Perché dobbiamo essere ottimisti

I principali  indicatori di benessere evidenziano il gigantesco progresso negli ultimi due secoli ma anche negli ultimi 50 anni. Il pessimismo è politicamente regressivo e pericoloso: due libri per convincervi

Time transfixed, Rene Magritte · 1938
Time transfixed, Rene Magritte · 1938 (particolare)

Ovviamente non voglio semplicemente consolarmi. Vorrei credere che davvero il mondo a fine 2016 e inizio 2017 sia un posto migliore. Migliore di cosa? O meglio, migliore del mondo di quando?

In sostanza dobbiamo guardare attentamente e in prospettiva.

Come dobbiamo confrontare l’oggi per poter dire che davvero le cose vanno meglio?

La risposta è che basta avere una prospettiva di qualche decennio e tenere conto dei dati e non di impressioni superficiali (sbagliate) fondate soprattutto sugli eventi “a portata di mano”, semplicemente perché più facili da ricordare (cfr. anche Daniel Kahneman, Pensieri lenti e veloci, Mondadori).

Con questa prospettiva adeguata difficile non pensare al mondo di oggi come a un posto migliore. 

Max Roser (un economista specializzato in dati, che lavora all’Università di Oxford, Uk) sul suo sito OurWorldInData.org ci dà una mano notevole nel fissare questa prospettiva. Se guardiamo a una linea temporale di due secoli, le tendenze sono parecchio favorevoli all’ottimismo. Ma anche se ci limitiamo a 50 anni. Abbiamo insomma un invito a guardare bene i dati prima di lasciarsi andare al catastrofismo che tanto piace ai media (soprattutto quando flirtano con i social media).

Già Johan Norberg, economista svedese, con Progress: Ten Reasons to Look Forward to the Future, (Oneworld, 2016), ha fissato i punti che sostengono come si debba guardare con ottimismo al futuro dell’umanità, e con soddisfazione ai progressi compiuti fino a oggi.

Come ha scritto l’Economist nella recensione al libro, le persone tendono a pensare che le cose siano peggiori di come sono in realtà e sovrastimano le probabilità delle catastrofi o comunque degli eventi infelici.

Questo perché si basano non sui dati ma sulla facilità di trovare o ricordare un esempio. E le catastrofi sono più facili da ricordare, ovviamente. E i media non fanno che amplificare questa tendenza. Perché un attentato, un terremoto, una carestia sono più adatti ai titoli rispetto a una statistica positiva. Fareste un titolo come questo? “40 milioni di aerei sono atterrati senza incidenti lo scorso anno”.

Pessimismo, politico

Il che ha ovviamente conseguenze politiche: visto che pensare che il presente sia peggio del passato il più delle volte si traduce in scelte reazionarie, illiberali e contro la storia. Non è un caso, per esempio, ricorda sempre l’Economist, che l’81% dei sostenitori di Donald Trump pensi che la vita sia peggiorata negli ultimi 50 anni (ovviamente è un falso). E il libro di Norberg è invece pieno di dati che provano come nel mondo si viva decisamente meglio. Nonostante le catastrofi umanitarie che nessuno si sogna di negare, nonostante la concentrazione di ricchezza, nonostante la crisi economica che ha colpito l’occidente dal 2008, nonostante le guerre e il terrorismo.

Diciamo che la vita è decisamente migliore per l’abitante medio del pianeta.

Roser invece individua sei ambiti nei quali misurare il progresso:

  1. Povertà
  2. Alfabetismo
  3. Salute
  4. Libertà
  5. Fertilità
  6. Istruzione

Povertà

Il livello di “estrema povertà” è fissato dai ricercato a 1,90$ al giorno. Tiene conto di forme non monetarie di reddito ed è corretta fra i diversi livelli di prezzo e l’inflazione ed è misurato in “dollari internazionali” la speciale valuta usata per queste misurazioni.

In rosso, la percentuale della popolazione mondiale che vive in condizioni di "estrema povertà", dal 1820 al 2015
In rosso, la percentuale della popolazione mondiale che vive in condizioni di “estrema povertà”, dal 1820 al 2015

Dal 1820 la percentuale di popolazione che vive in “estrema povertà” è diminuita costantemente, ma anche rispetto al 1981 la quota è davvero caduta: era del 44%, nel 2015 è sotto il 10%. Va ricordato che negli ultimi due secoli la popolazione mondiale è aumentata di sette volte, il che rende i dati di riduzione percentuale della povertà ancora più evidenti e significativi.

Alfabetismo

Negli ultimi due secoli (dal 1800 al 2014, per l’esattezza) l’alfabetizzazione è passa dal 12% all’85% della popolazione mondiale. Nel 1990 era al 68%.

In blu, percentuale della popolazione mondiale alfabetizzata, dal 1800 al 2014
In blu, percentuale della popolazione mondiale alfabetizzata, dal 1800 al 2014

In valori assoluti: nel 1800 c’erano 120 millioni di persone capaci di leggere e scrivere;oggi ce ne sono 6,2 miliardi.

Salute

Nel 1800 il 43,3% dei bambini moriva entro i 5 anni. Nel 2015 la percentuale è scesa al 4,25%. Nel 1990 era del 9%.

In rosso, percentuale della popolazione mondiale che muore nei primi cinque anni di vita (mortalità infantile), dal 1800 al 2015
In rosso, percentuale della popolazione mondiale che muore nei primi cinque anni di vita (mortalità infantile), dal 1800 al 2015

Libertà

Qui siamo su un terreno più scivoloso. Roser usa l’indice di Polity IV, per misurare i livelli di democrazia nei vari paesi.

In base a esso si ricava come nel 1816 più di un terzo della popolazione mondiale vivesse sotto regimi coloniali; quasi tutti gli altri in regimi autocratici.

La prima ondata di democratizzazione nel 19° secolo venne poi arrestata e ricacciata indietro dai sommovimenti politici e le catastrofi successive alla Grande Guerra. Nel 1920 il 20% della popolazione mondiale viveva in una democrazia; l’11% del 1945. Nel 1980 era il 35%, il 43% nel 1990, il 56% nel 2000; il 56% nel 2015.

Oggi la maggior parte (4 su 5 persone) del 23% della popolazione mondiale che vive sotto un’autocrazia, si trova in Cina. Da notare comunque che nel 2015 il 17% della popolazione mondiale vive in un tipo di “anocrazia”, in sostanza i regimi che stanno fra le democrazie e le autocrazie e presentano caratteristiche di entrambe, unite anche a una particolare inefficienza dei governi, fra gli esempi più significativi la Russia e, probabilmente, la Turchia. Il che dimostra come le categorizzazioni siano fluttuanti e difficili da usare come base per un ragionamento.

Fertilità

Negli ultimi 200 anni abbiamo visto via via le diverse aree della terra effettuare la cosiddetta “transizione demografica”. In sostanza il passaggio da alta mortalità e alta fertilità (il numero di figli per ogni donna) a bassa mortalità e fertilità. nei paesi industrializzati per primi la transizione si è compiuta dalla metà del 19° secolo alla metà del 20°. I paesi arrivati dopo all’industrializzazione compiono la transizione in meno tempo: la Corea è passata da sei figli per donna a tre in 18 anni, l’iran in 10.

La popolazione globale è quadruplicata nel solo 20° secolo, nel corso del 21° non arriverà nemmeno a raddoppiare. Secondo l’Onu alla fine di questo secolo l’aumento annuale della popolazione mondiale sarà dello 0,1%.

Istruzione

I dati relativi all’istruzione che ci propone Roser sono una ulteriore fonte di ottimismo, anche perché sono particolarmente adatti a formulare previsioni sensate sul futuro.

Secondo lo IIASA (IIASA – International Institute for Applied Systems Analysis) nel 2100 non ci sarà praticamente nessuno senza istruzione formale, e almeno sette miliardi di persone che avranno ricevuto almeno un’istruzione secondaria.

[Max Roser (Twitter) –  (2016) – “A history of global living conditions in 5 charts”. Published online at OurWorldInData.org.  – Online Resource]
Questo articolo è stato pubblicato in origine su Panorama.it

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2 pensieri riguardo “Perché dobbiamo essere ottimisti”

  1. Grazie per l’articolo, a inizio anno è bello finalmente leggere qualcosa contro la tendenza ansiogena e catastrofista della maggioranza! L’ottimismo è dei veri Sognatori, quelli che guardano oltre l’orizzonte e permettono al mondo di balzare avanti cercando con passione di realizzare i loro sogni!

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