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L’Italia nella prima guerra mondiale, preludio del fascismo

Il 24 maggio 1915, l’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale, è diventato una specie di mito fondativo della moderna identità nazionale.

Un mito fondativo ambiguo e forzato, nel quale si è identificata solo una parte del paese, risultato soprattutto del lavoro di appropriazione della memoria della guerra operata dal fascismo e, prima, dall’abile lavoro sul linguaggio di Gabriele d’Annunzio, il vero protagonista mediatico del “maggio radioso”.

Eppure è indubbio che la partecipazione alla Grande Guerra, tragedia stupida e assoluta, rappresentò un passaggio decisivo per l’identità del paese e l’idea stessa di Italia.

Tre date
“Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio” […].

Dopo questa data, l’altra, che riguarda la Grande guerra degli italiani, è il 24 ottobre 1917, tutti la ricordano come Caporetto: quindi la disfatta, il presunto tradimento (della truppa? dei politici? dei socialisti? Cadorna prima e i fascisti poi manipolarono Caporetto ancor più del 24 maggio).

Infine, la terza, il riscatto, la Vittoria: il 4 novembre 1918.

Il fascismo, figlio dell’interventismo
Insomma, tutto sembra cominciare lì, dalla dichiarazione di guerra all’Austria-Ungheria di quel 24 maggio 1915, che porterà il paese a perdere 600mila vite (900mila secondo altre stime), oltre alle conseguenze politiche catastrofiche: il fascismo, figlio legittimo dell’interventismo, della guerra e della crisi dello Stato liberale, e la partecipazione alla seconda guerra mondiale, accanto alla Germania che l’aveva scatenata per demolire l’assetto europeo uscito dalla prima guerra e sancito a Versailles.

La decisione di entrare nella Grande guerra lasciò la società italiana spaccata lungo la linea che divide i ceti piccoli e medio borghesi nazionalisti, gli intellettuali, gli studenti, gli industriali, i grandi giornali – Il Corriere della Sera di Luigi Albertini prima di tutti – da una parte, favorevoli alla guerra;
e gli operai dell’industria e i socialisti, contrari e i ceti contadini sostanzialmente estranei alla dialettica ma istintivamente ostili alla partecipazione.
Una frattura che si sarebbe ripresentata alla fine del conflitto e che, con la complicità del Re, avrebbe portato l’Italia al fascismo.

Il patto di Londra, Salandra
In verità, i giochi erano stati chiusi un mese prima. Almeno per quel che contava e vincolava il governo. Il primo ministro Antonio Salandra, e il ministro degli esteri Sidney Sonnino, dopo mesi di trattative, avevano firmato, il 26 aprile 1915, il Patto di Londra, con le promesse degli Alleati dell’Intesa all’Italia, nel caso di vittoria sull’Austria.

Oltre a Trento e Trieste, terre “irredente”, l’Italia avrebbe ottenuto il sud Tirolo – abitato prevalentemente da popolazioni di lingua tedesca che si sentivano austriache – l’Istria (Fiume esclusa), abitata soprattutto da sloveni; una parte della Dalmazia (dove gli italiani erano assoluta minoranza); alcune isole dell’Adriatico, Valona e Saseno in Albania e il bacino carbonifero di Adalia in Turchia, oltre alla conferma della sovranità su Libia e Dodecaneso. In sostanza: siamo in linea con le rivendicazioni del nazionalismo tribalista del primo Novecento europeo.

L’impegno di Salandra, nel patto segreto di Londra, trovò però una sostanziale opposizione nel Parlamento e in Giolitti, e in parte del governo. Opposizione che venne superata con alcune forzature, che, secondo molti storici, configurarono un vero “colpo di stato”, con la partecipazione del re.

Gabriele d’Annunzio e gli intellettuali
Anche se le file degli interventisti contavano alcune frange del sindacalismo rivoluzionario, i socialisti in fase di nazionalizzazione “alla Mussolini”, l’irredentismo democratico, il segno della campagna interventista, retorica e aggressiva, venne dato da Gabriele d’Annunzio nella propaganda; e dalla violenza dei nazionalisti nelle piazze.

Il poeta, con grande capacità di lettura delle dinamiche della società e abilissimo uso del linguaggio, avvertì il cambiamento in atto nel paese e interpretò il nuovo ruolo dell’intellettuale. D’Annunzio inaugurò, in quelle giornate di maggio 1915, l’epoca dell’estetica della politica, usata per la cosiddetta “nazionalizzazione delle masse” che sarebbe poi stata impiegata, dagli anni ’20 in poi, nell’ascesa dei movimenti di estrema destra.

Oltre a D’Annunzio molti intellettuali contribuirono a portare il paese nel clima della guerra. A cominciare dai futuristi. Per tutti, in vario modo, la guerra sarebbe stata un cataclisma purificatore e rigeneratore, l’espressione anche estetica ed estrema della modernità. E questa interpretazione della guerra ebbe grande effetto sulle classi medie, sugli studenti. Anche quelli moderati, come dimostra benissimo Carlo Emilio Gadda, nel suo Giornale di guerra e di prigionia.

Ben presto, questa convinzione si dimostrò un’illusione, che molti pagarono con la morte, come Umberto Boccioni e Carlo Erba che parteciparono veramente e attivamente ai combattimenti. Non la pagò D’Annunzio, che non cambiò mai idea ma che ebbe l’accortezza di stare lontano dai luoghi dove si sparava, appena un passo indietro, sempre pronto a declamare e incitare, libero di muoversi lungo le retrovie. A celebrare la morte, quella altrui.

(questo post è stato pubblicato in origine su Panorama.it il 23 maggio 2015)

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