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La Recherche di Proust: la guida alla lettura di “All’ombra delle fanciulle in fiore” del Gdl di Cologno Monzese

Il gruppo di lettura della Biblioteca di Cologno Monzese si è riunito il 1 ottobre per discutere insieme del secondo libro di “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust: All’ombra delle fanciulle in fiore.

Il progetto di lettura è inziato a giugno. Ormai siamo tutti molto presi in questo viaggio tra le pagine “immense” dell’opera proustiana e non abbiamo intenzione di fermarci. A dicembre (il 10 o il 17 – seguono aggiornamenti) alle ore 21, infatti, ci incontreremo ancora per la lettura del terzo volume: “I Guermantes”. L’incontro è aperto (come sempre) a tutti.

Come già fatto per il primo volume (“La strada di Swann”) ecco la nostra guida di lettura al secondo libro. Nessuna pretesa esaustiva, ma una serie di appunti e notazioni scaturiti dai membri del gruppo e che volentieri condividiamo.

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Aperte le prime pagine di “All’ombra delle fanciulle in fiore” resta la sensazione di essere ancora nel primo libro. Continua quasi senza soluzione di continuità, l’angosciosa analisi interiore di Marcel narratore, la conoscenza del personaggio Swann e la narrazione della poligamica vita di Odette.

Esclusivo ed escludente
Si resta un po’ interdetti e si arriva anche a domandarsi a quale scopo leggere tante pagine che si perdono in dettagli su pizzi e merletti di un abito, o su un particolare di un momento della giornata vissuto in una casa borghese o al Bois de Boulogne. Ancora più che con il primo libro, nel secondo si rafforza la convinzione di avere tra le mani un’opera totalizzante, che mette in crisi il lettore perchè è lontana dal suo mondo contemporaneo e dunque appare quasi “futile”, esageratamente analitica e verticale. Ma è solo un momento.

Perché Proust è esclusivo ed escludente. L’impegno mentale nel leggere l’opera è tale da consentire poco altro a un lettore comune. Non c’è nulla di leggero. E l’identificazione è totale. Il lettore soffre quando il narratore soffre. Respira e si rasserena quando il narratore respira e si rasserena.

E così avviene nella seconda parte del libro, quando il giovane (e malaticcio) Marcel arriva con la nonna e la governante Francoise a Balbec in vacanza.

Il modo in cui presenta (malato, cagionevole, non particolarmente brillante, ossrvatore esterno delle vite altrui) crea paradossalmente un affetto intorno a lui anche esagerato. E lui sceglie continuamente solo ciò che vuole. Una reazione frutto di una profonda solitudine in cui la sua coscienza torna preponderante a farsi a sentire.

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Un mondo per Marcel
È come se Marcel/Proust si ritrovi a vivere in una società in piena contraddizione e in cui fatica terribilmente a districarsi e a trovare una propria identità. È anche per questo, probabilmente, che tra le pagine, si nutre qualche difficoltà nel comprendere quando Marcel è Marcel personaggio narratore e quando è Marcel Proust, l’autore.

Calato a pieno nell’alta borghesia francese (peraltro classe sociale che non gli apparteneva) Proust la descrive così nel dettaglio (senza curarsi affatto dell’altra parte della società) che si fatica a distinguere le due identità. Ma forse desiderava proprio questo. Totalizzarci nel suo racconto al di là di ogni identità descritta. Forse desiderava creare un mondo per se stesso. E null’altro. Dice Proust nella parte prima del secondo volume (pag.441 Ed.Einaudi)

Siamo tutti costretti, per rendere sopportabile la realtà, a coltivare in noi qualche piccola pazzia.

L’atteggiamento del lettore
Proust è maestro nel descrivere un mondo che lui vede e interpreta con la sua lanterna magica. È il suo. E nulla più. Davanti a questo, l’atteggiamento di noi lettori è stato duplice: chi si è posto delle domande sull’effettiva necessità e sul valore della lettura di un’opera magnificente costruita intorno all’io magico dello scrittore, o chi non si è posto troppo (o affatto) il problema di dove ci si trovi, facendosi trascinare nel mondo immaginifico tra fantasia e finzione e godere della bellezza della scrittura.

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La scrittura: arte per l’arte
La magnificenza della scrittura di Proust, nel secondo libro, lascia ancora una volta senza fiato. Il viaggio in treno verso Balbec è un vero e proprio cortometraggio cinematografico di dettagli, colori, profumi. La descrizione di tutti i paesaggi e i personaggi che incontra è umoristica ma profonda, sintentica ma significativa. E così (pag. 490-491 Ed. Einaudi)

nel riquadro del finestrino comparve un boschetto nero, vidi nubi frastagliate la cui dolce lanugine era d’un rosa ormai fisso, morto, che non cambierà più… il treno girò… la scena mattutina fu sostituita nel riquadro del finestrino da un villaggio notturno dai tetti azzurri di chiaro di luna, con un lavatoio incrostato della madreperla opalina della notte, sotto un cielo ancora seminato di tutte le sue stelle…

nella “stazioncina tra due montagne” compare

la robusta ragazza che vidi uscire dalla casa cantoniera e… venire verso la stazione con una brocca di latte.. passò lungo i vagoni, offrendo caffellatte a qualche viaggiatore che si era svegliato. Imporporato dai riflessi del mattino, il suo viso era più rosa del cielo.

Più avanti, nell’incontro con le “fanciulle in fiore” raggiungerà un altro momento di grande maestria nelle lunghissime pagine di descrizione di ciascuna di loro,

quella alta che aveva saltato sopra il vecchio banchiere, la piccola di cui spiccicavano contro l’orizzonte marino le guance paffute e rosee, gli occhi verdi; a quella dal colorito bruno, dal naso diritto, che spiccava fra le altre; a una dal viso bianco come un uovo in cui un piccolo naso tracciava un arco di cerchio, come il becco di un pulcino…

Il “momento” descritto diventa un rito di lettura. Proust scende nell’essenziale, nel dettaglio, tanto in profondità da toccare la profondità dell’umano con la grandezza del piccolo miracolo.

La scrittura di Proust torna “arte per l’arte”, finalizzata a se stessa.

Il rapporto con la modernità
Proust ogni tanto si concede (e concede a noi lettori) di rendersi conto della società che lo circonda. Lo fa di certo quando descrive la sala da pranzo dell’albergo in cui risiede (pag. 510 ed. Einaudi)

la quale diventava un immenso e meraviglioso acquario dinanzi alla cui parete di vetro la popolazione operaia di Balbec, i pescatori e anche le famiglie piccolo-borghesi, invisibili nell’ombra si schiacciavano ai vetri per scorgere, lentamente oscillante fra risucchi d’oro, la vita lussuosa di quelle persone, straordinaria per i poveri quanto quella dei pesci e dei molluschi strani

Proust percepisce il pericolo sociale alle porte e traccia subito dei confini, chiude una parte della società in un ambiente protetto.

Un grande interrogativo sociale è se la parete di cristallo proteggerà sempre il festino delle bestie meravigliose e se la gente oscura che guarda avidamente nella notte non verrà a catturarle nel loro acquario e a mangiarle.

Si rende conto anche della modernità: c’è l’amico di Marcel con la Kodak che scatta foto alla nonna, c’è l’anglomania di Odette che usa parole in inglese a sproposito ma solo perché “è di moda”, ci sono i treni, i “water closet”, i primi ascensori. Il realismo dell’epoca è sempre presente, fa capolino nelle pagine del romanzo, pur senza mai essere citato esplicitamente.

Probabilmente Proust si è rifugiato nella sua campana di vetro letteraria per salvarsi dal suo forte decadentismo.

Il ruolo di Albertine
Infine, l’ingresso sulla scena della vita di Marcel della giovane Albertine,  pieno di significati. Si capisce già nel primo volume che la giovane Gilberte (che tanto Marcel ha amato) sarebbe evoluta in Albertine.

Scelta tra le tante “fanciulle in fiore” che “salvano” Marcel dal tedio e dalla malattia, Albertine è contraltare a Gilberte in un gioco sottile di nomi che riportano all’omosessualità di Proust. Il suffisso “bert” contenuto in entrambi è tipico nella lingua francese dei nomi di derivazione maschile, un gioco sottile che (secondo alcuni studiosi) sarebbe non certo casuale. Come ambugui sono i rapporti tra Marcel e l’amico Saint-Loup, il pittore Elstir e prima ancora con Norpois.

Sarà lei la nuova protagonista degli spasmi e delle ossessioni amorose di Marcel. Almeno per ora.

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