L’uomo che ride di Victor Hugo: il manifesto di un secolo

Impossibile riassumere questo capolavoro in poche righe. Nell’Uomo che ride Hugo costruisce cattedrali narrative, e ti trascina in un labirinto di caratteri e personaggi, affreschi storici, digressioni naturalistiche, esposizioni scientifiche, e più ne sa, più ne aggiunge.

E il lettore si aggira stordito in questo universo enciclopedico: un momento sta camminando su morbidi tappeti dorati di un sontuoso palazzo, nell’altro procede a fatica con il fango fino alle ginocchia. In un attimo, ti fa toccare il cielo con un dito, nell’altro hai paura a voltare pagina. È il suo penultimo romanzo, e ormai conosce bene i suoi polli. Dalla prima pagina, un filo tenace e invisibile ti trascina fino all’ultima senza alcuna possibilità di scelta.  Hugo accelera, frena, si interrompe, divaga, cincischia, gioca al gatto con il topo e finalmente arriva al dunque. Ma, come un amante crudele, solo quando lo decide lui. E conclude come vuole lui.

Di più è meglio non dire per non svelare i segreti che la trama, così avvincente, dipanerà a poco a poco. La parola ai personaggi e infine, a voi, se vorrete.

Homo e Ursus, il lupo e il vagabondo

Ursus e Homo erano legati da un’amicizia stretta. Ursus era un uomo, Homo era un lupo. Le loro nature erano ben assortite. Era stato l’uomo a battezzare il lupo. Probabilmente si era anche scelto da solo il suo nome: avendo trovato Ursus adatto a sé, aveva trovato Homo adatto all’animale… Ursus e Homo andavano di crocicchio in crocicchio, dalle pubbliche piazze di Aberystwith alle pubbliche piazze di Yeddburg, di regione in regione, di contea in contea, di città in città. Esaurito un mercato, passavano all’altro. Ursus abitava in una catapecchia su due ruote che Homo, sufficientemente incivilito, trainava di giorno e sorvegliava di notte. Nelle strade difficili, nelle salite, quando c’erano troppe buche o troppo fango, l’uomo si infilava la cinghia al collo e tirava fraternamente accanto al lupo. Così erano invecchiati insieme.

Gwynplaine, il mostro

Gli avevano appiccicato per sempre quel riso alla faccia. in virtù di quella misteriosa operazione probabilmente subita da Gwynplaine bambino, tutte le parti del suo viso concorrevano a quel ghigno… L’arte antica un tempo applicava ai frontoni dei teatri, in Grecia, un’allegra faccia di bronzo. Quel bronzo sembrava ridere e faceva ridere, eppure era pensoso… Tutte le  preoccupazioni, tutte le delusioni, tutto il disgusto e i dispiaceri si sommavano su quella fronte impassibile, dando quel lugubre risultato: l’allegria; un angolo delle labbra era sollevato nello scherno verso il genere umano; l’altro nella blasfemia verso gli dei… La cupa maschera morta della commedia antica addosso a un uomo vivo, si potrebbe quasi dire che  Gwynplaine era questo.

Dea, la cieca

Come la definisce Ursus, Dea è una sacerdotessa misteriosa, fatta di una natura rara. Il suo corpo era fragile, il suo cuore no. Non necessita della vista per capire come va il mondo.

Vedere? Cos’è che chiamate vedere, voialtri? Io non vedo, so. Sembra che vedere nasconda… Che cosa significa essere brutti? Significa fare il male. Gwynplaine fa solo il bene. È bello.

E Ursus durante lo spettacolo la presenta così:

Questa è una cieca. È forse un’eccezione? No. Siamo tutti ciechi. L’avaro è cieco: vede l’oro ma non la sua ricchezza. Il prodigo è cieco: vede l’inizio ma non vede la fine. La donna vanitosa è cieca: non vede le proprie rughe. L’erudito è cieco: non vede la propria ignoranza. Il galantuomo è cieco: non vede il farabutto. Il farabutto è cieco: non vede Dio. Dio è cieco: il giorno in cui ha creato il mondo non ha visto che il diavolo ci metteva lo zampino. Io sono cieco: parlo e non vedo che siete sordi.

Infine, su tutto il romanzo trionfa l’espediente narrativo dell’agnizione. La usavano sapientemente Dumas e Balzac, la utilizza magistralmente Hugo qui. E il mostro diventa una figura messianica e profetica, come dimostra il discorso che Gwynplaine tiene davanti alla Camera dei Lord.

Io sono colui che viene dalla profondità, Milord, voi siete i grandi e i ricchi. È pericoloso. Approfittate della notte. Ma state in guardia, c’è una grande potenza, l’aurora. L’alba non può essere vinta. Arriverà. Sta già arrivando. E ha in sé un irresistibile fiotto di luce. E chi impedirà a questa fionda di scagliare il sole nel cielo? Il sole è il diritto. Voi, invece, siete il privilegio. Abbiate paura. Il vero padrone di casa sta per bussare alla porta. Chi è il padre del privilegio? Il caso. E chi è suo figlio? L’abuso. Né il caso né l’abuso sono solidi. Io vengo ad avvertirvi. Vengo a denunciarvi la vostra stessa felicità. È fatta dell’infelicità altrui. Voi avete tutto, ma il vostro tutto è fatto del nulla degli altri.

Di qui in poi, si rotola verso il finale come dentro a una valanga inarrestabile. Senza fiato, si scende a valle senza riuscire a fermarsi, e senza credere ai propri occhi. Ma non eravamo in vetta? Hugo non riesce a consolarci con il lieto fine di Dickens (lo farà altrove, e forse quando ancora cercava lettori ma non qui, non al penultimo romanzo) e non crede alla divina provvidenza di Manzoni. La realtà è quello che è. Anche quella narrativa.

ps: dopo aver concluso il libro, non ho potuto aprirne un altro per settimane. Allego un mio vecchio post in cui spiegavo quanto è difficile abbandonare i personaggi che abbiamo amato  al loro destino di carta. Lo è stato anche questa volta.

4 pensieri riguardo “L’uomo che ride di Victor Hugo: il manifesto di un secolo”

  1. @grazie Theleeshore. Pensa un po’ che di Hugo ho letto solo i Miserabili. Me lo appunto e ti darò il mio pare ma non so quando. Ho poco tempo e tanti libri in attesa. Tu scrivi un po’ più spesso. Ora ad esempio hai ripreso la lettura? Ciao

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  2. Buona sera!
    Mia nonna mi parlava spesso di questo romanzo quando ero bambina. Mi coinvolgeva al punto il suo racconto (in cui alle vicende dell’uomo che ride si intrecciavano le difficoltà di mia nonna bambina a cui era vietato leggere), che non ho mai pensato di leggerlo (va detto che non l’ho mai visto in giro, nè in libreria, nè in biblioteca, nè a casa di qualcuno).
    Però non è mai detto; magari lo leggerò in seguito a questa presentazione.

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  3. Beh, sì, la storia molto a grandi linee la ricordo (forse da bambino mi capitò un’edizione riassuntiva per l’infanzia, con tanto di illustrazioni) , ma nell’integrale non l’ho mai letto neanche io. Ora me lo scarico sul Kobo (c’è anche un’edizione ebook a 0,99E), e appena posso (ho una bella pila in attesa sul comodino) quasi quasi me lo leggo….

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  4. Ciao a tutti, scusate la lentezza della mia risposta ma passo di qui raramente. Lo farò più spesso! L’avete poi letto? Io l’ho amato moltissimo. Fatemi sapere. Un abbraccio a tutti

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