Gruppo di lettura a Fahrenheit, Radio Tre

L’11 luglio Fahrenheit, l’ottima trasmissione di Radio Tre su “Libri e le idee”, si è occupata della trasformazione della “figura del lettore”.

Su come le librerie, le biblioteche, i gruppi di lettura e la rete abbiano cambiato la lettura.

Julio Pomar, Edgar Poe, Fernando Pessoa e o Corvo, 1985
Julio Pomar, “Edgar Poe, Fernando Pessoa e o Corvo”, 1985

Ebbene, a dar voce alla parte svolta dai gruppi di lettura hanno chiamato me, che dovevo provare a dire il ruolo dei Gdl in questa (presunta) metamorfosi. L’argomento si è dimostrato piuttosto sfuggente, per sua natura, ma anche perché è stato subito orientato alla conclusione che queste esperienze e luoghi dei lettori abbiamo portato la lettura a passare da “esperienza solitaria” a pratica condivisa.
In alcuni passaggi sembrava però che la trasformazioni coincidesse con una certa “superficialità“, frutto proprio della tendenza a condividere. Allora, ho provato nei miei due interventi a puntualizzare, che, in fondo, la lettura dentro un gruppo di lettura è sempre lettura solitaria, salvo poi sfociare in momenti di discorso e di condivisione. Ma che, nei fatti, se la lettura è profonda o superficiale dipende solo dal lettore e, se mai, la condivisione aiuta, in molti casi, a fare una lettura attenta, ravvicinata, e aiuta il discorso che essa genera in ognuno, lo aiuta a fare i conti con il confronto.

Si insomma, se a qualcuno interessa, la trasmissione si può riascoltare su Radio tre Podcast.

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6 pensieri riguardo “Gruppo di lettura a Fahrenheit, Radio Tre”

  1. @Luigi Gavazzi @Tutti
    Ho trovato particolarmente allarmante l’intervento di Dino Amenduni: ho provato a parafrasarlo per chiedere a voi se ho capito bene. Per cortesia, ascoltate il podcast e ditemi la vostra!

    Secondo Amenduni le variabili su cui si gioca la partita per chi produce contenuti culturali sono due: il tempo, molto scarso rispetto alle molte cose che grazie a internet possiamo fare oggi nel nostro tempo libero, e la fiducia. In merito al primo elemento (lui lo chiama “il mercato del tempo”) chi produce libri deve sempre tenere presente che la competizione non arriva solo dal mercato di riferimento (nel caso della lettura, dal mercato editoriale in tutte le sue forme), ma, visti i nuovi mezzi di comunicazione, anche da molte altre fonti: è un competitore, ammonisce Amenduni, chi produce una serie TV, il blogger che posta un commento sul suo sito, non lo è da meno colui che pubblica in rete qualcosa anche a contenuto non letterario.

    Può essere che le indicazioni di Ammenduni si rivelino ottimi consigli di marketing per “chi produce contenuti culturali” e per chi “pruduce” libri (nei pochi minuti in cui gli è concessa la parola il riferimento alla produzione e al mercato ricorre numerose volte), ma a me piace vedere la questione dal punto di vista della lettrice e trovo che il suo discorso sul tempo non possa che assecondare una certa sbrigatività e portare a una produzione (qui sì il termine potrebbe starci) fatta su misura per un… acquirente, non ho l’animo di definirlo lettore, mordi e fuggi.

    I partiti, i sindacati le stesse istituzioni, continua Amenduni, non godono della fiducia dei cittadini, non sono più soggetti aggreganti, ed è qui che secondo il nostro interventore entra in gioco l’altra variabile di cui non devono dimenticarsi i produttori (ancora!) di beni culturali: questa crisi della fiducia impone che si riveda il rapporto tra scrittore e lettore, chi scrive deve creare lui stesso una comunità, deve saper coinvolgere i lettori e creare identità. I Blog, Facebook, i siti di comunità, la grande affluenza agli eventi letterari sono esempi di come le persone vogliano stare assieme e condividere gli stati animo, sono lì a dimostrare che lo scrittore ha un doppio incarico: deve saper scrivere, ma deve anche saper creare comunità attorno al proprio prodotto.

    Nella seconda parte dell’intervento, Amenduni ci ricorda che oggi la fiducia non sempre si accompagna con la competenza (non è un bene, ammette, ma va considerato); chi scrive deve tener conto di non essere più esclusivo depositario della conoscenza: io lettore mi fido di qualcuno, dice Amenduni, se questo qualcuno perde tempo con me ad ascoltarmi, altrimenti la competenza da sola non basta più. L’autorevolezza non è accordata solo in base alla competenza è riconosciuta in base al dialogo che lo scrittore (ma è assunto che vale per diverse categorie) sa creare.

    Scusatemi, ma questo non assomiglia molto a quello che qualcuno ha definito l’ “acquario di Facebook”, nel quale ognuno si rispecchia negli altri partecipanti, di estrazione e di idee simili alle proprie, e dal quale le opinioni del gruppo escono, giocoforza, acriticamente corroborate e amplificate? Le comunità che propone Amenduni, comunicatore e curatore di campagne elettorali, non rischiano di diventare gruppi che fungono da cassa di risonanza a idee non vagliate dal senso critico?

    Prima ancora di entrare nel merito e arrivare a parlare dei gruppi di lettura, mi propongo di risentire ogni tanto questo intervento a mo’ di monito: lo riascolterò per ricordarmi quali rischi corriamo come lettori.

    Ciao e grazie per l’articolo,
    Mariangela

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  2. Ho ascoltato la conversazione a quattro voci: inevitabilmente 40 minuti sono pochi e le cose più interessanti e giudiziose le ha dette proprio Luigi Gavazzi. Ciò che trovo desolante è la figura quasi retorica del professore che ripete che la lettura è un’esperienza difficile, solitaria, che la poesia è il fulcro e che il romanzo via via si sia semplificato, annacquato eccetera. In questo caso è Paolo fabbri che riveste il ruolo. Mesi fa ho scritto a un professore, Vittorio Coletti, eminente studioso di letteratura in merito a un libro recente di Giorgio Ficara, “Lettere non italiane”. Ficara e Coletti sebbene siano due critici dialoganti e di rilievo hanno la stessa perplessità (quasi automatica) di Paolo Fabbri. Le mie obiezioni furono riportate in un numero de L’indice di gennaio che ha ripreso anche Paolo Di Stefano. La mia impressione è che ogniqualvolta mi capita di ascoltare docenti che decantano la complessità di un tempo a scapito della letteratura contemporanea ho la sensazione che chi sta parlando non legga molto o perlomeno legga ciò che fa riferimento al suo mondo/studi/amicizie/segnalazioni. A Vittorio Coletti citavo libri di esordienti interessantissimi, come Simona Rondolini, quasi esordienti come Claudia Durastanti, autori affermati come Cesare De Marchi o quasi affermati come Letizia Muratori. Ebbene mi ha ringraziato ma non li conosceva, Cesare De Marchi NON LO HA MAI LETTO. Sono certo che Paolo Fabbri sia anch’egli nelle stesse sabbie mobili di chi crede che l’attualità non valga la pena d’essere sperimentata. La verità è che per sperimentare l’attualità bisogna avere curiosità, tempo e leggere andando a spasso fra i libri, talvolta a fiuto personale, col rischio di incontrare un solo libro bello su venti. E sapete che vi dico? ci sono e ci saranno sempre. In questi giorni ho letto i racconti di Edith Pearlman, 80enne americana, una capacità strabiliante di raccontare, una sorta di Stevenson dalla quale si impara molto, si gioca, si cresce: appunto quello che tanto reclamava Fabbri. Insomma è vero che la rete dà spazio a giudizi superficiali ma è altrettanto vero che nella rete vi sono giudizi avveduti che talvolta non arrivano dai deputati critici di professione, anch’essi persi in una concezione pigra e superficiale della letteratura contemporanea. In altre parole quello che sostiene Luigi è saggio e sempre attuale, che la lettura superficiale o profonda, attenta o distratta, dipende sempre e solo dal lettore.

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  3. @DomenicoFina @Luigi Gavazzi @Tutti
    Tolto quanto affermato da Luigi (che però, bisogna ammetterlo, un po’ di vantaggio sugli altri partecipanti lo aveva, non foss’altro che per la sua pluriennale frequentazione dei gdl!), la frase più azzeccata a definire quello che a mio parere dovrebbe essere l’obiettivo, la stessa ragion d’essere dei gruppi di lettura l’ha pronunciata Giovanni Solimine; convenendo a proposito del discorso sulla fiducia, che se mancano i riferimenti li cerchiamo nelle persone che condividono i nostri interessi e le nostre stesse passioni, lo studioso ha poi aggiunto:

    “ma non possiamo limitarci a questo, a cercare le persone come noi a parlare con quelli che la pensano come noi: affinarsi alla lettura significa mettersi in discussione, non solo riconoscersi, ma essere disponibili a vivere il cambiamento che la lettura può indurre.”

    Ciao,
    Mariangela

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  4. @Mariangela, @DomenicoFina @tutti
    prima di tutto, ringrazio Mariangela e Domenico per le loro osservazioni, davvero molto preziose e stimolanti.
    In generale, mi sembra di poter dire che chiedersi: come è cambiato il lettore? meriti attenzione e risposte differenti, parziali, e complesse. Sicuramente comporta il rischio di semplificazione e riduzione a categorie facilmente nominabili ma che poco corrispondono ai lettori reali.
    In più si aggiunge la necessità dei redattori delle trasmissioni in diretta alla radio, anche di una radio di qualità come Radio Tre, di mettere insieme in tutta fretta interlocutori attorno a un tema che sia traccia della discussione, ma che, appunto è troppo generico. Una specie di contenitore nel quale far entrare molte cose che, in un modo o nell’altro, rispondano o assecondino, la traccia proposta.
    Quindi, a volte ci si trova a esporre punti di vista un po’ spiegazzati e adattati in modo grossolano al taglio dato al tema proposto.
    In questo caso, il tema era un presunto profilo di lettore “nuovo” (anche se poi non così nuovo) che è il lettore che condivide la lettura. Appunto: quello dei gruppi di lettura. Un correlato dell’idea proposta è che la rete abbia contribuito a cambiare il lettore, che oggi finisce con l’esprimersi molto sui social e i blog e, quindi, sia molto attento alla presenza complessiva degli scrittori (e dei produttori di cultura) sulla rete.
    Quello che invece ho cercato di dire è proprio che il lettore è irriducibile a formule e profili semplificati, e che anche il lettore disposto a condividere la propria lettura e le proprie scelte di lettura non è facilmente classificabile.
    Mentre, come osserva giustamente Mariangela, nella discussione della trasmissione, Amenduni si è occupato molto delle “strategie di mercato” di chi scrive e si propone sul mercato e, in sostanza, usa la rete come strumento fondamentale di marketing. Per costruire la propria “persona” come dicono gli americani per definire quel mix di caratteristiche private e pubbliche da proporre ai potenziali “clienti” che finiranno col fidarsi di lui o di lei. Insomma, un profilo di autore non lontano dal concetto tanto amato dagli esperti di marketing che definiscono “influencer”: coloro che sono molto attivi in rete e sui social e si sono costruiti un seguito notevole. Tutto interessante: peccato che non si parli di lettore ma di chi vuole proporsi e conquistare il lettore. Quindi, in un certo senso, quella parte della discussione non era esattamente corrispondente al tema di Farhenheit di quel giorno.

    Sulle scelte di lettura del lettore
    , e sulla presunta “superficialità” della scrittura contemporanea rispetto ai classici, credo si siano sovrapposti due piani che hanno generato confusione.
    Da una parte, come è stato detto in trasmissione, la lettura richiede attenzione, profondità; che, per esempio, sono poco adatte a una condivisione fatta di poche battute o di un semplice “mi piace/non mi piace”. E qui la sfida è davvero creare momenti di condivisione che favoriscano questa profondità. Ed è una sfida che anche i gruppi di lettura devono accettare, interrogandosi su come favorire la profondità rispetto alla semplice ricetta del “l’ho letto anche io”.

    D’altra parte c’è la questione assai importante, messa a fuoco da Domenico, relativa alla sottovalutazione, per mancanza di conoscenza, della scrittura contemporanea, che coinvolge parte della critica e degli osservatori dei fenomeni editoriali.
    Tale mancanza però, spesso riguarda anche i lettori molto profondi, attenti, appassionati. Una mancanza che mi sta particolarmente a cuore, perché sento anche mia, e sulla quale vorrei tornare al più presto con un post specifico. Ma intanto ringrazio Domenico che l’ha puntualizzato così bene e ringrazio anche per i nomi di scrittori contemporanei che meritano attenzione.

    A presto

    ciao ciao

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  5. Intervengo solo per dire che nei gruppi di lettura – che frequento da oramai 8-10 anni – spesso si trovano livelli molto disomogenei di lettori. Chi è forte lettore- sicuro dei propri gusti e delle proprie analisi – e chi è alle prime armi.
    Questi ultimi, se non si scoraggiano, hanno grandissime opportunità di crescita e di analisi da imparare dagli altri/e.
    Anche il lettore forte ha a volte l’opportunità di cogliere – nello sguardo più ingenuo di un lettore alle prime armi – un lato o un aspetto magari trascurato del libro letto.
    L’arricchimento è spesso reciproco, dunque, anche se non sempre.
    La lettura resta personale, intima, solitaria, si condividono dolo i pensieri, le emozioni, i giudizi
    Aggiungo che quando un gruppo di lettura è misto ci si guadagna.
    Lo sguardo e le impressioni di uomini e donne spesso divergono, e il confronto – a volte anche burrascoso – è comunque una implementazione dei punti di vista e della comprensione.
    Baci

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