Il buon soldato Sc'vèik

L’attentato di Sarajevo secondo Il buon soldato Sc’vèik

Il buon soldato Sc’vèik di Jaroslav Hasek è fra i libri indispensabili sulla prima guerra mondiale. Lo è per vari motivi: per esempio perché usa l’umorismo, l’ironia malinconica e la mestizia sorridente per smascherare l’idiozia burocratico-militarista che portò l’Europa alla catastrofe.

Lo è perché è un romanzo pacifista, antimilitarista e antiautoritario il cui obiettivo principale però è il valore artistico e non il suo portato politico. E lo è perché è divertente, bello e trasmette una carica che potremmo tradurre in un “non lasciare che gli stronzi abbiano la meglio su di te”.

Hasek, che era di Praga come Kafka, aveva un’idea assai forte del pericolo che rappresentavano la burocrazia, le polizie, i militari, le spie, per gli individui e la società.

Ma Il buon soldato Sc’vèik è anche il romanzo che respira, senza  apparenti rimpianti ma con scettica nostalgia, la fine dell’Impero degli Asburgo.

Racconta la lotta di un ingenuo/furbo, presunto allevatore di cani, per sopravvivere alla Grande Guerra nella quale viene trascinato dalla chiamata – che raggiunge anche gli angoli remoti della duplice monarchia – dell’imperatore Francesco Giuseppe nell’estate del 1914.
Angelo Maria Ripellino nel suo Praga magica, ha scritto pagine indimenticabili su Hasek, la sua Praga e il suo soldato.

Sabato scorso, 28 giugno 2014, nel centesimo anniversario dell’attentato di Sarajevo che diede il via alla corsa verso la catastrofe, ho ripreso dallo scaffale questo irrinunciabile romanzo e mi sono riletto le prime pagine.
Il romanzo incomincia proprio introducendo il nostro eroe che conversa a proposito dell’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando.
È un dialogo di notevole umorismo ma che rivela anche in filigrana le implicazioni storiche di quel che la Grande Guerra, voluta anche dal governo imperiale, avrebbe causato all’Austria-Ungheria e all’Europa intera.

Sicché ci hanno ammazzato Ferdinando” disse la fantesca al signor Sc’vèik, che avendo lasciato da qualche anno il servizio nell’esercito per essere stato dichiarato idiota dalla commissione medica militare, ora viveva vendendo degli orribili cani, ibridi mostri pei quali compilava delle fittizie geneaologie.
Come se questa occupazione non bastasse, era affetto da reumatismi, e proprio in quel momento si stava frizionando i ginocchi con l’unguento di opodeldok.

“Quale Ferdinando, signora Müller?” domandò Sc’vèik senza cessare di massaggiarsi i ginocchi. “Io conosco due Ferdinandi: il primo è commesso dal droghiere Prušy, e una volta si bevve per isbaglio una bottiglia di lozione per capelli; e poi conosco anche Ferdinando Kókoška, che raccoglie lo sterco di cane. Per tutti e due nn sarebbe un grand male.”
“Ma nossignore: l’arciduca Ferdinando, quello di Kónopište, così grosso e cos’ religioso…”
“Gesummaria!” Esclamò Sc’vèik. “Questa sì che è bella! E dov’è che gli è capitata questa faccenda, all’arciduca?”
“Gli hanno sparato addosso a Sarajevo, con la rivoltella, signor mio, mentre se n’andava in automobile con l’arciduchessa.”
“Guarda un po’, in automobile, signora Müller. Un tale si permette l’automobile e non va certo a pensare che una girata in automobile vada a finir così male. E come se non bastasse ciò va a capitargli a Sarajevo, che è in Bosnia, signora Müller. La colpa non può essere che dei turchi. Noi abbiamo fatto proprio male a prender loro la Bosnia-Erzegovina. Chi la fa l’aspetti, signora Müller. Così ora il signor arciduca se la riposa nella pace di Dio. Ma ha sofferto molto?”

 

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