Leggo Proust per salvare (la mia) umanità: intervista a un lettore (comune) della Recherche

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Ma come è possibile riuscire a leggere Proust oggi?
Circondati da un mondo in trasformazione, che ci chiede di riflettere, analizzare, capire, guardare più che mai il presente, collocarlo nella storia. Sei sicuro che Proust non sia un lusso che non ci possiamo permettere?

In effetti, in alcuni momenti, mentre leggo pagine e pagine apparentemente dedicate a un mondo che se ne è andato; a salotti davanti ai quali stava per esplodere una guerra catastrofica mentre inconsapevolmente (forse) in essi ci si occupava di cappellini, ricevimenti e ristoranti. Ecco, lì un dubbio mi viene, il dubbio che tu abbia ragione. Forse oggi non ci possiamo permettere la lettura di Proust.
Eppure sento che non è così. E vado avanti.
Guarda, ti risparmio uno degli argomenti fondamentali: La Recherche è un libro talmente bello, che tutto il resto del tuo argomento potresti dimenticarlo.
Conosco lettori che vengono al Gruppo di lettura su Proust che su questo argomento sarebbero inflessibili. E, se ci pensi, è un argomento fortissimo, forse davvero decisivo per un lettore.
Però io e te stiamo provando a incontrarci su un terreno un po’ diverso.

Sì, e quale sarebbe questo terreno?

Be’ ovviamente su questa cosa sono state scritte pagine bellissime e ben più significative di quello che posso dire io.

Cerco di mettere fuoco ciò che sono riuscito a elaborare: quando leggi Proust senti che ti stai occupando dell’essenza dell’umano, di quei sentimenti, sensazioni, pensieri e modo di pensare che potenzialmente caratterizzano ciascuno di noi. È come se aprissimo, insieme al libro, un laboratorio di autoanalisi che ci indica, rende esplicito quel che siamo o potremmo, dovremmo essere.

Chiaro, sto camminando su un terreno scivoloso, con argomenti che rischiano di essere circolari. Risentono di poche letture della critica su Proust e della lettura di due soli volumi del romanzo infinito. Credo che queste cose che dico verranno modificate via via che si va avanti con gli altri volumi della Recherche.

Quindi tu mi stai dicendo che le pagine dedicate ai biancospini o alle passeggiate di Odette nel Bois, hanno a che fare con la mia essenza di essere umano?

Be’ ovviamente io ho ridotto al midollo un’opera gigantesca, senza limiti di ambizione. Io cercavo solo di dire che davanti al mondo che si modifica in continuazione, a società che si frantumano, a sommovimenti epocali, Proust riesce a parlarci ancora. E lo fa sottraendosi al tempo (sì mi rendo conto che rischio di brutto), anche al suo di tempo, ovviamente. O meglio si sottrae alla visione del tempo che ci aspettiamo dagli scrittori realisti. Tanto è vero che si occupa di Odette e dei suoi cappellini mentre l’Europa va allo sfacelo della Grande Guerra.

Prendo a prestito le parole di Daria Galateria nell’introduzione alle note di All’ombra delle fanciulle in fiore nell’edizione dei meridiani Mondadori. Proust non descrive l’ultimo scorcio di secolo, nel quale ambienta il secondo volume della Recherche, attraverso le sue grandi passioni storiche e politiche (ci sono solo due accenni sfuggenti e marginali al caso Dreyfus).

Il mondo appena svanito di fine secolo, Proust scrive durante la guerra, viene colto nei suoi aspetti effimeri, per esempio la Parigi elegante del tempo, recuperata attraverso i suoi fiorai, ristoranti, salumerie, drogherie, caffè. pasticcieri.

Scrive ancora Galateria:

A differenza di un romanziere realista, Proust non ricorre al dato esterno per legittimare il romanzesco, l’invenzione, il racconto. Al contrario, il mondo reale è tutto riassorbito dentro il romanzo, dentro le sue leggi generative, distributive e organizzative; diventa aneddoto, partecipa alla storia suscitando nel lettore attese e nello scrittore, evidentemente, fantasmi […] Forse si tratta già di sottrarre il tempo – e proprio il più fragile e volatile, quello delle mode – alla morte, integrandolo nello spazio del romanzo; come se il tempo andasse riscattato per zone, e la moda ne fosse una soglia, la Mondanità del Tempo.

Ecco, forse devo sempre pensare alla necessità di non considerare Proust un romanziere realista e tutto diventa più agevole nella lettura.

(l’intervista al lettore comune di Proust, continua nei prossimi giorni)

6 pensieri riguardo “Leggo Proust per salvare (la mia) umanità: intervista a un lettore (comune) della Recherche”

  1. Il libro è talmente bello perché la narrazione non si esaurisce nella descrizione delle passeggiate, nella partecipazione agli eventi, nell’osservazione dei particolari all’apparenza più marginali della natura e il lettore [ coinvolto con la lettura in un’esperienza panottica. Proust procede nella narrazione con la stessa capacità descrittiva di un botanico o di un entomologo. Nella lettura della Recherche mi sono chiesta chi è l’autore dopo l’esperienza narrativa di Proust e chi è il lettore contemporaneo, in cosa consista l’essenza umana che tutti noi ritroviamo nella lettura proustiana. Una nuova figura sociale si schiude all’orizzonte del XIX secolo e ci accompagna ancora oggi. Lo scrittore, quale operaio professionale, non ha un destino diverso da quello del cineasta o del fotografo, del musicista o dell’artista esecutore (la ballerina, l’acrobata) oltre che da quello dei lavoratori adibiti alle mansioni servili (il maggiordomo per esempio). Agli inizi del secolo scorso questi ruoli cominciavano a imporsi come attività che esigono la presenza altrui, e che trovano il proprio compimento in se stesse, senza lasciare dietro di sé un oggetto determinato. Attività virtuose in cui si investe capitale, ma non si produce reddito, ma che assumono funzioni politiche. In Proust questa connotazione politica risiede nell’aver trasformato il linguaggio in una attività senza opera e di essere risalito alle origini della nostra essenza più peculiare, ossia il linguaggio come prestazione virtuosistica. La lettura della Recherche, come l’esecuzione di un concertista, ha un virtuosismo duplice, produce un’opera che non è separabile dalla sua esecuzione e non ha un copione alla sue spalle. Una lettura che è essa stessa un atto linguistico e presuppone un atto determinato, da far rivivere sempre di nuovo.

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