edward hopper, sunlights in cafeteria

Perché un gruppo di lettura dovrebbe essere “pubblico”

Tranquilli, nessuna pretesa di definire una legge di necessità. È piuttosto una questione di forza, di capacità di crescere, di essere aperti ad altri lettori, di guardare al futuro.
Per questo più volte abbiamo definito “pubblico” il gruppo di lettura migliore.

Cosa si intende con “pubblico”?
Due cose principalmente.
La prima riguarda la disponibilità, anzi la volontà, persino l’urgenza, di attirare nuovi lettori.

La seconda, strettamente collegata alla prima, riguarda il bisogno, la volontà di comunicare del gruppo di lettura: comunicare quello che legge, come lo legge, le differenti letture e interpretazioni che la lettura condivisa nel gruppo genera.

Ma se il gruppo di lettura non è pubblico che cosa succede?

La lettura è comunque una lettura condivisa. I punti di vista si confrontano ugualmente. Solo che fuori dal gruppo non se ne sa nulla, nessuno si sente invitato a farne parte. Visto da fuori, il gruppo di lettura è una nuvola di vapore indistinta: si sa che lì dentro leggono. E basta.

Insomma il gruppo è aperto solo in uscita: perché via via – quasi per fisiologia – i componenti del gruppo si riducono ed è quasi impossibile che arrivino lettori nuovi: sarebbe un po’ come provare a entrare – da estranei – in un salotto dove ogni giovedì pomeriggio si incontrano un gruppo di amiche per il tè.

Va da se che un gruppo di lettura che non sia pubblico merita tutto il rispetto.
Però vengono meno alcune caratteristiche importanti dell’esperienza migliore dei gruppi di lettura.
Inoltre suscita dubbi ancora più consistenti di opportunità, quando un gruppo di lettura incapace di essere pubblico è sostenuto e organizzato da una biblioteca di pubblica lettura.
Perché il sostegno comporta lavoro, uso di spazi pubblici, e attribuzione per estensione della caratterizzazione di “pubblica” propria della biblioteca. Quindi che fare se il gruppo non sa e non vuole essere pubblico in un contesto che invece lo è?

NOTA BENE: quanto espresso in questo post è un mio parere personale e non intende in alcun modo esprimere punti di vista e posizioni di alcuna biblioteche e dei rispettivi bibliotecari.

– Leggi anche: #COME CREARE UN GRUPPO DI LETTURA E FARLO VIVERE FELICE

17 pensieri riguardo “Perché un gruppo di lettura dovrebbe essere “pubblico””

  1. Beh, mi sembra abbastanza fuori discussione che un gruppo di lettura che si incontra in una biblioteca pubblica debba essere “pubblico”, dunque aperto a tutti e con una filosofia di base che sia quella della condivisione doverosa verso l’esterno. Immagino che se ci sono resistenze da parte di qualcuno in tal senso debbano essere superate. Che fare? Beh… In modo molto democratico…. io lascerei che quanti vogliono condividere le letture in piccoli gruppi, tra amici, in “privato” lo facciano nella loro massima libertà, ma a casa loro.🙂
    Farei invece crescere il gruppo di lettura in biblioteca con le caratteristiche che deve avere: apertura, condivisione, espansione, esternalizzazione… Chi non avrà piacere a farne parte, se ne andrà. Ma pazienza… è nelle cose. Trovo invece sbagliato che ad andare via debbano essere le persone che si affacciano a un gruppo di lettura in una biblioteca pubblica e trovano invece un ambiente che corrisponde più a quello di un salotto privato.
    Dunque… forza! Se il tuo problema, caro Luigi Gavazzi, si riferisce a situazioni reali… non resta che spingere l’acceleratore verso una giusta dimensione pubblica del gruppo di lettura! E dunque… buon lavoro!

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  2. La parte più interessante della scommessa dei gruppi di lettura riguarda proprio la volontà di condividere un’attività che è, e deve rimanere, individuale, solitaria, privata. I gruppi di lettura hanno contribuito a destrutturare potentemente l’opposizione pubblico/privato, facendola uscire dai cliché che la tenevano prigioniera, e le biblioteche si sono trovate nella esaltante condizione di essere un servizio pubblico che fornisce un piacere privato. Siamo nel regno del terzo, che questa volta, per fortuna, si dà.

    Questo per dire che il tema che il gruppo di lettura di Cologno (insieme ad altri) sta dibattendo, e a cui Luigi si riferiva nel post, è perfettamente legittimo, centrato, puntuale. Ancora una volta nei GdL si lavora spostando le frontiere del senso comune e della stessa teoria della lettura. Noi sappiamo (sulla nostra pelle) quanto la “sfera pubblica” possa incombere sulla lettura e condizionarla. Tanti traumi di lettura originano dalla sua istituzionalizzazione.  Per questo preferiamo parlare di lettura “condivisa”. Ma la domanda che poniamo ai nostri compagni di lettura dentro i GdL è questa: possiamo ritenere indifferente il futuro della lettura e degli stessi GdL? Possiamo accontentarci di dire: mi piace leggere e discuterne qui tra voi, e il resto non mi riguarda? O fare come se non ci riguardasse? Possiamo allontanare come estraneo il problema della riproduzione e disseminazione della lettura, della “restituzione” e comunicazione del lavoro di lettura fatto dal gruppo, della capacità dei gruppi di fare rete, della mutazione digitale?

    Io, come Luigi, penso di no. Penso che se non leggiamo anche di questo, la nostra lettura più che condivisa è divisa. Se il gruppo è solo il luogo dove ci raccontiamo le nostre letture (come deve continuare ad essere), e fuori accada quel che accada; se non ci poniamo il problema di come il gruppo può crescere, può contagiare altri lettori, stiamo venendo meno a quello che è stato uno dei principali fattori di sviluppo di questa esperienza. Oggi i GdL, anche in Italia, sono entrati in una fase di “maturità”: non sono più poche decine di pionieri, sono almeno un migliaio, molto diversi tra loro, e c’è anche l’esigenza di sapere quello che il GdL vicino sta facendo, leggendo e pensando. La maturità può essere una brutta malattia, sicuramente è foriera di dubbi che prima stavano acquattati nell’entusiasmo dei primordi. Ma non si può far finta che tutto sia come prima.

    Nell’ultima riunione del GdL di Cologno una stupenda e storica lettrice del gruppo ha detto cose molto vere che si potrebbero estremizzare e condensare così, nella mia personale e deformante interpretazione: “ma perché io – che sono qui per leggere e per dirvi quanto la lettura mi faccia vivere/gioire/soffrire – dovrei occuparmi di comunicazione, di restituzione, di organizzazione?” Ha ragione, e nessuno di noi potrebbe chiederle questo, anche perché la critica della comunicazione e del mercato economico e simbolico è parte del nostro stesso modo di leggere. Mi sentirei però di chiederle: tu dimmi se nella tua lettura qualcosa non è modificato dalla prospettiva e dalla possibilità che un altro – oggi, domani – possa leggere come tu leggi. Kantianamente: leggi come se la tua lettura potesse valere come massima per una lettura universale. E qui ci perdiamo.

    Una soluzione imperfetta e provvisoria potrebbe essere quella di incaricare la biblioteca – come agenzia, appunto, “pubblica” – di comunicare, pubblicizzare, massimizzare i risultati del lavoro “privato” del gruppo (tacendo delle altre gatte da pelare che hanno in questo momento le biblioteche). Attenzione, però, a non riprodurre la dicotomia. Attenzione a non delegare. Attenzione alle logiche di rappresentanza. Attenzione a non creare una separazione, tra lettori e bibliotecari, che proprio i GdL hanno felicemente smantellato.

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  3. @LucaFerrieri @Luigi Gavazzi @Blackswan76

    Chiedo scusa per la franchezza, ma sono una che va giù piatto, quando non capisco, a costo di fare la figura della tonta, devo chiedere: avevo creduto di comprendere l’articolo di Luigi e di condividere appieno il conseguente commento di blackswan76, ma dopo il tuo intervento @LucaFerrieri, dico la verità, non sono più così sicura di avere colto il nocciolo della questione.

    Che il GdL debba essere pubblico, aperto a tutti e disponibile ad accettare i nuovi arrivati, non ci sono dubbi: è proprio per questo motivo che fatico ad immaginare un GdL (che meriti questo nome) lontano dalle biblioteche pubbliche e senza quella figura fondamentale che è il bibliotecario moderatore. A maggior ragione il GdL deve essere pubblico se si avvale della struttura e delle competenze di una biblioteca comunale pubblica.

    Commentando (alla mia maniera) un libro della tua collega Maria Stella Rasetti, dicevo la mia (tanto per non stare zitta) sul volontariato in biblioteca. Anche qui, faccio fatica ad immaginare la conduzione di un GdL completamente affidata a un volontario o a un soggetto magari non temprato a quelle regole di pubblicità, di laicità e di apertura che io lego necessariamente alla biblioteca pubblica (ti immagini i GdL affidati a un bel gruppo di quartiere? Quale conventicole ne scaturirebbero?)

    Come ho già scritto in risposta ad un altro articolo di Luigi, le voci che lui definisce “eretiche” non hanno sempre vita facile, anzi, può capitare che, chi va fuori dal seminato, chi pone qualche dubbio sulle abitudini del Gdl, chi riporta esperienze fatte altrove, chi avanzi timide e ragionevoli proposte di cambiamento, sia perlopiù visto come un intruso o comunque come un elemento estraneo. In questo caso la vita facile non ce l’ha neppure il bibliotecario moderatore che è costretto a ballare sulle uova per tenere assieme il gruppo.

    Tu scrivi – ed è qui che entro in crisi, per un limite mio, ma c’è una residua infinitesimale possibilità che la mia non comprensione dipenda dall’eccessivo ottimismo del tuo discorso, quindi vale la pena indagare – che i GdL dovrebbero fare rete, informarsi su quello che sta succedendo negli altri GdL, contagiare gli altri lettori, preoccuparsi di far conoscere al mondo il frutto delle discussioni del Gdl; auspichi, insomma, non solo la massima permeabilità nel Gdl, ma anche tra Gdl. L’assolvimento di questo impari compito, in via provvisoria, lo affideresti alla biblioteca pubblica, ammonendo però i lettori partecipanti di non delegare troppo ai bibliotecari, in una parola, di rendersi anche loro parte attiva di questo processo di scambio e di diffusione della lettura.

    Luca, se non avessi capito niente di quello che intendevi scrivere, risparmia il tuo prezioso tempo e ignora questo commento, se avessi azzeccato qualcosa della tua ambiziosa proposta, e se questa fosse anche l’ambizione del Gdl di Cologno, fammi un cenno; in questo secondo caso non mi rimarrebbe che comprare un biglietto ferroviario, prenotare un hotel per la notte successiva, intraprendere un lungo viaggio, e venire un giovedì sera al Gdl di Cologno Monzese!

    Ciao,
    Mariangela

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  4. Cara Mariangela, sì, forse sono stato troppo ottimista e ambizioso, ma questo è più o meno quello che intendevo. D’altra parte che le biblioteche non possano più coordinare e assistere in toto le attività dei GdL, discende anche dal loro stato di difficoltà e dai numerosi fronti su cui sono e sempre più saranno impegnate. Che non lo debbano fare deriva invece dalla mia idea di autonomia dei GdL. Il rapporto tra biblioteche e GdL è importante, ma non esclusivo, sostituivo e vincolante. La necessità di fare rete, di comunicare, di attrarre nuovi lettori, ecc., è certo espressione della specifica vocazione e ruolo della biblioteca, ma riguarda e coinvolge il “movimento” dei GdL in quanto tali. E credo che un salto, di protagonismo e responsabilità, si renda necessario.
    Se ho confuso le idee chiedo scusa. Pronti e felici di ospitarti per una trasferta colognese, anche se certo non potrà dissipare tutte le tue ragionevoli perplessità…

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  5. @Blackswan76, @Mariangela @ Luca Ferrieri: intanto grazie per aver raccolto con slancio e passione questo argomento che giudico davvero importante per questa splendida idea/prassi dei Gruppi di lettura.

    Il fatto che il gruppo di lettura dissemini la sua attività, contagi altri lettori, si faccia conoscere “pubblicamente” è un fattore decisivo per la salute di questo miracolo della lettura “condivisa” (un atto privato che diventa anche discorso _per_ altri e _insieme_ con altri, dentro il gruppo e poi si fa discorso pubblico, fuori dal gruppo).

    Credo che nei prossimi mesi il gruppo di lettura di Cologno, grazie anche alle discussioni al suo interno su questo tema, saprà sorprendere per l’equilibrio che raggiungerà fra le varie istanze espresse (condivisione, piacere della lettura privata, contagio…). E naturalmente accoglierà con piacere e gratitudine tutti coloro che vorranno condividere.
    Stateci vicini e vedrete.

    per ora ciao a tutti

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  6. @ Luca Ferrieri @Luigi Gavazzi @ Biancav @Blackswan76

    Dopo lungo indugio mi decido a scrivervi per ricollegarmi a quanto espresso da @Luca Ferrieri nei suoi commenti del 27 luglio in merito alla necessità che i Gdl acquisiscano autonomia dalle biblioteche.

    Sulla capacità di un GdL di autogestirsi senza l’aiuto di un bibliotecario moderatore ho già espresso i miei dubbi, ma c’è un aspetto, forse più stringente, rispetto al quale mi piacerebbe sentire la vostra opinione: può un GdL sopravvivere in una sede che non sia la biblioteca pubblica mantenendo le sue caratteristiche di ricettività e apertura?

    Mi chiedevo: ammesso e non concesso che l’autogestione funzioni, come si potrà assicurare la libertà di nuovi ingressi se gli incontri del Gdl si svolgeranno in un bar, in un’abitazione privata o in un locale affittato per l’occasione? La libertà in entrata (intendo la parola “entrata” in senso quasi letterale: l’individuo che ha sentito dell’iniziativa del GdL, passa di lì ed entra in biblioteca per unirsi a un gruppo di persone che non ha mai visto prima) assicura a chiunque la possibilità di partecipazione e comporta la presenza simultanea, nel gruppo, di individui molto diversi tra loro. L’eterogeneità di composizione del Gdl può rendere la gestione del gruppo talvolta difficile, può far sì che la discussione sia un po’ caotica, ma un GdL è proprio della disomogeneità dei propri partecipanti che si nutre, il suo punto di forza sta proprio nella loro diversità di provenienza, di cultura, di estrazione sociale, di istruzione. È esattamente questa la circostanza che rende (o dovrebbe rendere) la partecipazione a un GdL una pratica sociale che va al di là della discussione del libro: un esercizio di tolleranza, di adattabilità, di convivenza, esercizio sicuramente difficile, proprio perché legato ad un’attività pervasiva e intima come la lettura.

    Lontano dalla biblioteca i Gdl potranno trasformarsi in gruppi magari più raffinati, sotto il profilo letterario, forse più efficienti e meno dispersivi, dal punto di vista della discussione, ma i lo meccanismi d’entrata saranno sicuramente più escludenti e selettivi; pur volendo continuare a chiamarli gruppi di lettura, bisognerà ammettere che si sarà davanti a qualcosa di molto diverso rispetto al Gruppo di Lettura ospitato da una biblioteca pubblica.

    Il succo del discorso è in pratica questo: se proprio i GdL devono imboccare la via dell’autonomia come suggerisce @LucaFerrieri (sul successo dell’autogestione è giusto sperare, ma ci vuole una buona dose di ottimismo), ci si dovrebbe battere, tutti, perlomeno perché continuino, pur senza il supporto del personale bibliotecario, a godere dell’ospitalità delle biblioteche, pena, a mio parere, trasformarsi in circoli privati, magari nobilissimi sotto il profilo umano e culturale, ma più elitari e meno aperti verso l’esterno.

    Capita anche alle madri esasperate di sbraitare al figlio “come ti ho fatto ti disfo!”, ma l’ira delle madri generalmente sbollisce in fretta e finisce che le loro creature le madri le crescono e le accompagnano per mano verso la maturità.

    Ciao a tutti,
    Mariangela.

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  7. Cara Mariangela, grazie per essere tornata sull’argomento sviluppandolo ulteriormente. Intanto chiarisco che non intendevo affatto sostenere che le biblioteche debbano chiudere le loro porte ai GdL ma esattamente il contrario: penso infatti che debbano ospitarli, aiutarli e sostenerli anche senza necessariamente organizzarli e coordinarli. Insomma, dovrebbero farsi carico della loro accoglienza e della loro “gemmazione“, insegnando loro anche a camminare “con le proprie gambe” (se vogliamo utilizzare la tua metafora della maternità e della crescita).

    Questo significa che le biblioteche devono diminuire il loro interesse e impegno verso i GdL? Anche qui: il contrario. Significa che deve venir meno la connotazione “pubblica” dei GdL? (intesa come apertura verso l’esterno, libertà e comodità di ingresso e di uscita, e, soprattutto, partecipazione a un più grande movimento verso la affermazione della lettura e cultura come beni comuni). Il titolo e il contenuto del post di Luigi chiariscono molto bene che l’intenzione è l’opposta.

    I punti che invece volevo sottolineare sono principalmente due:

    a) occorre avere una nuova concezione sia del “pubblico” (ossia della sfera pubblica) che della biblioteca. Il pubblico non è più né solo ciò che è opposto al privato (alla sfera privata). Tra il pubblico e il privato c’è il “comune” (vedi beni comuni), che è terzo tra i due, e i GdL sono l’espressione della lettura in comune, “condivisa”, che non è né quella pubblica né quella privata. La biblioteca si sta trasformando: le cose di cui si occupa sono sempre di più e non è l’unica agenzia che se ne occupa. In ogni campo trova interlocutori, competitor, alleati, nemici. Deve distinguerli e distinguersi, confrontare e confrontarsi. Deve essere sempre di più luogo della conoscenza diffusa, riconoscibile e accogliente. Non solo non può più farcela (“fisicamente”) a coordinare, seguire, allattare tutti i GdL che dal suo seno potrebbero nascere. Non “deve” più farlo, perché anche i suoi compiti sono mutati e in un certo senso anche più impegnativi.

    b) la forza e la potenzialità dei mille GdL che sono cresciuti intorno alle biblioteche (questa è una stima, perfino prudenziale, del loro numero) non possono più rimanere chiuse al loro interno. Le biblioteche non hanno più muri, né in entrata, né in uscita. Negli Usa i GdL sono nati fuori dalle biblioteche e poi, in qualche caso, le hanno coinvolte e incontrate. In Italia il cammino è stato l’inverso. Ma ora i GdL devono impattare l’esterno (questa è la “maturità”): il mondo dell’editoria, dell’autopubblicazione, della proprietà intellettuale, dello scrivere, del leggere e del far leggere, la società dello spettacolo, il mondo dei maker, degli hacker, della digitalità, delle narrazioni, dei saperi critici. Dal loro specifico angolo di osservazione, senza rinunciare al loro taglio. Già la sola esistenza dei GdL è un messaggio, in certo senso un atto di accusa, una chiamata di responsibilità. Occorre indirizzarlo, nel senso letterale del termine: inviarlo al destinatario. E’ un compito difficilissimo: un fallimento riporterebbe i GdL alla fase pionieristica e larvale, oppure spianerebbe la via alla loro “produzione industriale”, alla immissione sul mercato, con un cambio di segno.

    Biblioteche e GdL, infatti, hanno in comune un altro aspetto: quello di essere un movimento: un movimento carsico che forse ora si avvicina a una fase di emersione. Quest’emersione infatti è resa quasi obbligata dalla necessità di prendere una boccata d’aria prima di immergersi a capofitto nella mutazione.

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  8. @Luca Ferrieri @Tutti
    Ti ringrazio moltissimo per la risposta; le tue precisazioni mi hanno fatto capire che gli obiettivi di cui parli (quelli che i GdL dovrebbero cercare di raggiungere con l’aiuto delle biblioteche) sono anche più ambiziosi di quanto avessi intuito dai tuoi precedenti commenti.

    Su tutto quello che scrivi, soprattutto sulle affermazioni del punto B, mi riservo di riflettere e di tornare a porti qualche domanda.

    Ciao,
    Mariangela

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  9. @Luca Ferrieri @Luigi Gavazzi @ Biancav @Blackswan76 @Tutti

    @Luca Ferrieri, scrivi che a tuo parere i GdL sono ormai maturi per l’emersione verso l’esterno e che, con l’aiuto delle biblioteche, dovranno saper impattare una serie di ambiti dove potranno dare il proprio originale contributo senza rinunciare alla propria visuale, vale a dire, penso si potrebbe dire, senza abdicare alla propria autonomia. È uno snodo cruciale di cui anche tu non nascondi il rischio di regressione o di conglobamento nel mercato.

    Per esigenza di chiarezza, ho voluto contare tutti gli ambiti da te citati e ne è scaturito un elenco puntato di undici punti:

    1. il mondo dell’editoria,
    2. dell’autopubblicazione,
    3. della proprietà intellettuale,
    4. dello scrivere,
    5. del leggere e del far leggere,
    6. la società dello spettacolo,
    7. il mondo dei maker,
    8. degli hacker,
    9. della digitalità,
    10. delle narrazioni,
    11. dei saperi critici.

    Tolti i punti 4 e 5 e il punto 1, quello che riguarda i rapporti con l’editoria, di cui ci avevi già parlato nell’articolo “Ceci n’est pas un GdL”, tutti gli altri punti mi mettono in difficoltà; mi verrebbe da chiederti: cosa diamine dovrebbe fare un GdL nell’ambito della digitalità e in quello dei saperi critici? E nel mondo dei maker e degli hacker, quale impresa dovrebbe saper affrontare?

    Salvo tu non ritenga che il mio disorientamento dipenda da cattiva informazione (può essere che sul blog ci siano articoli che io non ho letto) o da scarsa immaginazione e comprendonio (in questo ultimo caso non ti fare problemi a cassare la risposta), devi armarti di santa pazienza e spiegarci, un po’ alla volta, magari dedicando un articolo ad ogni punto, quali sono gli scenari che secondo il tuo parere potrebbero aprirsi ai Gdl. Mi rendo conto che ti sto chiedendo una summa theologiae, ma oramai che ci hai incuriosito …

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  10. Ah, la vertigine delle liste (e dei cataloghi…)! Va bene, ci provo, però a puntate. E comunque sappi che il mio procedere argomentativo accumulatorio potrebbe non reggere a una sana (?) dissezione analitica. Perciò chiedo scusa anticipatamente.

    La puntata di stanotte è quindi la 3: proprietà intellettuale. Può forse un GdL (e un lettore di GdL) ignorare o trascurare del tutto le lesioni inferte all’opera e al diritto di lettura dallo sfruttamento della proprietà intellettuale? Certo che può, anzi deve, perché nell’agone di lettura (nel suo acme estetico) sarebbe un pazzo bibliocida chi si fermasse a ragionare sulla c del copyright. Ma poi? Nel momento di assimilazione, manducazione, ponderazione, bilancio e sbilancio della lettura (ossia nel suo momento etico-politico), come può la lettura, sia pure in modo tutto suo, né caritatevole né proselitistico, non farsi carico anche delle ragioni e dei torti di chi della lettura è privato? Non domandarsi perché un libro sparisce dai banchi e dai cataloghi, perché diventa un desaparecido, perché invece altri ne prendono il posto, e quali sono le leggi della selezione artificiale dei libri, e quali le cause di morte naturale, e come si costruisce un successo letterario, e chi ci guadagna, e come la merce penetra dentro la scrittura, e perché gli editori (certi editori) pensano che un prestito (in biblioteca) fa concorrenza all’acquisto (in libreria), e perché tanti grandiosi autori sono morti in miseria mentre i loro nipoti che non sanno scrivere vivono di rendita, e perché per settant’anni (dalla morte dell’autore) un libro deve essere sequestrato da qualcuno che non è l’autore, e perché le biblioteche avevano (hanno?) reparti di libri sottratti all’uso pubblico (detti inferni), perché esisteva ed esiste la censura, che una volta uccideva il libro in culla e oggi invece è prenatale, e perché una volta i libri erano cathenati e oggi gli ebook sono imprigionati nei DRM, eccetera eccetera (tirare il fiato).

    Ecco, io penso che a chi legge e condivide la lettura, leggendo e condividendo vengano in mente tante domande del genere.

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  11. @Luca Ferrieri
    Ti ringrazio per la prima puntata dedicata al punto 3 “Proprietà intellettuale”. Sugli altri punti, per le mie capacità di assimilazione, e per non rubarti ore di sonno per due notti di fila, tornerei con calma, a breve, con altre puntate su questi schermi.

    @Luigi Gavazzi
    Penso che in questo articolo cadrebbe come il cacio sui maccheroni un link (già presente sul blog, ma da un’altra parte e non più attivo) che rimandi a un libro disponibile “on line”:

    • Luca Ferrieri, “Il lettore a(r)mato: vademecum di autodifesa”.

    Non è un libro recente, ma a mio parere è ancora attuale e per certi versi è propedeutico al nostro argomento sui GdL. Io non so linkarlo.

    Ciao a tutti,
    Mariangela.

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  12. @Luca Ferrieri @Tutti
    Per quando potrai e vorrai rispondermi, ho pensato al titolo della seconda puntata che potrebbe essere, vista la probabile contiguità (in realtà non ne sono certa, è in parte l’oggetto della mia domanda) con l’argomento della “Proprietà intellettuale”, “GdL e mondo degli Hacker” (punto 8).

    Premetto, infatti, che non sono sicura dell’accezione che devo dare alla parola Hacker, sicuramente non quella esclusivamente negativa spesso divulgata dai media: l’hacker non è il pirata informatico, colui che attenta alla sicurezza delle reti telematiche per fini criminosi; se non ho capito male, il mondo hacker si batte per la libertà di pensiero, per la riforma della proprietà intellettuale, per la diffusione dell’innovazione nel mondo sociale e, contrariamente a quanto si potrebbe credere, per la protezione della privacy contro l’invadenza dei poteri forti. La filosofia hacker è stata talvolta definita con espressioni come “Electronic civil disobedience”, “Liberation technology” e “Digital resistance” e potrebbe venire riassunta, in definitiva, in una sorta di “resistenza telematica” nella società connessa.

    Se questo è il significato corretto del termine hacker, riesco ad intravvedere i collegamenti (teorici) con quanto detto nella puntata “proprietà intellettuale” e su tutte quelle domande che a tuo parere il GdL si pone al proposito, ma mi spieghi – ammesso che i presupposti siano giusti – quale concrete possibilità avrebbe un povero pellegrino di gdllista di interagire con l’ambiente degli hacker dove la competenza informatica non è un aspetto secondario?

    Ciao,
    Mariangela

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  13. Cara Mariangela, sono molto contento perché la seconda puntata l’hai svolta tu e a me rimane solo da aggiungere qualche chiosa.
    L’accostamento, per me, si basa sul fatto che esistono alcune analogie tra l’etica del lettore – come la definisce per esempio Ezio Raimondi – e l’etica hacker – come la definiscono Steven Levy oppure Pekka Himanen. Entrambe infatti si fondano sulla condivisione, sul piacere del progetto (questo il significato originario e gergale di “hack”), sull’approccio diretto e sperimentale, sul “decentramento”. Cerco di spiegare meglio, anche se in breve.

    Condivisione: per il lettore del GdL è la lettura condivisa, per l’hacker è l’apertura del codice (hai ragione: alla base c’è una identica visione della proprietà intellettuale). Anche il rapporto tra solitudine e comunità è molto simile: nel chiuso della sua stanza il lettore si confronta con la comunità dei lettori passati e futuri (la sua è una solitudine che connette) e allo stesso modo lo smanettone, il nerd, l’hacker, mentre corrono veloci sulla tastiera sentono pulsare la rete sotto le loro dita.

    Hands on. Metterci su le mani è uno dei principi dell’etica hacker e i GdL questo fanno, smontando e rimontando i libri attraverso la loro lettura condivisa. E’ comune l’approccio sperimentale, antidogmatico, giocoso, intellettualmente curioso e libero. Molto spesso gli hacker che sbloccano il software di avvio dei telefonini (il boot loader)lo fanno anche per il gusto della sfida, oltre che per permettere ad altri di “cucinare” nuovi e più avanzati sistemi operativi, non più proprietari. Alla faccia dei sostenitori dei brevetti e del copyright, gran parte dei progressi in informatica sono dovuti a scoperte del software libero. I GdL a volte (non sempre…) fanno lo stesso lavoro quando “sbloccano” i meccanismi chiusi e autoreferenziali che presiedono alla creazione dei testi letterari e li aprono, li mettono a disposizione, li spazzolano contropelo con l’applicazione del pensiero laterale e inventivo.

    Decentramento per l’etica hacker è il principio che impegna alla lotta contro il centralismo e l’autorità. Spostare il centro del problema e dubitare dell’autorità fanno tutt’uno. In analogia anche la lettura del GdL è una lettura de-centrata: agisce ai margini e valorizza ciò che è scritto ai margini: il commento, la critica, l’esclamazione, il silenzio dello spazio bianco che circonda il testo.

    Ovviamente, come hai detto molto bene tu, Mariangela, l’hacker non è il cracker o l’untore di virus informatici, come per lungo tempo è stato inteso nel senso comune e nella visione interessata dei responsabili della sicurezza informatica, oltre che di molti organi di stampa. Il gesto più emblematico del mondo hacker è forse ancora quello del Computer Chaos di Berlino che, nel 1981, per dimostrare la fragilità e la tracotanza dei sistemi informativi delle banche, e la fallacia del determinismo tecnologico, spostò 134.000 marchi da una banca tedesca e il giorno dopo li restituì in conferenza stampa.

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  14. @Luca Ferrieri @Tutti
    L’argomento più prossimo ai discorsi svolti finora è a mio parere quello rubricato al numero 11 “Saperi critici”: è l’oggetto della mia domanda (e, per quando puoi, della prossima puntata).

    Premetto che per come lo intendo io, il sapere critico (il singolare mi torna più accessibile: c’è differenza?) è quell’atteggiamento dialettico che promuove il ragionamento e che consta nella pratica, di socratica memoria, di interrogarsi e di mettere in dubbio tanto i nostri più solidi convincimenti quanto i dogmi e la tradizione.

    Dovessi attingere da un testo per un approfondimento sull’argomento, sarei tentata di rivolgermi al libro della Nussbaum “Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica” (il libro non l’ho letto, ma l’istinto di lettrice, dopo una ricerca in rete, mi ha portato a questo titolo). Approfitto per chiedere a te e agli altri: voi l’avete letto? È attinente a quanto intendevi con “Saperi Critici”?).

    Se le premesse sono accettabili, non ci rimane (si fa per dire) che tornare alla realtà concreta dei GdL. Certo, se la disposizione di spirito del partecipante è quella che mi spiegavi le scorse volte, riesco ad immaginare che sarà portato a porsi in modo critico rispetto al libro, ai meccanismi di produzione editoriale, all’autore, che tenderà a rifiutare qualsiasi imposizione culturale, latente o manifesta, in breve, che del libro saprà riconoscere le trappole e le blandizie.

    Ma, ti domando, e spero che la mia domanda non ti avvilisca più di tanto: non stiamo pretendendo troppo da questi poveri gdllisti? Per come lo descrivi tu, il partecipante è qualcosa a metà strada tra il martire della lettura e il resistente, un miscuglio di indomito anticonformismo e affinato senso critico. Non stiamo aspettandoci troppo da chi, tutto sommato, vuole solo passare un paio d’ore in compagnia?

    Ciao,
    Mariangela

    Mi piace

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