di scrivere “monologhi” (perché la “mia” impressione su un libro non può che essere un monologo, che forse a qualcuno potrebbe interessare e magari ai più non interessare; del resto di alcune segnalazioni lette su questo blog ho fatto tesoro, di altre no, come la libertà del mezzo consente).
    Poi, attorno a questo chiacchierare di libri, talora, si innescano (nel blog) fugaci tensioni, piccole polemiche, che magari non hanno a che fare coi libri: direi che non mi disturbano particolarmente, anche se la maggioranza di esse non le comprendo; e le considero un piccolo pedaggio da pagare al mezzo.
    Tutto qui. Se ho detto qualcosa che non va, sono pronto a subire reprimende, che spero siano tenui e caritatevoli. In fondo l’intento che ci muove a parlare di libri non è dei peggiori, fra quelli che circolano in questo mondo.
    FC

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  8. @Felice Celato

    Sono d’accordo su tutto. Ti sbagli solo su un punto: il nome proprio di Gavazzi è Luigi, non Luca. Fino a un certo punto, però, Luigi Gavazzi, giusto per complicare la vita ai neofiti del blog, si faceva chiamare Luiginter.

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  9. Questo confronto sul parlar dei propri sentimenti sui libri letti, amati e qualche volta perfino odiati,mi sembra così interessante e sincero che mi sento a mio agio. Felice Celato è uno che, per me , fa da equilibratore, così come anche Carloesse, che incontro sempre con rinnovato senso di benvenuto. Anch’io faccio tesoro dei pensieri di chi scrive qui, e, soprattutto, ho “bisogno” di comunicare con qualcuno il mio entusiasmo per una nuova lettura, e non ne ho mai abbastanza. Mi ha messo un pochino in ansia il tono un poco amletico di Luigi,ho sempre pensato a lui, in questi anni, come a un faro a illuminazione perpetua , e il live tremolio di lume mi ha pizzicato un pochino,.penso che tu Luigi, sia davvero una persona senza spocchia e sincera: mi piace dirti che mi fido di te. E che questa serie di interventi è davvero confortante.Al prossimo libro che cerco disperatamente.Sto incontrando una sfilza di delusioni,dopo la magnifica lettura di Guadalupe Nettel , Messicana, e il suo saggi-romanzo IL CORPO IN CUI SONO NATA- einaudi, di cui ho già parlato, nel vento.Un virtuale abbraccio a tutti voi e un sincero ringraziamento per esserci.

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  10. Ciao,sono d’accordo con @Mariangela ,se ho ben capito le sue parole.Quando un libro mi apre dentro,specie per delusioni ,fallimenti etcc,non voglio,non riesco a ‘svelare’ tutto quello a cui mi ha fatto pensare ed il commento -qui od a voce-finisce per non rispecchiarmi proprio,per essere ambiguo.Grazie per i vostri commenti ciao!

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  11. @maria-teresa

    Io ho espresso il mio parere, in generale, in merito a uno degli elementi che secondo l’elenco di Luigi possono fungere da deterrente al confronto aperto e sincero tra partecipanti di un GdL.

    Quella di chiudersi o di non esprimersi del tutto in merito a un testo che ci ha scosso profondamente, è una reazione che talvolta nei GdL in carne e ossa si avverte, ma posso dire che è un’atteggiamento che non mi riguarda in prima persona perché, per carattere, tendo ad essere istintiva, con i vantaggi e gli svantaggi che questo comporta per me e per il buon andamento della discussione.

    Non mi spingerei ad affermare che l’esito di questa ritrosia, di questa reticenza possa sfociare nell’ ambiguità, soprattutto se il commento è formulato per iscritto: come è stato sottolineato in diversi commenti, è proprio quando si sente l’esigenza di scrivere, di lasciare traccia della nostra lettura, che si cominciano a fare i conti, con l’autore e con le proprie sensazioni; in quella situazione mi risulterebbe arduo barare, salvo voler proprio ingannare se stessi come lettori e come individui.

    Ciao,
    Mariangela

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  12. cari tutti e tutte – una bella discussione,questa, che ci fa tornare al centro di noi stessi come lettori e lettrici, ma soprattutto come persone.
    Buon 25 aprile, giorno di grande importanza

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  13. @mariangela….
    credo di ben interpretare biancav …
    Cioè penso che IN QUEL SUO POST parlasse di lettore “singolare” ( singolo cioè) per metterlo in contrapposizione alla lettura “plurale” in un Gdl, dove si ,ognuno legge da SINGOLO , MA POI VIENE INVASO, insomma contaminato DAGLI ALTRI E – ALLA FINE – IL RISULTATO SARà DIVERSO…

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  14. @mariangela
    sì mi riferivo alla ritrosia e a tutte le varianti della sospensione della condivisione che ho sperimentato sia personalmente sia nei gruppi di lettura: mi scuso se posso essere apparsa oscura nel commento. Quanto alla espressione “singolare” riferita ai lettori: sì, hai capito benissimo: solo un tentativo di accentuare l’unicità di ogni lettore singolo rispetto al momento dell’incontro plurale nel gdl. Nessun riferimento particolare a tipologie o persone.

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  15. @biancav: grazie del chiarimento!

    @Luigi Gavazzi@Tutti

    Ho riflettuto anche su altre difficoltà dell’elenco di Luigi (su tutte, salvo che sulla seconda).

    Ho provato innanzitutto a immaginare la situazione prospettata all’ultimo punto: che un libro possa essermi piaciuto nonostante non abbia aperto nuove prospettive, è a mio parere una contraddizione in termini; mi pare anche poco probabile che io possa avere apprezzato un libro e non abbia nulla da dirne. È situazione che, semmai, può verificarsi quando il mio giudizio sul libro è appena sufficiente, oppure quando la lettura ha fallito e non ha lasciato impressioni di sorta.

    La preoccupazione di mostrare la propria ignoranza e quella di scadere nella banalità sono a mio parere due facce della medesima medaglia: in entrambi i casi non ci si sente sicuri e si teme il giudizio altrui. Anch’io, come Carloesse, temo maggiormente le astruserie e l’originalità a tutti i costi; non a caso, bizzarria forzata e “acume presunto”, per usare la sua l’espressione, vanno di pari passo con l’oscurità e la scarsa comprensibilità delle argomentazioni.

    È vero che, come mia mamma ha avuto modo di ripetermi tante volte, in certi casi il silenzio è d’oro, ma nessuna delle difficoltà trattate mi ha mai impedito, nei GdL in carne e ossa, di dire mia, alla mia maniera, in modo schietto e sincero.

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  16. La lettura è bella perché smuove qualcosa dentro di noi. Nel peggiore dei casi, ci dà conferme. Nel migliore ci “divide in due” come dice Luigi. O viceversa, come preferite. Credo che condividere non sia un obbligo. Certo è bello. Ma deve essere fatto a modo. Con persone aperte alla scoperta. Si può tentare, ma se non si trova una feritoia dall’altra parte, meglio smettere, per non sentirsi frustrati. Dentro di noi, qualcosa sarà successo di sicuro.

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