Di cosa parliamo quando parliamo di Proust

Oggi ci si chiedeva come parlare di Proust senza scivolare nelle banalità.
Perché l’enormità dell’opera rischia di suscitare paura di sbagliare e, quindi, discorsi generici, troppo generici.

Forse un’idea sarebbe concentrarsi sui punti di vista di lettura, come se ciascuno di noi scegliesse di parlare di questioni parziali e circoscritte del romanzo. Per non disperdersi e non perdersi.

Per esempio, c’è chi vorrebbe privilegiare i personali ricordi d’infanzia suscitati dalla lettura, quasi un gioco di specchi, con il movimento del romanzo che parte dalla scoperta della memoria involontaria. Una specie di Combray personale.

Il primo incontro del Gruppo di lettura dedicato alla Recherche sarà l’11 giugno 2015 in Biblioteca a Cologno Monzese, ore 21. Come sempre è aperto a tutti.

3 pensieri riguardo “Di cosa parliamo quando parliamo di Proust”

  1. Come lettore della Recherche (letta più di una volta) suggerisco questo: andare alla scoperta di tutto ciò che viene spesso ignorato. Sono tantissimi gli aspetti che l’articoletto da rivista settimanale non dice e che il lettore poco paziente ignora. Per es.: i discorsi banali, generici, ripetuti, riguardano soprattutto la memoria e la materia del primo dei 7 romanzi (La parte di Swann). La ragione è che molti lettori si fermano lì e non leggono gli altri 6 romanzi. Del resto questo è capitato anche a lettori eccellenti, molto appassionati, grandi ammiratori come Virginia Woolf: studi recenti dei libri della sua biblioetca hanno rivelato che oltre al aftto che leggeva la traduzione inglese era andata poco oltre la lettura del secondo romanzo. E dire che era uno degli scrittori che la influenzò di più… Questo spiega perché capita facilmente di leggere sempre le solite cose…Ma Proust scrive la Recherche in un lungo arco di tempo (suppergiù a partire dal 1909 e fino alla morte nel 1922). Nel frattempo tutto cambia: soprattutto a causa della guerra (ma non solo). Tra il 1913, data di pubblicazione del primo romanzo, e il 1919, data di pubblicazione del secondo, la sua visione evolve e il tessuto narrativo si fa più ricco e sfaccettato. Per cui, per non ripetere le solite cose, e soprattutto per farsi una vera originale esperienza di lettura, bisogna andare oltre il primo romanzo, e soprattutto arrivare al 3° (Guermantes) e 4° (Sodoma e Gomorra). Allora sì che lì la visione appre più complessa, più ampia. Diventa anche un affresco “sociale” dove si intrecciano tanti filoni originali: per es. la visione delle “razze” emarginate: ebrei e omosessuali; il sadismo (già annunciato nell’episodio di Combray dedicato a M.lle Vinteuil e la sua amica spiate dal narratore ma molto più sviluppato nel Tempo ritrovato (il bordello per omosessuali dove M. de Charlus si fa frustare), lil punto di vista sulle rivoluzioni artistiche: dall’arte d’avanguardia alle novità dei Ballets russes. Insomma: la Recherche è molto ricca e se la lettura va oltre il primo romanzo, si scoprono tanti temi originali che non coincidono affatto con le solite cose stra ripetute.

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  2. @gruppodilettura
    Leggere la Recherche e interpretarla alla luce dell’esperienze di lettura nel XXI secolo significa scoprire il mondo, popolato di frequentazioni, di uno scrittore introdotto nei salotti urbani e provinciali e svelare i dettagli e le emozioni che hanno origine nei suoi ambienti familiari. non ci può essere scrittura senza il tessuto di relazioni, amicizie e inimicizie, attraverso cui l’esperienza può essere ordinaria e straordinaria, sognante o allucinata. Ogni gesto, anche il più insignificante, è per Proust motivo di discesa in quel mondo interiore dove agisce la memoria involontaria, lasciando emergere un universo sconosciuto a molti e a volte di difficile comprensione. Nelle dimore, nei giardini, lungo i boulevards legge e scrive, ricomponendo la realtà in cui i particolari agiscono da perturbanti: è il caso, per esempio, dell’attenzione che Proust ha per il mondo della natura e degli insetti. Al suo microcosmo si oppone un microcosmo insondabile, capace di introdursi là dove si pretende ordine, chiarore, silenzio, pulizia, cortesia e di smascherarne l’ipocrisia. Proust ci insegna che non c’è via di fuga, ma che ci resta la nostra coscienza, questa sì lucida e disincantata.

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