Leggere Proust non mi ha reso una persona migliore

Entrare nella Recherche è come vaccinarsi contro l’esibizione sociale e narcisistica della lettura

David Park, Boston Street Scene, 1954
David Park, Boston Street Scene, 1954 (WikiArt, Fair Use)

Nel sesto volume della Recherche, Albertine è scomparsa, Proust fa dire al Narratore un pensiero che è una sintesi/premessa di tutta la sua idea della relazione fra l’interiorità sua propria, vera protagonista dell’opera, e gli altri esseri umani:

“I legami fra un essere e noi non esistono che nel nostro pensiero. L’affievolirsi della memoria li allenta, e a dispetto dell’illusione di cui vorremmo esser vittime e di cui, per amore, per amicizia, per cortesia, per rispetto umano, per dovere, rendiamo vittime gli altri, è da soli che esistiamo. L’uomo è l’essere che non può uscire da sé, che non conosce gli altri se non in sé; e, se dice il contrario, mente.”

Non ho ovviamente l’ardire di discutere il pessimismo di Proust (o meglio del suo narratore). Mi interessa invece considerare questa idea, almeno per un momento, come una delle chiavi di lettura di tutta l’opera.

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Quando la nostra vita entra nella mappa del lettore

La nostra lettura si intreccia in modo inestricabile – forse troppo –  con il resto della vita. Il discorso generato dalla lettura diventa così irriducibile a qualsiasi ortodossia, qualsiasi interpretazione derivata. Addirittura – paradosso per un Gdl – : impossibile da comunicare davvero agli altri

Charles-Sheeler-GoldenGate-1955
Charles Sheeler, Golden Gate, 1955 (WikiArt, Fair Use)

Ancora una aggiunta al tema della mappa del lettore (della quale abbiamo già tracciato le coordinate).

Questa volta per ricordarci come le vicende personali di ciascun lettore, osservate dopo alcune letture, entrino nella mappa di quel lettore, sia come fattore emotivo, sia come conoscenza rielaborata.
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