Orwell, 1984: un libro inattuale

Laszlo Mednyanszky, Bevitore di assenzio 1898 - Wikiart
Laszlo Mednyanszky, Bevitore di assenzio 1898 – Wikiart

Perché lo abbiamo letto nel 2017?

Il Gruppo di lettura “Grandi Libri” della biblioteca civica di Cologno Monzese, ha affrontato nelle scorse settimane il libro più famoso di George Orwell, 1984.

Un libro inattuale

Non è il caso di discutere se Orwell, 1984 sia un libro attuale, perché non lo è.

Certo che potrebbe esserlo, o sembrarlo, se ci concentrassimo su alcuni aspetti, per esempio la neolingua, il bipensiero. Nelle relazioni con la “post-verità” o gli “alternative facts”, troveremmo alcune relazioni.

Contro “narrazione” del comunismo

Il punto però è che 1984 è stato scritto, alla fine degli anni ’40, per affrontare direttamente, in modo polemico e efficace, coloro che negavano la natura totalitaria del comunismo sovietico.
Insomma, ha un intento di “contro-narrazione”, si potrebbe dire oggi.
Orwell voleva contrapporre una descrizione di verità alla “narrazione” della Russia “baluardo del socialismo che affrontava in tutto il mondo il capitalismo imperialista” e che andava comunque sostenuta e difesa, perché solo così si potevano contrastare le ingiustizie sociali storiche; a questa narrazione Orwell voleva contrapporne un’altra, che mostrasse in modo evidente e impressionante che il comunismo era un incubo brutale di miseria e oppressione, nel quale erano negati i diritti elementari di espressione, di pensiero; e, per chi non era allineato, anche il diritto alla vita.

Il suo romanzo, l’ultima sua opera della vita aveva questo obiettivo, molto politico; che lasciava in ombra qualsiasi disegno estetico.

Il che ovviamente si vede nella scrittura. Non che che ci si debba accanire, o fare gli esteti. Ma adesso il romanzo non funziona: personaggi appiattiti su una tesi da rappresentare; intreccio inesistente; scene gratuite.

A me era venuto in mente che forse Orwell avrebbe fatto meglio a spiegare tutto in un bel saggio, scrittura che gli riusciva benissimo.

Ma mi hanno ricordato che proprio sostenendo che lo scopo fosse la “contro-propaganda” mi sono dato una risposta: un libro di fiction e drammatizzazione sarebbe stato molto più efficace; sarebbe, soprattutto, arrivato a molti più individui e gruppi. Avrebbe svolto meglio il suo compito di un saggio.

Secondo alcuni lettori e alcuni commentatori politici e culturali, adesso nessuno leggerebbe la non-fiction di Orwell se non esistesse la sua fiction.

O’Brien, l’intellettuale dell regime post-totalitario

Detto tutto questo, viene anche da aggiungere che la terza parte del libro, quella degli interrogatori e delle torture subiti da Winston ha risvolti più interessanti delle prime due.

In sostanza, il ruolo di O’Brien, intellettuale al servizio del totalitarismo compiuto del Grande Fratello ci mostra il lavoro al quale si è dedicato: definire un metodo per annullare anche il residuo di libertà interiore che Winston pensa di avere conservato, con la sua storia d’amore, con la riflessione sulla neolingua, con la scrittura di un diario, con il ricordo oltre la riscrittura continua dei fatti e della storia. Si illude Winston, ci dice il narratore di Orwell.
Perché O’Brien dimostra a Winston che questo nucleo intangibile di libertà e autonomia interiore, non esiste.

Winston infatti, non solo finisce per credere davvero, almeno per qualche secondo, che 2+2 possa fare 5. Ma soprattutto chiede di infliggere a Julia, la donna che amava, la peggiore delle torture, la tortura che lui non voleva e non poteva sopportare.
Dopo questa auto-umiliazione totale, dopo questa dimostrazione di annullamento di qualsiasi volontà, in balia del torturatore, Winston sa che non tornerà mai più colui che era, colui che pensava di essere. Quella frattura degli eventi non gli permette di pensare a se stesso come si era sempre pensato.
Alla fine del romanzo, Winston non solo è sconfitto, ma non esiste più come essere sociale con pensiero e volontà. La sua storia di ribellione è annullata, cancellata. Ha rinnegato se stesso. Non potrà mai recuperare la sua vecchia identità. Perché dovrebbe ri-socializzarla, dovrebbe ritrovare un discorso credibile su stesso da condividere con altri. Orwell ci ricorda la dimensione inter-soggettiva della nostra identità, l’impossibilità di tenere separati il pensiero e l’essere. Winston, per quanto sopravviverà, abiterà una dimensione sociale nella quale non è più ciò che credeva di essere; nessuno, tanto meno Giulia lo identifica con quell’identità. O’Brien ha vinto davvero.

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