Ian McEwan, Miele, leggere il XXI Secolo, raccontando il XX

Aggiornamento, 15 novembre 2014: oltre al cambio di data per la discussione del libro, aggiungo qualche considerazione dopo la lettura del romanzo. Le trovate dopo le considerazioni preliminari, inserite al momento di creare questo post il 3 novembre scorso.

È dunque Miele di Ian McEwan, (Einaudi, edizione originale: Sweet Tooth) il primo libro scelto con una consultazione in rete dal Gruppo di lettura di Cologno Monzese, per il Gdl, Leggere il XXI secolo. La riunione di discussione sarà giovedì 13 novembre 2014, 20 novembre, ore 21, Biblioteca di Cologno Monzese. Useremo questo post per appunti di lettura: aperto sia a chi vuole venire, sia a chi, invece, non riesce a venire alla riunione.

Il fatto che sorprende, almeno un po’, è che Miele è in realtà un libro sul XX secolo, sugli anni ’70 in particolare. Un libro sulla guerra fredda, lo spionaggio. Una storia d’amore vissuta in quel mondo. Insomma, sorprende che sia stato proposto per un Gdl per “leggere” il nuovo secolo e forse sorprende ancora di più il fatto che sia stato scelto nella consultazione.

Possiamo provare qualche chiave interpretativa però:

Miele è narrato dalla protagonista femminile, Serena, oggi: quindi dal XXI secolo: interpreta la sua vita, la vicenda e tutto il contesto storico alla luce del nuovo secolo. In un certo senso “fa storia” con il suo racconto; che è un po’ quello che fanno moltissime voci narranti (e molti scrittori) in questo scorcio iniziale del XXI: scrivere, oggi, interpretando, capendo reinterpretando il secolo scorso.

Miele è anche un libro sulla lettura; l’autore e  – forse in modo più spontaneo e meno programmatico Serena, si interrogano sulla lettura. Per Serena è evidente che le letture che ha fatto hanno contribuito ha determinare i fatti della storia che narra. Insomma, in Miele i libri letti da Serena entrano in gioco e contribuiscono a determinare la storia, l’intreccio persino. E sullo sfondo c’è l’autore che riflette sul suo ruolo e sul ruolo della scrittura.
In questo senso è dunque anche una riflessione metanarrativa, come lo erano altri libri di McEwan, per esempio Espiazione.

Per ora basta così. Sono a poco più di un terzo del libro. Nei prossimi giorni aggiorno questo post con considerazioni sul seguito della lettura.

Eccoci a lettura finita. Qui sotto alcuni spunti di discussione. Attenzione: per chi non ha ancora terminato la lettura di Miele, le note che seguono possono fare da spoiler.

Prima di vedere la “cornice” metanarrativa – l’aspetto tutto sommato più interessante del romanzo – (e i riferimenti alla biografia dell’autore), vediamo i temi più evidenti della narrazione primaria, che, all’inizio di Miele, Serena Frome dice essere “sua”. Quindi, la protagonista è anche la narratrice di vicende avvenute più o meno 40 anni prima.

I temi

1) Guerra fredda, spionaggio, in generale, contesto storico.

2) Uso degli intellettuali per influenzare l’opinione pubblica, per condizionare la vita politica e il giudizio dell’opinione pubblica sulle politiche dei paesi occidentali e dei paesi comunisti.

3) Crisi economica, crisi petrolifera, crisi di fiducia nelle classi dirigenti uscite dalla seconda guerra mondiale, potreste giovanili, la nuova cultura degli anni ’70. Ma anche il terrorismo irlandese, i “troubles” in Ulster (e i riflessi a Londra).

4) Amore e sesso, i rapporti asimmetrici fra uomini e donne, in particolare nella comunità dei servizi segreti.

5) I contatti con la biografia di McEwan: lo scrittore Tom Haley è molto simile a Ian McEwan giovane. Ambienti e personaggi nei quali Tom si imbatte sono gli stessi di McEwan: persino scrittori, editori e editori che incrocia sono realmente esistiti e li conosciamo per nome e cognome: Martin Amis, Ian Hamilton, Tom Maschler della Cape, la casa editrice per la quale debutto McEwan negli anni ’70.

6) E ora arriviamo alla cornice “metanarrativa” di Miele. In effetti, conoscendo un po’ McEwan, ma anche il fluire sostanzialmente piano e stilisticamente un po’ noioso della narrazione in prima persona di Serena, c’era da aspettarsi una sorpresa. Che però quando è arrivata forse non era tanto più una sorpresa.
La faccenda più interessante del rovesciamento del narratore Tom che narra “immedesimandosi” in Serena e “spacciandosi” per Serena è forse una questione “morale”. Morale “interna” al romanzo – relativa quindi ai personaggi del romanzo; ma anche “esterna” al romanzo, che riguarda la credibilità del narratore e anche del cosiddetto “autore implicito”.
Tom rivendica il suo diritto di diventare la voce di Serena perché Serena lo ha ingannato. Tom è legittimato a osservare i comportamenti di Serena a indagare sulla sua vita, a fingere di non sapere quello che già ha appreso per poter scrivere la storia di Serena, immedesimandosi in Serena.
Il che è piuttosto immorale, almeno nella vita reale.
Però è una cosa che gli scrittori fanno quasi abitualmente: impersonano individui che non sono. Osservano comportamenti per descriverli nei libri, esporre vicende private altrui che diventano – magari senza i nomi, ma a volte anche con i nomi – pubbliche.

E ancora, gli scrittori interpretano, manipolano. Insomma, ingannano, in vari sensi, da interpretare.
Certo, la questione, nello specifico, presenta alcuni dubbi, almeno per me. Per esempio, come prendere quelle ambigue dichiarazioni d’amore di Tom a Serena nella sua lettera finale, quella che rivela l’inganno e la manipolazione.
E quando McEwan scrive con una voce narrante femminile, come in Espiazione per esempio, quanto è affidabile quella voce (quella di Espiazione, sappiamo, lo era poco, almeno per buona parte del romanzo). E in Miele, nello specifico, Tom immedesimato in Serena quanto ha manipolato?

Possiamo anche andare avanti. Per esempio, il rapporto fra spie e spiati (a loro volte, in fondo come Serena, spiati da chi spiavano) è connesso in qualche modo al rapporto di fiducia del lettore con l’autore. È vero però che il romanzo moderno (e ancora di più postmoderno) ha insegnato a prendere con circospezione, visto il proliferare di narratori inaffidabili, o anche semplicemente, dalle conoscenze limitate.

In questo romanzo la riflessione sulla scrittura narrativa, la particolare e limitata “verità” che persegue, la relazione tra autore e lettore, l’affidabilità del narratore; le riflessioni di McEwan sul proprio passato di scrittore che si specchia in Tom Halery: ecco sono argomenti che in fondo sono sembrati all’autore più interessanti dell’intreccio e delle possibili riflessioni morali e politiche dettate dalla vicenda.

Il che probabilmente condiziona la lettura del romanzo riducendo il piacere del lettore, riduce la complessità del romanzo e la sua capacità di suggerire più punti focali di conoscenza e ne sposta il baricentro verso il rovesciamento finale.

Chi vuole contribuire usi i commenti, molto molto graditi.

abbracci a tutti

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17 pensieri riguardo “Ian McEwan, Miele, leggere il XXI Secolo, raccontando il XX”

  1. @Tutti @Gdl di Cologno Monzese @LuigiGavazzi
    Al fine di non anticipare nulla di specifico sulla trama (sarebbe un brutto modo di ringraziare il GdL di Cologno che ci ha aperto le porte e ci ha permesso di concorrere alla scelta dei libri), azzardo un possibile raccordo tra il libro e il XXI secolo: a mio parere l’autore non si è inventato niente, ha tratto spunto dalla storia. Sono andata a prendermi il primo libro elencato nei ringraziamenti da McEwan che è edito anche in italiano:

    Francies Stonor Saunders, “La guerra fredda culturale. La CIA e il mondo delle lettere e delle arti”, Fazi, 2004.

    La prefazione di Giovanni Fasanella riassume molto efficacemente i termini della questione: la CIA è riuscita, per anni, a condizionare la vita culturale europea in funzione anticomunista: lo ha fatto, in modo occulto, promuovendo scrittori, istituendo cattedre universitarie, attribuendo direzioni di orchestra, sovvenzionando riviste, in pratica, intervenendo capillarmente in tutti i rami della vita culturale di molti paesi, anche di quella italiana. I finanziamenti erano distribuiti da una rete di associazioni benefiche nelle quali operavano, a vario titolo, importanti esponenti dell’intellighentia progressista e anticomunista statunitense. A chi abbia letto il libro anche solo fino a pagina 80 verrà in mente qualcosa.

    Il quesito finale di Fasanella, che si domanda se oggi possiamo essere sicuri che questi condizionamenti abbiano effettivamente cessato di esplicare i loro effetti, potrebbe essere, a mio parere, l’aggancio con il nostro discorso sul XXI secolo e uno dei punti di partenza della discussione. Volendo restringere il campo alla sola lettura, che è la nostra comune passione, potremmo riformulare la sua domanda come segue: riusciamo noi lettori del XXI secolo ad intuire quali siano i tentativi dei poteri forti di condizionare i nostri gusti e di incanalarli al fine di preparare il terreno ad una certa politica e rendercela più appetibile? Oppure: in che modo i servizi segreti continuano a condizionare in modo occulto le nostre scelte di lettura?

    Caro Luigi, avete voluto invitarci, e adesso ci prendete come siamo!!

    Saluti a tutti,
    Mariangela

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  2. Un grandissimo ringraziamento a Mariangela che ha rotto il ghiaccio e che soprattutto ci offre subito preziosi spunti di riflessione oltre che un primo sentiero che si dirama dal libro di McEwan.
    Cara Mariangela, non solo “vi prendiamo come siete” ma siamo ben felici di farlo!

    ciao ciao

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  3. Come la CIA ha saputo condizionare la vita culturale europea e come Ian Mcewan riesce nel suo romanzo Sweet Smooth a descrivere quelli che sono stati gli strumenti (coercitivi e pisicologici) di questo progetto?
    Nel romanzo la protagonista, che narra in prima persona la sua storia, si avvale di un linguaggio appreso dalla letteratura occidentale: i luoghi della sua infanzia e della sua adolescenza sono giardini circondati da alberi.
    L’attualità del linguaggio, però, è disattesa nel conflitto con la madre (modello irraggiungibile, moglie e madre di un parroco anglicano) e con il padre.
    La cittadina, la casa, la chiesa, la famiglia, la scuola sono i luoghi del controllo culturale anticomunista.
    Nella seconda parte del primo capitolo emerge la violenza di questo progetto che scatena in Serena una ‘bulimica’ propensione alla scrittura e alla lettura, che non si traduce in salute, ma in malattia.
    La biografia della protagonista è quella di una bella ragazza inglese che come le sue amiche ha le medesime esperienze di molte coetanee, ma la sua vita lascia trasparire le trame di un conflitto che se nel XX secolo è stato chiamato guerra fredda, nel XXI secolo è distribuito con la violenza della armi.

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  4. @Antonellacostanzo @GdL di Cologno Monzese @Tutti @LuigiGavazzi

    Antonella, a me Serena sembra una lettrice vorace, magari un po’ spiccia e frettolosa in certi punti, ma non ho trovato che la sua attività di lettura sia morbosa o compulsiva. Forse è un po’ monomaniaca, questo sì, ma chi di noi lettori non lo è stato in certi momenti della vita, per esempio davanti all’opera di un autore appena scoperto che ci è piaciuto molto? Anche la sua frenetica e appassionata attività di “articolista” mi sembra legata più a un processo di maturazione – commette l’errore di presunzione di saperla più lunga di tutti gli altri – che non a un vero e proprio problema psicologico.

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  5. @Mariangela @GdL di Cologno Monzese @Tutti @LuigiGavazzi
    Serena mi appare piuttosto disincantata: rispetto al contesto familiare, rispetto al contesto del college, rispetto alla sua stessa intelligenza. La perdita dell’illusione (o dell’innocenza) che la protagonista subisce nel romanzo, ha come effetto quello di introdurre i lettori nella spy story. Non è un vero e proprio problema psicologico, ma nemmeno un processo di maturazione. Sono due chiavi di lettura differenti.

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  6. @GdL di Cologno Monzese @Tutti @LuigiGavazzi @Antonellacostanzo

    Non perché lo ritenga l’unica chiave di interpretazione possibile, ma solo perché mi sta svelando i rapporti tra intellighenzia e intelligence, riassumo un pezzettino del libro di Saunders: il piano segreto della CIA di influenzare la cultura europea, “packet” in codice, poggiava su un anticomunismo che non conosceva gli eccessi del maccartismo perché si rifaceva ai principi dell’illuminismo e della dichiarazione di indipendenza. I condizionamenti non dovevano estrinsecarsi con violenza e coercizione, l’opera di convincimento doveva essere assorbita ma non percepita, doveva preparare il terreno favorevole a una buona disposizione d’animo nei confronti della politica americana. Il reclutamento degli intellettuali prevedeva un requisito: che fossero tenacemente convinti che tutto quello che il governo Usa faceva fosse buono e che fossero disposti, sponte loro, senza forzature, a comunicarlo al mondo. Come contropartita – che l’intellettuale ne fosse consapevole o meno – l’organizzazione forniva appoggio finanziario, visibilità, favori, spinte, promozioni, ecc.

    Tornando al romanzo: avete presente il colloquio che si svolge tra Serena e i suoi superiori, ai piani alti, quando lei viene informata di tutta l’operazione e del ruolo che da lei ci si aspetta? Vi ricordate la battuta finale del discorso di Nutting? Dopo aver illustrato come l’organizzazione sosterrà i prescelti (c’è anche un accenno esplicito alla giuria del Booker Prize), afferma: “..per quanto riguarda la produzione in sé, devono sentirsi liberi“.

    Non si può non concordare con la citazione di Richard Crossman che Saunders mette in esergo all’introduzione:

    “Il modo migliore di fare propaganda è non fare apparire che si sta facendo propaganda”

    Ciao a tutti,
    Mari

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  7. @GdL di Cologno Monzese @Tutti @LuigiGavazzi

    Un ulteriore conferma dell’uso propagandistico e anticomunista della produzione culturale si avverte in altri capitoli del romanzo: per esempio quando la protagonista entra nel nuovo ufficio di Max. Sulla scrivania c’è un plico di carta intestata della Freedom International Foundation, oltre a una picassiana colamba ascedente con u libro aperto sul becco. La promozione delle arti dell’associazione intendeva sostenere e mettere nella condizione di lavorare gli intellettuali dei regimi comunisti.
    La fondazione, in questo caso, agisce in un contesto storico differente da quello del mecenatismo rinascimentale. Tra gli anni 50′ e 60′, quando la maggioranza degli americani disprezzava l’arte modera, il presidente Truman riassunse questo volere e disse: “Se questa è arte, allora io sono un Ottentotto.” Molti di questi artisti (Jackson Pollock, Robert Motherwell, Willem de Kooning and Mark Rothko) erano ex-comunisti mai accettati nell’America del maccartismo e di certo non erano persone gradite al govero americano.
    L’appoggio delle fondazioni come la Freedom ai servizi segreti avviene perché nella guerra di propaganda con l’Unione Sovietica sono in grado di intuire che questi nuovi movimenti artistici possono rappresentare la prova della creatività, della libertà intellettuale e del potere culturale degli US. L’arte sovietica non potrebbe competare, imprigionata nella straitjacket dell’ideologia comunista.
    “Vogliamo incoraggiare l’eccellenza dovunque la troviamo, oppressa o meno.”

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  8. @GdL di Cologno Monzese @Tutti @LuigiGavazzi @AntonellaCostanzo
    Il romanzo in sé a me è piaciuto, ma, se non fosse per gli aspetti storici che ha saputo svelarmi, lo classificherei tra i romanzi buoni, leggibili, ma non eccezionali. Certo è ben scritto e alla fine l’autore riesce a farci digerire anche il finale a sorpresa, ma l’ho trovato inferiore a “Bambini nel tempo” e soprattutto a “Chesil Beach”.

    L’unica scena che si contraddistingue per intensità e delicatezza è quella che vede la ragazza scoppiare in lacrime tra le braccia del padre quando lo rivede dopo lunga assenza: sta tornando a casa per le feste di Natale, riconosce i posti, intravvede la sua cattedrale, fiuta un’aria strana, per dirla alla Umberto Saba, l’aria natia, quando, finalmente, rivede il padre, senza motivo, senza sapersi spiegare il perché, comincia a singhiozzare sulla sua spalla: ha fatto tante esperienze, l’amore e il nuovo lavoro l’hanno iniziata alla vita, è consapevole che nulla potrà più essere come negli anni dell’infanzia, la tensione si stempra in un pianto umanissimo.

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  9. Attenzione: per chi non ha ancora terminato la lettura di Miele, le note che seguono possono fare da spoiler. (ho aggiornato il post con questo stesso intervento; lo inserisco anche nei commenti per renderlo più visibile)

    Prima di vedere la “cornice” metanarrativa (e i riferimenti alla biografia dell’autore), vediamo i temi più evidenti della narrazione primaria, che, all’inizio di Miele, Serena Frome dice essere “sua”. Quindi, la protagonista è anche la narratrice di vicende avvenute più o meno 40 anni prima.

    I temi

    1) Guerra fredda, spionaggio, in generale, contesto storico.

    2) Uso degli intellettuali per influenzare l’opinione pubblica, per condizionare la vita politica e il giudizio dell’opinione pubblica sulle politiche dei paesi occidentali e dei paesi comunisti.

    3) Crisi economica, crisi petrolifera, crisi di fiducia nelle classi dirigenti uscite dalla seconda guerra mondiale, potreste giovanili, la nuova cultura degli anni ’70. Ma anche il terrorismo irlandese, i “troubles” in Ulster (e i riflessi a Londra).

    4) Amore e sesso, i rapporti asimmetrici fra uomini e donne, in particolare nella comunità dei servizi segreti.

    5) I contatti con la biografia di McEwan: lo scrittore Tom Haley è molto simile a Ian McEwan giovane. Ambienti e personaggi nei quali Tom si imbatte sono gli stessi di McEwan: persino scrittori, editori e editori che incrocia sono realmente esistiti e li conosciamo per nome e cognome: Martin Amis, Ian Hamilton, Tom Maschler della Cape, la casa editrice per la quale debutto McEwan negli anni ’70.

    6) E ora arriviamo alla cornice “metanarrativa” di Miele. In effetti, conoscendo un po’ McEwan, ma anche il fluire sostanzialmente piano e stilisticamente un po’ noioso della narrazione in prima persona di Serena, c’era da aspettarsi una sorpresa. Che però quando è arrivata forse non era tanto più una sorpresa.
    La faccenda più interessante del rovesciamento del narratore Tom che narra “immedesimandosi” in Serena e “spacciandosi” per Serena è forse una questione “morale”. Morale “interna” al romanzo – relativa quindi ai personaggi del romanzo; ma anche “esterna” al romanzo, che riguarda la credibilità del narratore e anche del cosiddetto “autore implicito”.
    Tom rivendica il suo diritto di diventare la voce di Serena perché Serena lo ha ingannato. Tom è legittimato a osservare i comportamenti di Serena a indagare sulla sua vita, a fingere di non sapere quello che già ha appreso per poter scrivere la storia di Serena, immedesimandosi in Serena.
    Il che è piuttosto immorale, almeno nella vita reale.
    Però è una cosa che gli scrittori fanno quasi abitualmente: impersonano individui che non sono. Osservano comportamenti per descriverli nei libri, esporre vicende private altrui che diventano – magari senza i nomi, ma a volte anche con i nomi – pubbliche.

    E ancora, gli scrittori interpretano, manipolano. Insomma, ingannano, in vari sensi, da interpretare.
    Certo, la questione, nello specifico, presenta alcuni dubbi, almeno per me. Per esempio, come prendere quelle ambigue dichiarazioni d’amore di Tom a Serena nella sua lettera finale, quella che rivela l’inganno e la manipolazione.
    E quando McEwan scrive con una voce narrante femminile, come in Espiazione per esempio, quanto è affidabile quella voce (quella di Espiazione, sappiamo, lo era poco, almeno per buona parte del romanzo). E in Miele, nello specifico, Tom immedesimato in Serena quanto ha manipolato?

    Possiamo anche andare avanti. Per esempio, il rapporto fra spie e spiati (a loro volte, in fondo come Serena, spiati da chi spiavano) è connesso in qualche modo al rapporto di fiducia del lettore con l’autore. È vero però che il romanzo moderno (e ancora di più postmoderno) ha insegnato a prendere con circospezione, visto il proliferare di narratori inaffidabili, o anche semplicemente, dalle conoscenze limitate.

    In questo romanzo la riflessione sulla scrittura narrativa, la particolare e limitata “verità” che persegue, la relazione tra autore e lettore, l’affidabilità del narratore; le riflessioni di McEwan sul proprio passato di scrittore che si specchia in Tom Halery: ecco sono argomenti che in fondo sono sembrati all’autore più interessanti dell’intreccio e delle possibili riflessioni morali e politiche dettate dalla vicenda.

    Il che probabilmente condiziona la lettura del romanzo riducendo il piacere del lettore, riduce la complessità del romanzo e la sua capacità di suggerire più punti focali di conoscenza e ne sposta il baricentro verso il rovesciamento finale.

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  10. @GdL di Cologno Monzese @Tutti @LuigiGavazzi @Mariangela
    E’ il primo romanzo di Ian McEwan che leggo. L’autore ha, secondo me, colto la raffinatezza della storia e dei protagonisti affidando a una narrazione complessa gli accadimenti presenti e passati di Serena Frome.
    Nessuno, o quasi, colpo di scena come nelle consuete spy story, ma alternarsi si momenti presenti che fuggono e momenti del passato che per la protagonista e voce narrante del romanzo hanno peso o importanza: per esempio, quando ricorda la sua esperienza nel cottage di Suffolk per assistere il professor Tony Canning affetto da cancro. In metropolitana, di ritorno da un colloquio di lavoro andato a buon fine (come impiegata d’ufficio addetta alle fotocopie e mal retribuito) Serena riordina sia quel ricordo sia il dolore provocato dalla malattia (vissuta come colpa da Tony) che la costringe ad allontanarsi da Suffolk. Uno stile narrativo che allude a Proust. Trovo che questo episodio sia estremamente struggente e delicato, oltre che commovente.
    Raccontando quell’episodio, Ian McEwan ci costringe a riflettere sulle attuali condizioni della società globalizzata: l’impossibilità di esprimere le competenze acquisite negli anni della formazione e di non poterle più accrescere ed ampliare.
    Devo dire che mi piace e seguirò inoltre il consiglio di Mariangela: leggere i romanzi che hai proposto di Ian McEwan.
    antonella

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  11. @LuigiGavazzi @Tutti @Gdl di Cologno Monzese
    Ho per un momento accantonato i temi e la fase storica che il romanzo narra e ho preferito riflettere sulla cornice metanarrativa di Miele. Ho preso spunto dal capitolo in cui incontra Max, un uomo molto simile a Tony e diversissimo da Tom Haley oppure Archibald Jowell, non scrittore ma ex uomo della Raf.
    Tony, come Max, non intende sostituirsi nella narrazione che Luigi definisce piana e un pò noiosa di Serena e di nuovo in quel capitolo ripercorre piccoli momenti in cui sovrappone presente (Max) e passato (Tony). Serena è la voce narrante. I due uomini sono piuttosto simili: inglesi (nei comportamenti), ostili alle elucubrazioni psicologiche e cauti nella loro relazione con la protagonista.
    Non c’è ancora in queste pagine il tentativo di rovesciare il diritto alla narrazione della figlia di un pastore anglicano: c’è il desiderio di poter far crescere la protagonista. Max, come nuovo Pigmalione si sostituisce a Tony.
    Serena può di nuovo ragionare sul suo destino e sul suo futuro.
    Ian McEwan ha voluto costruire una storia di educazione sentimentale e politica di notevole effetto, accostando storia, bibliografia e autobiografia nella narrazione.
    antonella

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  12. @Gdl di Cologno Monzese @Tutti @LuigiGavazzi
    Voglio aggiungere, inoltre, un’ultima osservazione: la cornice metanarrativa, così come interpretata da Luigi, ribadisce che il romanzo dipinge il ritratto di una società globalizzata, in cui crescita e descrita (individuale e sociale) si alternano.
    antonella

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  13. @GdL di Cologno Monzese @Tutti @LuigiGavazzi @AntonellaCostanzo
    Mi permetto di segnalare anche qui un libro di critica letteraria sull’opera di McEwan di cui avevo già scritto nell’articolo di questo blog “Chesil Beach – Tutto accadde (o non accadde) in una notte”:

    • Roberta Ferrari, “Ian McEwan”, Le lettere, 2013.

    Su “Miele”, che è stato pubblicato nel 2012, c’è solo una breve anticipazione, ma tutti i precedenti romanzi di McEwan sono trattati con esaustività e dovizia di informazioni.

    Ciao,
    Mariangela

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  14. Ciao a tutti, incurosita ho letto anche io Miele pur non avendo partecipato fisicamente al gruppo.
    Vorrei fare due riflessioni:
    – Leggere il XXI secolo: per i 3/4 del libro non capivo perché fosse stato scelto per la lettura del XXI secolo. Poi ho invece apprezzato questa decisione nella parte finale quando il narratore diventa Tom che proietta 40 anni più in là il posizionamento temporale della comprensione dei fatti. A quel punto certo che il rapporto “cultura-potere politico” e “servizi segreti-controllo dell’opinione pubblica” può essere analizzato anche oggi guardando a ieri.
    – Rapporto narratore-autore: trovo straordinario il modo in cui “l’autore McEwan” dica al lettore di non fidarsi troppo del “narratore Serena” (infatti alla fine il narratore si ribalta e diventa Tom). Serena è infatti il personaggio di cui meno ci si fida leggendo. È spesso artificioso, poco naturale, a volte incompleto. È come se “McEwan autore” ci lasci già dei segnali sul fatto che non è su di lei che vuole ruotare la storia. E quando alla fine Tom diventa narratore (dopo essere stato presentato e raccontato così bene dalla metà del libro in poi) si resta a bocca aperta (non sarebbe McEwan) ma si rafforza la fiducia nell’autore in grado di stupire sempre.
    Grazie a tutti voi per le belle riflessioni

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  15. Serena non è un’eroina e McEwan non fa nulla per renderla gradevole, solo bella e intelligente e devo dire che mi piace. Questa voce narrante è la cornice metanarrativa principale del romanzo, prima del libro, dei libri dissemnati nella casa di Serena e nel romanzo, della storia mondiale deli ultimi 50 anni.
    Miele è un libro che stupisce, davvero.

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  16. Il contesto storico è reale, ma delocalizzato e coincide con la lotta al terrorismo internazionale pianificata dagli Stati Uniti. La CIA arruola nei servizi segreti uomini o mercenari disposti ad uccidere civili inermi (In rlanda, in America Latina, nell’Africa Subsahariana, in Estremo Oriente), mentre le fondazioni culturali sono disposte a pubblicare oppure ad assumere intellettuali disposti a collaborare a quella medesima lotta.
    Emblematico il l’episodio del ritrovamento del quotidiano del 25 agosto del 1972, scoperto dopo una conversazione che Serena aveva avuto con Shirley e che aveva risolto in stile anglosassone. In quel giornale un articolo sulla crescita della disoccupazione è commentato dal discorso pronunciato da Aleksandr Isaevič Solženicyn nel 1970, quando vinse il premio Nobel per la letteratura e nel quale accusa le Nazioni Unite di garantire l’adesione ai paesi che non rispettano i diritti umani e che strumentalizza la cultura. Serena, in quell’occasione, ricorda un altro episodio, il Massacro di Monaco del settembre 1972 in cui morirono a Monaco di Baviera 11 atleti della squadra israeliana. Come il contesto storico, anche il contesto culturale è reale e delocalizzato. Storia e cultura degli anni ’70 anticipano quelli che saranno gli scenari del XXI secolo e che sono narrati in questa intervista di SalmannRushie a Martin Amis e Ian McEwan.

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