Szilárd Borbély, “I senza terra”: un romanzo bellissimo

Ungheria anni ’70. Un narratore bambino impietoso senza sapere di esserlo e un passato che non sembra lasciare speranze. Un villaggio dove i miseri si accaniscono sui più miseri: gli zingari, il commerciante sopravvissuto alla Shoah, gli idioti.

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Lajos Tihanyi, Autoritratto con berretto (1910)

Leggere I senza terra di Szilárd Borbély (Marsilio, 2016) richiede un certo coraggio e di forza d’animo. Perché è un libro pieno di miseria, che non prova mai a consolare il lettore.

Per il narratore, la miseria e l’abbrutimento che porta con sé, sono l’unica condizione conosciuta. È un bambino che racconta della sua famiglia con tutta l’ingenuità di chi non deve nascondere, nemmeno a chi legge, la sua condizione. È l’unica condizione che conosce; non sa fare i confronti. È una condizione che ha l’ineluttabilità della natura.
Sono gli adulti – la madre, il padre, alcune donne e uomini del villaggio – che la vivono come condizione disperata. Condizione di chi ha perduto status e beni; o di chi sa di non avere chance di (ri)salire.

Quindi, impietoso senza sapere di esserlo, il ragazzino di Borbély – che è molto di quel che è stato l’autore da piccolo – ci presenta la vita quotidiana di un villaggio in Ungheria, vicino al confine con la Romania, negli anni del socialismo reale – siamo attorno al 1970 – maledettamente vicini agli anni della seconda guerra mondiale, dello sterminio degli ebrei magiari, della confisca delle terre, dell’espropriazione della proprietà individuale conferita ai kolchoz di matrice sovietica. Un villaggio dove i miseri si accaniscono sui più miseri: gli zingari, il commerciante sopravvissuto alla Shoa, gli idioti.

L’ingenuo racconto del bambino non sembra offrire mai vie d’uscita. La sua famiglia ha legami, per lui misteriosi, e dei quali si parla sottovoce, con gli ebrei. Sente dire che il nonno sia figlio di un israelita. E tutta la famiglia è isolata, additata. Per questo, ma anche perché in loro scorre sangue romeno, cristiani ortodossi convertiti alla Chiesa uniate, in un villaggio prevalentemente protestante. Ma quella del padre del piccolo – di discendenza rutena, è stata anche una famiglia di proprietari terrieri. Definti, secondo l’uso mutuato dall’Unione sovietica, “kulaki”.

“‘Ma perché dicono sporco ebreo?’, chiedo”, dice il ragazzino-narratore alla madre.
“Perché per loro sono ebrei tutti quelli che non muoiono dove sono nati. Sentono che chi se ne va è diverso”

L’autore sceglie di rendere realistico il suo narratore che non ci offre una vera storia, un arco narrativo; niente intreccio, niente climax. Quindi nemmeno redenzione: quella redenzione che le storie, anche quelle che finiscono male, in fondo provano a dare al lettore.

Alla fine del romanzo, dalla cui lettura Giorgio Pressburger dice che si “esce come rigenerati”, il lettore, avvinto dalla magia di questascrittura bellissima, cerca però l’indizio di una salvezza, fuori di esso.
Che, Borbély, l’autore sulla cui infanzia la vita del protagonista-narratore de I senza terra è ampiamente modellata – ha trovato. O almeno, ha trovato fino a quando la depressione, con la quale ha lottato a lungo, tenendola a bada e dominandola, per l’intera vita, non l’ha spinto al suicidio.

In un’intervista a una testata ungherese, Vasárnapi Hírek, pubblicata nel 2013, tradotta in inglese su Hungarian Literature Online, Borbély ricordava come la depressione fosse il risultato di una soppressione della possibilità di esprimersi. La separazione fra l’individuo e l’ambiente porta a questo stato patologico che può essere guarito se si ricorstruisce la personalità su un piano diverso e si trovano nuove relazioni con il mondo esterno. “Ho dovuto farlo – aggiungeva Borbély – più di una volta”.

Szilárd Borbély era nato nel 1963 e si è suicidato il 19 febbraio del 2014.

(questo articolo è stato originariamente pubblicato su Panorama.it)

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