Un diario, il mondo visto da (troppo) vicino

Quel che ci inquieta nei diari, forse, è l’assenza. L’assenza di:
– “senno di poi”;war
– di contesto adeguato;
– in fondo, di possibilità di spiegare; è un pezzo di mondo, detto più che narrato, che fatica a trovare il suo posto nella storia;

– non è nemmeno inquadrato in una sequenza, coerente e pulita, sfrondata degli elementi “inutili”; almeno, di quegli elementi che nelle narrazioni “col senno di poi” vengono eliminati perché generano rumore.

I diari per questo ci affascinano.

Nota a margine della lettura di: Carlo Emilio Gadda, Giornale di guerra e di prigionia (Garzanti), Gruppo di lettura: “La prima guerra mondiale dell’Italia”.

8 pensieri riguardo “Un diario, il mondo visto da (troppo) vicino”

  1. @Tutti @Luigi Gavazzi

    Quanto affermi nella tua nota a margine è più o meno quello che ha scritto Gadda, proprio a proposito di un diario di guerra, quello di Giani Stuparich, “Guerra del ’15 (dal taccuino d’un volontario)”, recensito su Solaria nell’anno 1932.

    Scriveva l’ingegnere:

    “Non c’è il tempo per la pesca spiraloide delle sensazioni e per il complicato gioco di pettine con cui il bello finisce di agghindarsi: d’intorno a noi non ci sono che i bruti richiami d’una esteriorità (insito) immediata, che anche il nostro intimo coinvolgono nel loro meccanismo così crudamente obbiettivo. Morire, faticare, buttarsi giù esausti, temere, vedere morti, vedere escrementi, sapere che bisognerà forse morire, certo faticare e temere ancora, questa è la guerra, anche per una medaglia d’oro come Stuparich.”

    E continuava, forse pensando più al suo di diario che a quello di Stuparich:

    “Ma torniamo al diario e diciamo che un diario è fatto così, non c’è il modo di integrare, non c’è tempo di elucubrare, tanto meno di recar giudizi su eventi e su cose sconosciute, sulle “retrovie” misteriose sui misteriosi sviluppi della realtà complessa.”

    Ho trovato queste informazioni su Gadda in

    • Guglielmo Gorni, “Gadda o il testamento del capitano”, in “Le lingue di Gadda”, (pp. 149/178), atti del convegno di Basilea 10-12 dicembre 1993, a cura di Maria Antonietta Terzoli, Salerno Editrice, 1996.

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  2. @LuigiGavazzi
    Ho riletto l’articolo di Gorni citato nel mio commento di ieri: nel testo fa risalire l’inizio della bibliografia di Gadda scrittore “de re militari” da “Manovre di artiglieria da campagna” (1928), ma nel regesto, definito minimo nella postilla bibliografica dallo stesso autore , cita anche un articolo di giornale di cui Gadda, se capisco bene, è stato coautore:

    • “Una legittimo protesta di studenti”, in “Il Popolo d’Italia”, 22 maggio 1915 (Fornasini Emilio, Gadda C.E., Luigi Semenza)

    Sempre nella postilla bibliografica, per gli approfondimenti sugli scritti di Gadda sulla guerra, l’autore rinvia a

    • “Bibliografia e indici”, a cura di Dante Isella, Guido Lucchini e Liliana Orlando, Garzanti, 1993, in “Opere di Carlo Emilio Gadda”, edizione diretta da Dante Isella, Garzanti.

    Ho sfogliato tutto il volume, ma delle opere di Gadda precedenti il conflitto non ho trovato che la citazione del summenzionato articolo del Popolo d’Italia .

    Ciao,
    Mariangela

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  3. @LuigiGavazzi @Mariangela @tutti

    Quando domandi del Gadda interventista ti riferisci a una effettiva adesione dello scrittore alle motivazioni della partecipazione alla prima guerra mondiale, documentata da fonti storiche, oppure alla elaborazione letteraria ed artistica della necessità della guerra? In questo senso ho trovato per caso un riferimento in Gadda e-o D’Annunzio. Fallimento e congedo del Superuomo di Giuseppe Papponetti (sta in Otto/Novecento 8, no. 1: 23-42. Now as Il congedo del superuomo. In Papponetti 2002a: 9-33. Also in EJGS Archives):

    E non si dimentichi che si era alla vigilia del conflitto mondiale, cioè alle soglie estreme di un evento che rappresentò per Gadda, volontario e interventista, l’esperienza centrale e determinante di tutta l’esistenza; il ritorno di d’Annunzio dalla Francia, il trionfale «maggio radioso» di infiammati discorsi ed entusiastiche accoglienze popolari coinvolsero anche lo studente del Politecnico milanese. (21) Comunque si vogliano giudicare l’ammirazione istintiva per il Poeta soldato e i giovanili fervori militareschi e nazionalistici, (22) resta decisiva una diretta testimonianza gaddiana, più volte riproposta in scritti successivi:

    Io ho voluto la guerra, per quel pochissimo che stava in me di volerla. Ho partecipato con sincero animo alle dimostrazioni del ’15, ho urlato Viva D’Annunzio, Morte a Giolitti […] in guerra ho passato alcune delle ore migliori di mia vita, di quelle che m’hanno dato oblio e compiuta immedesimazione del mio essere con la mia idea: questo, anche se trema la terra, si chiama felicità. (Castello, RR I 142)

    Quello che dici sulle emozioni che si percepiscono quando si legge un diario sono condivisibili soprattutto perché ti introducono nella vita psichica del suo autore. La relazione con i compagni di prigionia (Cola soprattutto), la fame serpentesca, la necessità sempre disattesa di dover amministrare il denaro per poter comprare quanto ti permetta di riprenderti la tua umanità (non solo cibo, ma anche matite, fogli di carta, libri), il ricordo della vita prima della tragedia della guerra e della prigionia, rappresentano incorsioni nella vita interiore dell’autore, in questo caso di Gadda.
    Leggendo il diario, ho compreso molte cose dell’autore del Pasticciaccio e della Cognizione del dolore che lessi anni fa: anzi, il Diario, che Gadda non pubblicò, ma che uscì postumo per volere dell’amico Bonfanti, è la dichiarazione programmatica dello stile letterario dell’autore. Penso che in pochi altri autori si possa individuare una tale convergenza tra vita psichica e scrittura come in Gadda.

    ciao,
    antonella

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  4. @GdL Cologno Monzese @Biblioteca di Cologno Monzese @Tutti @Luigi Gavazzi @AntonellaCostanzo

    Ho fatto di tutto per cercare di leggere questo diario, l’ho iniziato, abbandonato e ripreso in più momenti, in stagioni differenti e in condizioni di spirito diverse. Come sono solita fare nel caso di libri ostici, ho cercato materiale di supporto nella speranza che potesse avvicinarmi alla lettura e rendermela più scorrevole, chissà mai, mi dicevo, magari conoscendo qualcosa di più dell’autore, ma niente: ho apprezzato i titoli rintracciati per l’occasione, questo sì, ma per il capitano Gadda proprio non sono riuscita a provare empatia. Tanto commoventi avevo trovato gli scritti sgrammaticati dei fanti di Gibelli, tanto fredda e distaccata mi è parsa la testimonianza di Gadda, quasi una relazione d’ufficio, scritta bene, da persona colta, ma comunque (e mi dolevo di dover arrivare a questa conclusione) una relazione di servizio.

    Ho letto in seguito il commento di Gadda al film “La Grande Guerra”: il film di Monicelli tenderebbe alla farsa, alla burla e non mancherebbe di cenni irridenti; non vi risulterebbero sufficientemente evidenziati la purezza di intenti e i sacrifici eroici che pur informarono il comportamento dei molti che alla guerra avevano creduto. Scrive Gadda a conclusione della sua unica prova di critico cinematografico:

    “Il pubblico ride, ride, a molte battute o a molte scene del film: a troppe battute, a troppe e troppo facili scene. (…) Nessun pubblico francese o tedesco riderebbe a quel modo se i sacrificati, se i nomi in gioco, fossero di Francia o di Germania.” (“Dal Carso alla sala di proiezione”, in “Le carte militari di Gadda”, a cura di Giulio Ungarelli, Schweiwiller, 1994, p.114)

    Ho finalmente compreso perché dall’autore mi dividesse una distanza siderale e perché quel suo diario, cosi lontano dalla mia sensibilità, non fosse riuscito a coinvolgermi. Una risata al momento sbagliato può far saltare i nervi, ne convengo, ma chi ride alla visione di questo film ride per esorcizzare la guerra e le sue turpitudini, e certamente non manca di rispetto alla Patria; il pubblico ride, o meglio sorride, perché, proprio in quelle scene, apparentemente sottotono, sopravvive indomita, nonostante le brutture e la devastazione, una tenace umanità che alla morte non vuole arrendersi. Ma lo spettatore ride, soprattutto, ed è un riso amaro, perché della guerra riconosce l’inutilità. Ed è proprio questa l’elaborazione, a mio parere, che a Gadda non è mai riuscita.

    Potessi interloquire con Gadda, che pure a suo tempo si è occupato di umorismo, risponderei senz’altro con queste poche battute di Virginia Woolf: “La risata, più di qualsiasi altra cosa, mantiene il nostro senso delle proporzioni, è lì a ricordarci sempre che siamo soltanto umani, che nessun uomo è del tutto un eroe o completamente un malvagio. Immediatamente, appena dimentichiamo di ridere, perdiamo il senso delle proporzioni e della realtà. La risata è una lama che recide ciò che è superfluo, riproporziona e restituisce giusta misura e sincerità alle nostre azioni e alla parola scritta e parlata”.
    (Virginia Woolf, “Il valore della risata”, in “Voltando pagina. Saggi 1904-1941”, Il Saggiatore, 2011, a cura di Liliana Rampello. Articolo originariamente apparso sul Guardian del 16 agosto 1905.)

    Mi spiace moltissimo non poter discutere con voi questo libro di persona.

    Ciao,
    Mariangela

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  5. @anntonellacostazo,
    grazie infinite per la tua segnalazione; preziosissima; tra l’altro sul EJoGS (Edinburgh Journal of Gadda Studies) ho trovato altre utilissime analisi sul tema; Per chi fosse interessato, l’indirizzo è questo: http://www.gadda.ed.ac.uk/index.php. Mentre l’indirizzo della sintesi cui mi riferivo è questo:
    http://www.gadda.ed.ac.uk/Pages/resources/archive/war_writings/milesggp.php#Anchor-Milu13

    @mariangela: anche a me dispiace molto che tu non possa venire questa sera; tra l’altro la sensazione che descrivi nella lettura del Giornale gaddiano è sostanzialmente quella che provo io: distanza.
    @anntonellacostazo, @mariangela @tutti
    Eppure la sua scrittura mi affascina. È come si mi aiutasse a guardare un mondo che ho sempre sentito e tutt’ora sento lontanissimo: quello dell’interventismo retorico e patriottico che freme davanti alla morte del fratello Enrico ma da quella ideologia nefasta non si libera, ne resta impigliato, sempre, anche negli anni a venire.
    Una luce gettata su una parte della cultura italiana che avrebbe contribuito a portarci nel fascismo; prigioniera di quella idea di guerra “igiene del mondo”, della bella morte purificatrice, e di tante stronzate del genere, che tanto hanno fatto male al nostro paese.

    Del resto in Gadda tutto ciò è come un sofferente ossimoro, perché c’è anche in lui la sofferenza per la ferita morale inguaribile lasciata dalla guerra. Un conflitto fra due idee che non si risolve e che, come ricorda con grande efficacia, come sempre, Antonella è presente in tutta la scrittura futura di Gadda.

    Un abbraccio a tutti

    @antonella: ma verrai mai al Gdl? o sei troppo lontana?

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  6. @mariangela @LuigiGavazzi @tutti
    Mi trovo in parte d’accordo con Mariangela: in Gadda non c’è mai un momento di leggerezza, una risata, ti costringe a seguire il filo dei suoi pensieri. La sua scrittura incide e ferisce come una lama la nostra coscienza e, come una macchina da guerra, l’ingegnere intende demolire tutto ciò che più ha amato. Ma forse sarebbe meglio pensare che l’autore manca di ironia, quella predisposizione dello spirito che aiuta a ricostruire le relazioni, i sogni, le aspettative di ognuno di noi e a smascherare l’ipocrisia.
    Un passo del diario mi ha colpito, forse uno dei pochi in cui l’autore abbandona la forma del resoconto per regalarci una pagina di di documentazione storica. Ho ascoltato quel medesimo pensiero dalle voci di chi, partito giovanissimo per il secondo conflitto mondiale oppure e per fortuna disertore alla leva militare, ha partecipato e ha vissuto la guerra di Liberazione dal nazifascismo: l’accusa di codardia, riservata a chi aderì alle brigate partigiane, a chi, fatto prigioniero, fu deportato nei campi di concentramento o tornò dalle disastrose imprese militari, testimoniando l’orrore e il dramma del conflitto. Il quel passo Gadda, nella sua lucida analisi, individua nelle gerarchie militari i responsabili di un fallimento e di un massacro e sottolinea il coraggio dei giovani che combattevano come lui in trincea: la disorganizzazione in cui furono abbandonati li travolse. Quella stessa accusa fu pronunciata dai nazifascisti che controllavano il territorio italiano, in forma silenziosa da alleato, urlata più volte dopo il ’43.
    Ha ragione Gadda quando dice che francesi o tedeschi non avrebbero riso: i tedeschi uscirono sconfitti dal secondo conflitto mondiale come dal primo, i francesi vittoriosi, riscattando il fallimento del generale Joffre che li aveva guidati nella prima fase del guerra. Entrambi non avrebbero mai accettato un racconto cinematografo sulle loro forze militari come quello di Monicelli. Non avrebbero mai accettato quell’ironia, proprio per il differente corso della loro storia.
    ciao, antonella

    @luigigavazzi P.S: ho pensato più di una volta a partecipare di persona al Gdl, può darsi che mi decida a prendermi un paio di giorni per visitare Cologno

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