La Recherche di Proust: la guida alla lettura di “La strada di Swann” del Gdl di Cologno Monzese

Due pagine del manoscritto della Recherche du temps perdu
Due pagine del manoscritto de La Recherche du temps perdu

Il gruppo di lettura della Biblioteca di Cologno Monzese si è riunito in due serate del mese di giugno (11 e 25) per dare il via al progetto dedicato a Alla ricerca del tempo perduto (La Recherche) di Marcel Proust. Questi primi incontri in cui il gruppo si è avvicinato molto timidamente e con un timore reverenziale all’autore e alla sua opera, si sono concentrati sul primo dei sette libri che la compongono: “La strada di Swann”. Il gruppo di lettura ha poi deciso di continuare e si è dato appuntamento per il secondo volume, “All’ombra delle fanciulle in fiore”, per il 24 settembre. L’incontro è aperto (come sempre) a tutti.

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Dalle discussioni, ricche, stimolanti e mai banali, sono emersi diversi spunti interessanti in primo luogo sull’impatto emotivo alla prima lettura (ma non solo) dell’opera e poi alcune analisi su personaggi, scene, ambientazioni, emozioni, “io” e “coscienza”, “tempo” e “memoria” che si è pensato di raccogliere qui in una guida alla lettura della Recherche di cui questo è il primo capitolo.

Marcel Proust. 1900, Wikimedia Commons, elaborazione Pixlr
Marcel Proust. 1900, Wikimedia Commons, elaborazione Pixlr

Una guida che non è assolutamente esaustiva (quale opera su Proust lo sarebbe?), che si arricchirà con il tempo e con le nuove scoperte che la Recherche ci regalerà. Dunque, non siate troppo severi e perdonateci se ci dilungheremo un po’. Ma non si può fare altrimenti e questo, del resto, non  un blog dove andare di fretta. Dunque, iniziamo.
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Il metodo di lettura

Basta guardare il volume della versione integrale di Alla ricerca del tempo perduto per provare timore. Ma spaventarsi serve a poco. Servono piuttosto tre ingredienti per una lettura serena e sorprendente:

umiltá, data la lunghezza e la complessità dell’opera. Bisogna sapere che sarà necessario aspettare la fine (ovvero sette libri e oltre 2.400 pagine) per poter capire. In molti, arrivati alla fine, ricominciano a leggere dal primo libro, perché sono proprio le ultime pagine ad illuminare di significato il tutto e a chiarire alcuni legami che, a quel punto, vanno riscoperti;

– dunque, è necessario evitare le generalizzazioni, per quanto siano tentazioni forti. Soprattutto al principio;

– infine, è necessario essere locali nel ragionamento. Da dove cominciare? Allo smarrimento della grandezza, meglio rispondere con l’individuazione verticale di personaggi e temi.

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L’esperienza di lettura

Impossibile dare all’esperienza di lettura della Recherche una risposta univoca. Se la reazione è stata per i più positiva, c’è stato anche chi si è sentito sconfitto e smarrito. Talmente lontana nel tempo da renderla bellissima ma troppo scollegata dalla vita contemporanea. Talmente ricca di dettagli dal rendere faticoso il loro ricordo. Un enorme pianosequenza in cui si fatica a distinguere (e tenere a mente) tutti i personaggi.

A prevalere è comunque l’atteggiamento di attesa. Attesa di ciò che sarà. Nel mentre ci si può far trasportare dalla spettacolaritá della scrittura torrenziale, in grado di trovare sempre la parola giusta e talmente forte da far provare una sensazione di immedesimazione nell’infanzia del narratore o di più semplice empatia. È la capacità descrittiva, i punti di vista prospettici, lo sguardo sul mondo dal punto di vista del bambino a lasciare sorpresi (memorabile la descrizione del campanile di St.Hilaire o dei diversi quadri visivi con cui il narratore guarda i due campanili di Martinville-le-Sec che cambiano a seconda della distanza e della posizione della carrozza su cui si trova seduto),

Ed è proprio il piacere immenso della lettura a rapire i più. Il senso dell’umorismo (come quando le due prozie, nelle prime pagine di Combray, pensano di aver ringraziato Swann delle bottiglie di Asti inviate loro improvvisando giri di parole che tutto contengono tranne che “Asti” e “grazie” tanto da non ottenere il risultato sperato), la freschezza delle immagini, i riferimenti culturali (arte e musica su tutti) che diventano spunti per riflessioni cosmiche.

Una “graphic novel” del passato. Una letteratura di grandi immagini raccontate con parole di dettaglio. Un lavoro scientifico, di ricerca (come nelle lunghe pagine di descrizione del biancospino di Tansonville in Combray). Un libro da prendere in determinati momenti della vita. Che porta in un tempo sospeso, nel quale aiuta a un’evoluzione intima, personale.

Lo stesso Proust dice che ogni lettore legge se stesso quando legge. Dunque invita tutti a superare il disagio. E offre frammenti di memoria che ogni volta si allargano. In ognuno c’è l’opera di Proust, in una natura monodica che lascia storditi. Ci troviamo di fronte a un “metaromanzo sulla lettura” illuminante in ogni sua pagina.

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I QUADRI DI LETTURA

Memoria, io e identificazione: Proust non scrive un romanzo con personaggi che muovono fatti e pagine. Proust raccoglie una successione di memorie improvvise che quando vengono alla coscienza generano altri ricordi. Si entra in un mondo quasi magico in cui il narratore, attraverso il discorso indiretto libero, dà sfogo ai suoi pensieri. Nel raccontare la sua infanzia e tutta l’aneddotica famigliare che riempie le pagine di Combray il narratore racconta cos’é un “io”: un insieme di ricordi e di elaborazioni di ricordi alcuni sopraggiunti all’improvviso altri più consolidati (io solido e io fragile).

Memorabile la scena delle maddalenine, i piccoli dolcetti “che paiono aver avuto per stampo la valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo” che inzuppate nel the fanno riaffiorare Combray alla memoria del narratore. Tre pagine di inestimabile grandezza al termine delle quali tutto torna al suo posto.

Come del resto accade proprio all’inizio del libro. L‘io cosciente prende il sopravvento dopo che, nel sonno disturbato delle prime ore dell’alba, è la memoria a riportare il narratore alla sua infanzia. Ma la vera vita é proprio in quell’alba in cui “tutto girava intorno nel buio, le cose, i pensieri, gli anni”. Immagine semi-oniriche che vengono, si spostano e tornano al loro posto a ricordarci che siamo un mix di conscio e inconscio.

… Benchè io sapessi bene che non ero nelle dimore di cui l’ignoranza del risveglio mi aveva in un attimo, se non offerto l’immagine distinta, almeno fatto creder possibile la presenza, la mia memoria ormai era scossa…

In un “io” sempre dinamico, che cambia con gli anni. Inconsistente, dunque, nel singolo momento ma sempre reversibile.

– La mamma del narratore: eccola che ci appare sin dalle prime pagine come donna remissiva, silenziosa, succube e priva di una personalità propria. È l’amore del narratore da bambino e la sua sofferenza per la mancanza del “bacio” della buonanotte a darle spessore e importanza.

Figlia, moglie e madre di una società borghese dei primi del ‘900 (siamo nel 1913) non può concedersi spazio. Commuovente il momento in cui si riappropria del sé: ovvero nel silenzio e nella solitudine, nella lontananza da quella società che impone schemi. Quando, chiusa nella stanza con il bambino/narratore

vinta dal mio turbamento, lei che non si voleva intenerire mai con me, tratteneva a stento la voglia di piangere… “Ecco il mio fringuello, il mio passerotto, che farà diventare la mamma una bestiolina come lui, se si va avanti così ancora un poco…”

– La nonna del narratore, Bathilde: È forse l’unico personaggio femminile solido, strutturato, libero, autorevole e scansonato del primo volume. Si perde nel bosco, esce quando piove a fare la sua passeggiata, si sporca di fango. Stimola il nipote a leggere, lo vuole attivo e non addormentato secondo il cliché borghese dell’epoca. Ironizza sul marito e sulle cognate zitelle. Guarda con saggezza in silenzio le dinamiche famigliari nel loro sviluppo naturale.

Charles Swann: Il borghese-ebreo-ricco Swann si affaccia nella villa di Combray della famiglia del narratore e da subito appare come l’uomo dalla personalitá multipla che si trasforma a seconda degli ambienti in cui si trova, che cambia a seconda dei personaggi che frequenta, che mostra una faccia e poi un’altra quasi a non trovare mai il suo vero ambiente naturale (il tutto esplode nella sua evidenza nel capitolo Un amore di Swann).

Indeciso, insicuro, o forse spavaldo e sbruffone. Di certo, un personaggio che incuriosisce. Il suo essere “ebreo” lo colloca da una parte in una posizione sociale di alto livello e allo stesso tempo lo stigmatizza per la diffidenza che a cavallo dell’800 e del ‘900 c’era nei confronti dell’ebraismo.

Odette e Gilberte: Le due figure femminili, seppur così diverse tra loro sono indubbiamente unite dalla passione tormentata che le lega rispettivamente a Swann e al narratore. Sono oggetto del tormento amoroso, l’unico che agli occhi di Proust sembra dare significato o appagamento.

In effetti l’autore non scava nei sentimenti, si attorciglia su se stesso ma non ci parla mai di Amore con la A maiuscola. Semmai lo sostituisce con la gelosia malata che tutto travisa. Solo nella memoria, tutto torna e ritrova un ordine.

Nella relazione con Odette, una prostituta di alto lignaggio, Swann si fa consapevolmente trascinare fino a distruggersi socialmente. E anche umanamente. Il tormento che genera in Swann la sensazione dell’abbandono di Odette è in natura molto simile a quello che caratterizzerà l’innamoramento del narratore per Gilberte: lui è preso da lei, lei no. Sembra quasi che senza tormento l’amore non abbia significato, non trovi una forma di appagamento. E la delusione di non riuscire a vivere quanto immaginato torna puntuale.

Allo stesso modo l’incontro del narratore con Gilberte alla fine del primo libro riapre il grande tema dell’amore non corrisposto. E Proust è geniale nella narrazione dell’estetismo dell’amore, dell’impotenza a cui riduce l’uomo.

Interessante anche la progessione dell’innamoramento per Gilberte. Il narratore-bambino si accorge di essere ormai vittima amorosa da piccole cose, dall’assenza di lei, dalle reazioni emotive ai piccoli gesti che la bambina ha verso di lui. È una passione molto realistica quella che descrive Proust, che guarda alla situazione con l’occhio di chi vede la persona cadere in balia dell’altro. L’impossibilità di un Amore gentile, di un Amore sereno, porta tutto a una visione egocentrica del sentimento che emerge soprattutto nel personaggio di Odette ma anche nel narratore bambino invaghito di Gilberte.
Probabilmente ha contribuito a tutto ciò la vita di Proust, omosessuale dagli amori tormentati.

La Lettura: è compagna continua della vita del narratore. Un momento vissuto e sempre presente che rappresenta il tempo dedicato alla rielaborazione di eventi che non si riuscirebbe a cogliere in tanti anni di vita mentre balzano subito alla coscienza tra le pagine di un libro:

… quello che rimprovero ai giornali è di farci prestare ogni giorno attenzione a fatti insignificanti, mentre i libri dove ci sono le cose essenziali li leggiamo tre o quattro volte nella vita…

Memoria e memoria: ma è nelle ultime pagine del primo libro che si chiarisce il valore della memoria in cui tutto quello che abbiamo detto finora, sembra ritrovarsi in una comprensione e in un equilibrio quasi magico.

“Nomi di Paesi: il nome”, l’ultima sezione, è sembrata a tutti un po’ stonata, quasi appoggiata lì senza una coerenza particolare con le due sezioni precedenti. E non è un caso. Questa parte in origine era unita alla prima del secondo volume (“All’ombra delle fanciulle in fiore”) ma, inserita in origine da Proust nel primo libro, venne giudicata troppo lunga dall’editore che gli impose un frazionamento diverso. Così Proust la divise a metà tra primo e secondo libro.

Casuale o meno che sia di certo è in queste pagine che l’autore completa l’evoluzione del percorso iniziato a Combray: il passaggio dal passato al presente gli consente di evocare un mondo, quello dei Giardini di Boulogne di quando era bambino, che ormai non c’è più.

Viene dato un valore di ricchezza alle sensazioni di qualcosa che è diventato altro, ma dal cui ricordo non bisogna farsi imbrigliare, bensì stimolare ad andare avanti.

Proust sembra dirci che c’è memoria e memoria. Solo se si dà una forma estetica al ricordo diventa arricchimento. Altrimenti resta solo come nostalgia, come sofferenza di quello che non c’è più.

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