Parlare dei libri

“A volte è inutile parlare dei libri letti: sarebbe un monologo. Se gli interlocutori non conoscono l’autore, o quell’opera, finisci col tacere”

Edward Hopper, Sunday, 1926
Edward Hopper, Sunday, 1926

Alcune settimane fa mi sono fatto prendere la mano da una sorprendente necessità di definizione: volevo chiarire quando pensavo fosse il caso di parlare di un libro letto e quando, invece, fosse il caso di lasciare perdere.

Credo si trattasse, almeno in parte, di giustificare i miei frequenti, troppo frequenti, silenzi e di rivendicare un diritto ad avere anche una lettura solo per se stessi, oltre che una lettura che serve soprattutto per preparare altre letture o per colmare lacune.

Ieri però, rileggendo quelle parole, mi sono trovato a pensare che forse avevo dimenticato un fatto fondamentale e semplice che spesso rende il resto del ragionamento superfluo: il più delle volte è inutile parlare dei libri letti perché rischiamo di esprimerci in un monologo.

Lo stesso libro

Il che implica che partiamo dall’assunto che conversare di libri è soprattutto parlare, almeno in due, dello stesso libro. (Lasciamo qui in ombra, invece, il discorso sui libri tipico di chi consiglia libri ad altri, discorso in effetti piuttosto importante e che comporta questioni e rischi differenti).

Perché, a meno che non si aspiri a ipnotizzare il nostro interlocutore, o che alcuni di noi si sentano straordinari narratori (il che è possibile, in effetti), è arduo credere di poter interessare qualcuno che non ha mai letto l’autore e il libro del quale vorremmo dire i nostri pensieri.
E, non so se siete d’accordo, è ormai statisticamente difficile incrociare persone che abbiano letto lo stesso libro. (Variante: che abbiano letto lo stesso libro e che questo libro si presti alla conversazione).

Non certo perché le letture che si scelgono siano elitarie, piuttosto perché le nostre letture sono così varie e la disponibilità di autori e titoli di libri – ma anche di articoli di riviste letterarie, di storia, di filosofia, di qualsiasi argomento ci interessi, soprattutto sul web – è tale che se non ci si mette d’accordo prima (per esempio dentro un Gruppo di lettura) il caso deve esserci davvero amico per farci incrociare qualcuno che ha letto il nostro stesso libro.

Un cenno di assenso

Certo, diciamo che se si tratta di un Pirandello, di un Tolstoj o di un Philip Roth le possibilità aumentano notevolmente. E questa possibilità di conversazione forse contribuisce a spiegare perché i “classici” – qualsiasi sia la definizione di classici – continuano a essere letti così tanto. Ma per il resto, per la letteratura contemporanea e ancor di più la saggistica, siamo davvero nelle condizioni di lettori che parlano a vuoto, al massimo parlano a interlocutori educati che qualche fanno qualche domanda, oltre al monosillabo di assenso.

La Storia, Le Correzioni

Per la verità, a far emergere questo pensiero ha contribuito lo scrittore inglese Tim Parks che in un articolo sul blog della NewYork Review of Books di qualche giorno fa si è occupato proprio di questa faccenda: il numero sempre più piccolo (la quasi scomparsa, diciamo) di titoli di cui tutti parlano, conversano. Quello che nella seconda metà Settecento inglese fu a lungo Tristram Shandy, nell’Ottocento fu Tess dei d’Ubervilles. Oppure qualche anno fa fu Le Correzioni di Jonathan Franzen. E aggiungo io, in Italia fu ancora negli anni Settanta, La Storia di Elsa Morante, uno fra i tanti.

Forse questo ruolo oggi passato alle serie tv. E chiunque frequenti luoghi dove ci siano varie classi di età potrà notare come solo House of cards o The walking dead abbiano ancora questa forza (osservazione che non implica nessun giudizio di valore, in un senso o nell’altro).

Murakami

Anche per questo, forse, stanno diventando così comuni i gruppi di lettura. D’altra parte anche questo blog può essere considerato a suo modo, una piccola eccezione.
Come nota Parks, forse lo scrittore contemporaneo che ancora riesce a far parlare di sè generando una vera conversazione è Murakami Haruki.

Ho letto solo due libri di Murakami e per ora non ne sento la mancanza. Parks però ci offre una risposta abbastanza convincente sul perché la sua scrittura sappia far parlare le persone: perché invariabilmente tiene al suo centro il dilemma e la fatica contemporanea di trovare un equilibrio fra le relazioni affettive che rendono la vita intensa e la propria indipendenza e identità; tra il timore di essere sopraffatti dagli altri e la paura di restare soli.

Ma davvero si parlava di Siddharta?

Un punto di vista che mi pare interessante e che aiuta a spiegare perché sia tanto apprezzato, specialmente fra i giovani.
Mi ricordo che negli anni settanta si pensava che Hesse avesse questa capacità di farci conversare. Non so però se ci riuscisse veramente. Ho ricordi che transitano dalla convinzione che si parlasse veramente di Siddharta o di Narciso e Boccadoro ad altri che mi fanno pensare che invece ci limitassimo a domande generali su chi avesse o meno letto lo scrittore tedesco.

Un abbraccio a tutti

PS  Invito a votare per contribuire alla scelta dei primi quattro libri del Gruppo di lettura di Cologno Monzese dedicato a “Leggere il XXI secolo”. Invito che vale anche per chi non leggerà mai quei libri né tanto meno interagirà mai con il Gruppo, nemmeno a distanza. Se invece oltre a votare vi interessa partecipare in una qualche forma, avrete presto notizie sulle date e i libri.

9 pensieri riguardo “Parlare dei libri”

  1. Luigi come sempre mette il dito nella pagina.
    Aggiungo qualche osservazione. In un’epoca in cui l’abitudine alla conversazione è in difficoltà (mentre non a caso imperversa la chiacchiera), in cui si assiste alla fine del consiglio, come diceva Adorno, è importante che i gruppi di lettura riabilitino questa pratica. Oggi “i libri di cui parlano tutti” rischiano di essere solo quelli di cui si parla in qualche trasmissione televisiva, o che sono scritti da qualche uomo di spettacolo o di politica dello spettacolo.
    Per quanto riguarda il rapporto, anche individuale, tra persone che leggono, forse sarebbe utile parlare, oltre che di conversazione, di pura e semplice comunicazione, per ricordare che spesso i lettori comunicano anche con i silenzi, con la reticenza, se non con il depistamento e l’omissione. Molti lettori reagiscono con un motivato silenzio al rischio di banalizzazione e alla distanza quasi incolmabile che si apre tra la beatitudine della lettura e l’inadeguatezza della nostra rappresentazione verbale. E poi ci sono i ben noti fenomeni di riservatezza, di privacy e di gelosia del lettore. Diceva Roland Barthes: “Non vorrei consigliare a nessuno un libro che amo; se lo amasse, mi darebbe fastidio perché me ne spossesserebbe un poco, ma se non lo amasse e me lo dicesse, […] io dovrei scegliere: o il libro o l’amico”. A volte il lettore reagisce addirittura nascondendo il libro, negando l’evidenza della sua lettura. Ma gli altri lettori (e talvolta anche i non lettori: per questo il contagio per occultamento è una delle forme più efficaci di promozione della lettura a contrario) sono abilissimi nel fiutare le tracce e capire di cosa quel lettore non sta parlando.

    A volte è più facile parlare dei libri che non ci sono piaciuti che di quelli che ci sono piaciuti. Ci impegna meno, rivela meno di noi e soprattutto è socialmente più accettato, visto che l’epoca della fine del consiglio è anche quella della stroncatura a buon mercato, dell’insulto da talk show.

    In ogni caso il diritto a tacere sulle proprie letture è sacrosanto (era quello che chiudeva il decalogo dei “diritti imprescrittibili del lettore” di Pennac). Tuttavia uno degli argomenti più ragionevoli citati da Luigi per spiegare la difficoltà a parlare di libri merita forse di essere ridimensionato: quello di non aver letto il libro (già, proprio il fondamentale…). I GdL, almeno quelli italiani, sono stati molto rigidi, forse troppo, su questo punto. Anch’io naturalmente ho pensato spesso che parlare di un libro senza averlo letto (oppure: con chi non lo ha letto e quindi non può “rispondere”) è una forma di chiacchiericcio, o di proselitismo o ostentazione. Ho in parte cambiato idea dopo aver letto un libro di Bayard, Come parlare di un libro senza averlo letto, che, a dispetto del titolo, è un libro molto serio e argomentato. I libri fanno parte della nostra vita, anche della vita di chi non li legge, e dovrebbero esserlo sempre di più: questo implica che possano far parte delle nostre conversazioni ancor prima di averli conosciuti a fondo, quando sono solo una possibilità, un progetto, un desiderio.

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  2. @Tutti@Luca Ferrieri
    Mi sono chiesta: ma io al di fuori del GdL, durante la mia giornata, ho mai occasione di parlare di libri? Intendo dire, lontano dai luoghi e dalle situazioni istituzionalmente preposti alla divulgazione della lettura (biblioteche, presentazioni di libri, librerie, incontri con l’autore, GdL, blog, ecc.), e fatta esclusione per le relazioni familiari, nella vita di tutti i giorni, mi capita mai di scambiare qualche pensiero con gli altri, se non su un singolo libro, perlomeno in generale sulla lettura?

    Ho riflettuto sulle situazioni quotidiane più banali (durante la pausa caffè, in mensa, sul pianerottolo di casa, al bar, mentre chiacchiero del più e del meno, in fila al supermercato, in attesa del mio turno alla posta) e, tolta la mia barista cinese, che mi vede accendere la tavoletta tutte le mattine e mi chiede sempre se leggo anche in giro, non mi è sovvenuta situazione alcuna in cui mi capiti di accennare, magari anche in modo frettoloso e superficiale, a un libro letto o, genericamente, alla lettura.

    La vostra quotidianità è diversa? Penso sia legittimo rivolgere la domanda anche agli addetti ai lavori (bibliotecari, insegnanti, ecc) perché, per quanto possa essere più difficile scindere i momenti, un conto è trattare di un libro per motivi d’ufficio, un conto – penso io, ma aspetto eventuali smentite – è parlarne per il proprio piacere personale (anzi, non mi stupirei se il ruolo provocasse qualche schizofrenia).

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  3. Ciao @Mariangela @Luca
    Parlare di libri è sempre un rischio: o di finire su una strada senza uscita, il monologo; o di suscitare reazioni infastidite.
    Credo che però a volte valga la pena superare questa impressione, e aspettare per vedere la reazione dell’interlocutore, che preso per il verso giusto e guardato negli occhi potrebbe anche reagire, come dice Luca, ammettendo il libro che non ha letto nella sua vita. Aprendo uno spiraglio anche al mio monologo, trasformandolo in dialogo.
    Insomma, l’autocensura, che col tempo ho imparato a esercitare, a volte andrebbe sì un poco forzata. Forse vale la pena rischiare.
    Al caffè, in autobus, in una sala d’aspetto un interlocutore sorprendente può essere in agguato.
    Certo, le occasioni non sono molte. Ma è vero: un lettore dovrebbe rischiare ogni tanto, e condividere. Anche fuori dai gruppi o dalle sedi dedicate alla lettura.

    ciao ciao

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  4. Si indubbiamente vale la pena rischiare. Perché se davanti a te che credi di esserti chiuso in un monologo, c’è uno spirito attento a un dettaglio della tua lettura a lui sconosciuta, il risultato potrebbe essere meraviglioso: la trasmissione e la conoscenza. A me è capitato in diverse occasioni (sempre con lo stesso grande autore di monologhi, in verità) ma ne sono uscita “vittima” felice.

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  5. @luca ferrieri @luigi gavazzi–il dito nella piaga lo mettete tutti e due , benissimo. Forse in certi ambienti si parla di libri: sul lavoro può succedere che una lettrice appassionata “contagi” le colleghe e i colleghi. Sò di una maestra che ha portato a leggre molti colleghi, che magari erano non lettori e persino tutta la parte di spiaggia di un laghetto dove , l’estate, un gruppo di persone passa le domeniche o parte delle sue vacanze. Teresa , ecco come si chiama costei, ha fatto una specie di bibliotechina nella sua cabina, e passa e libri con grande successo a un giro di gente sempre più divertita dalla bellezza della lettura: Ma la Terri le pile di libri le ha anche nel suo arrmdietto a scuola, durante l’inverno. Credo che abbia inventato decine di lettori tra i quali molti sono diventati lettori fortissimi e autonomi. Succede,comunicando molto e mettendo i libri a disposizione. Molto importante è che la mediazione avvenga tra chi offre , che deve aver letto e molto apprezzato un libro, e il nuovo lettore, “contagiato dai commenti positivi e dall”entusiasmo sincero e divertito di chi offre. Questo, e parlo dell’entusiasmo, non succede quasi mai (o mai) nelle librerie, nè nella maggior parte delle biblioteche dove distribuire libri o sigarette o frutta e verdura sembra la stessa cosa agli addetti ai lavori e chi prende un libro a caso sarà deluso per sempre nel la maggior parte dei casi.Personalmente mi è molto piaciuta la frase di Barthes. A me succede di provare un vero dolore quando mi banalizzano con scherno un libro che amo. Ma tengo duro. Scontrandomi spesso. Grazie dei vostri post bellissimi.

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  6. Novel (qualcosa di particolarmente interessante) e polemic (divergenza d’opinione) nell’articolo di Tim Parks hanno acceso la mia immaginazione. il libro scatena la conversazione, la discussione. Per questo fa in modo di mantenere attiva la comunicazione tra gli individui trasmessa da altri media diversi dal libro (la pubblicazione a puntate all’interno di un giornale come romanzo d’appendice; la riduzione di un romanzo a fiction televisiva), oppure no (come nel caso in cui i libri sono autoprodotti oppure arrivano al successo grazie all’editore che si ha seguiti e incoraggiati, vedi James e Murakami).
    Lo scandalo della novità e il conflitto d’opinione accendono le nostre passioni e, come nella postfazione di Baricco al suo libro Omero, Iliade, di sostituire la violenza della guerra con il dialogo.

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  7. Come sempre un bel post di Luigi e tanti commenti all’altezza. Si potrebbe conversare per giornate intere su questo tema. A me tocca da vicino perché alla fine è il mio lavoro e anche quando semplicemente faccio la spesa o giro per strada, vengo spesso fermata, anche da sconosciuti, per segnalarmi libri, chiedermi pareri o sottopormi questioni e problemi legati alla lettura. Però è vero che non ci sono più discussioni epiche su un titolo o un autore e una condivisione generale di lettura, se non per libri di cui c’è poco da dire. Ma con questo non voglio dire che sono i libri migliori che provocano le discussioni migliori. Non ci sono degli assiomi nella pratica della lettura. E questo fa parte della sua magia. Però i gruppi di lettura testimoniano l’esigenza di incontrare altri lettori e parlare delle emozioni e dei pensieri scaturiti dalla lettura. E non solo. Perché basta davvero poco, un libro aperto, un cenno, una frase per trovare lettori inaspettati o contagiare con le proprio passioni. E questo spesso in luoghi non direttamente deputati alla lettura. Si potrebbe scrivere un post su come si è accesa la scintilla della lettura e sarebbero tutte storie diverse. Per tornare alla questione posta da Luigi secondo me ci sono molte cause e alcune le hanno già segnalate molti commenti. Sicuramente la crisi del mondo editoriale, la ricerca del bestseller e l’abbandono della cura per far crescere un autore. A mio parere anche la debolezza della critica e la mancanza di recensioni di qualità. Ma forse dovremmo anche guardare a noi lettori e prenderci le nostre responsabilità senza forse arrivare alla conclusione di un bell’articolo di Aldo Busi (“…il romanzo in quanto opera di letteratura (ripeto: non intenzionalmente a fini commerciali) è morto nella sua creazione perché ne è morta la ricezione. E, già che ci sono, non solo è morta la ricezione del romanzo non visivo, non televisivo, non sentimentale, non consolatorio, non qualunquista, non di propaganda di una qualche Fides, non commerciale, ma è morta la ricezione di qualsiasi prodotto non immediatamente e visivamente e fugacemente fruibile e, purtroppo, commentabile con un testo che diventa a sua volta prodotto da commentare, in un gioco di specchi ad alfabeto limitato in cui tutti appaiono al contempo produttori di riflessi romanzati e nessuno c’è, non una persona per come siamo abituati, antiquati come siamo, a considerarla tale, non uno scrittore dietro lo specchio di un testo che presuppone un lettore davanti (quindi non un non lettore) e, pertanto, nessun testo in assoluto riconducibile a una parvenza di letteratura secondo i classici canoni dati, rispettati o rimaneggiati, aggiornati che siano”), che comunque condivido, ma cercando di essere insieme più smaliziati e accoglienti. Ho riletto di recente PERCHE’ SCRIVERE di Zadie Smith, che potrebbe intitolarsi tranquillamente Perchè leggere. Ho trovato molte osservazioni illuminanti e anche riflessioni che hanno messo un po’ in crisi anche il senso del mio lavoro. Ma ve ne parlerò magari in un altro posto. Intanto vi metto questa considerazione: “I lettori che procedono per sistemi creano scrittori che procedono per sistemi, scrittori capaci di spacchettarti davanti il proprio romanzo, indicare i vari temi, il sottotesto; qui il problema della razza, lì il dibattito sul genere. In mente hanno i supplementi letterari della domenica e la loro prosa è irta di agganci, bell’e pronta per una discussione generale, perfetta per un paginone centrale. Ma che dire, invece, di quei romanzi che non si prestano così facilmente a discussioni pubbliche generali? A volte si ha l’impressione che le qualità che lettori e critici più desiderano trovare nei romanzi siano quelle antitetiche alla scrittura di un buon romanzo”.
    Infine contribuisco con un’ultima citazione dal bellissimo romanzo di John Green, Colpa delle stelle, che si allinea a quella di Barthes e in qualche modo ci autorizza a tacere su un libro letto e amato:
    “Il mio libro preferito era Un’imperiale afflizione, ma non mi andava di dirlo in giro. A volte leggi un libro e ti riempie di uno strano zelo evangelico che ti convince che il mondo frantumato che ti circonda non potrà mai ricomporsi a meno che, o fino a quando, tutti gli esseri umani non avranno letto quel libro. E poi ci sono libri come Un’imperiale afflizione, di cui non puoi parlare con l’altra gente, libri così speciali e rari e tuoi che sbandierare il tuo amore per loro sembrerebbe un tradimento”.
    simonetta
    ps mi scusa per la profusione di citazioni, ma gli scrittori trovano sempre le parole che io ho in testa ma non vengono fuori. Anche per questo leggo.

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  8. Fra le tante possibili trame di discussione scaturite da questi commenti, mi soffermo oggi, e ci penserò mentre corro – sapete quanto si pensa lucidamente sui libri letti mentre si corre? Appena si finisce però, torna un po’ di confusione, passi dall’intuizione alla consapevolezza di dover “formulare” il pensiero in modo che altri lo capiscano – sulla forza nascosta dei libri che non si prestano a “discussioni pubbliche generali”, che, forse, sono i libri più necessari. E quindi il cerchio si chiude: sono esattamente i libri che ci attirano di più e dei quali – proprio per le loro caratteristiche migliori – non riusciamo quasi a parlare. Anzi ne parliamo timidamente con persone molto amiche. O ci rifugiamo nei Gruppi di lettura.

    Abbracci

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  9. @lettoreambulante @luigigavazzi
    uello che sia Luigi, sia lettoreambulante descrivono nel modo di condividere la lettura è lo stile di vita del gatto: quello di farsi avvicinare da altri esseri viventi (dunque, non solo gli esseri umani) e di scegliere con chi vivere le proprie esperienze di vita. E’ per questo che spesso i lettori decidono di parlare dei libri che hanno letto volentieri. La lettura e il gruppo di lettura mi ricordano questa esperienza, descritta da Asor Rosa in Storie di gatti ed altri animali:
    – basta un po’ d’immaginazione per rendersi conto che, se il Gattuomo è possibile, qui dentro (voglio dire: qui, nei contorti geroglifici di questa scrittura) tutto è possibile. Se non avete immaginazione, accontentatevi di guardare la televisione, che ormai neanche i gatti guardano più. se invece ne avete, smettete di fare domande sciocche e godetevi, da questo momento, l’eterno gioco delle trasformazioni. -

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