Leggere gli scrittori contemporanei è più difficile dei classici

In un commento a un post del blog, Domenico Fina osserva come si stia diffondendo fra critici, ma anche fra accademici, in modo a volte esplicito a volte sottinteso, la tesi che il lettore di oggi sia superficiale e che lo sia anche lo scrittore contemporaneo.

Roger Raveel, Man with wire · 1953
Roger Raveel, Man with wire · 1953

Sarebbe al lavoro una sorta di retroazione reciproca: per cui lo scrittore si adatta al lettore che ha e il lettore finisce per adattarsi allo scrittore e ai libri superficiali che questi gli propone.

Ora, questo giudizio, ci fa notare Domenico, è frutto più che altro di pigrizia. Sia nella ricerca di autori di qualità sia nella lettura dei loro libri.

Per questo, anche lo scrittore che scrive libri coraggiosi, profondi e forti (quelli che non piacerebbero al lettore superficiale insomma) finisce per non essere riconosciuto, anzi non viene nemmeno trovato.

La faccenda mi sembra molto interessante, anche perché io mi trovo spesso a forzare le mie scelte per includere autori davvero contemporanei – diciamo che abbiano pubblicato in questo XXI secolo.
Perché?
La risposta è ovviamente complessa.
Si può però dire che andare su autori da tempo riconosciuti è più sicuro: si è consolidato nel tempo il giudizio di milioni di lettori, che, più o meno, hanno detto e scritto che sì, quel libro è un capolavoro.
Quindi se scelgo quel libro è meno probabile che mi troverò per le mani un libro deludente (anche se a volte succede). Poi c’è la prospettiva storica: lo sguardo di uno scrittore del passato è anche uno sguardo sul passato, sulla storia dell’uomo, delle società, del modo di considerare la condizione umana, che avrà anche aspetti universali, ma è soprattutto contingente.
Quindi queste letture mi aiutano a considerare l’umanità e il pianeta come fenomeni in trasformazione.

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Detto questo, è giusto e necessario, come ci invita a fare Domenico, scoprire chi affronta, con risultati di scrittura apprezzabili, il mondo contemporaneo; le domande, la condizione, i dubbi, le storie delle donne e degli uomini che vivono il tempo che noi viviamo. Che formulano le nostre stesse domande.

Un paio di anni fa avevo affrontato qui sul blog la faccenda del perché leggere anche gli scrittori contemporanei: partendo da alcune osservazioni di Tim Parks, dicevo:

Tim Parks sostiene che la lettura degli scrittori contemporanei ci mette in una condizione di incertezza sia per la forma che ci propone, sia per i temi: ci chiede di cambiare la nostra lettura del mondo, cambiare i nostri gusti di lettori, di mettere in discussione le nostre conoscenze. E che questa incertezza, quando siamo costretti a cambiare percezione, è parte del piacere della lettura e del piacere di conoscere il mondo nel quale viviamo:

“Il mondo cambia e le persone cambiano ed è per il modo in cui l’autore è sensibile alle cose del mondo, come sono ora, che ci attira la letteratura contemporanea.”

Parks cita Virginia Woolf che invitava i suoi contemporanei a leggere gli scrittori ancora vivi, perché ci fanno domande e ci costringono a fare domande che fino a oggi non siamo riusciti a porci, semplicemente perché gli scrittori del passato vivevano in un mondo diverso da quello nel quale viviamo noi.

Il che forse spiega anche cosa succede quando questi stessi scrittori contemporanei ci deludono. Ci deludono quando, ancora prima del giudizio di gradimento – per il quale è importante anche una certa componente personale, idiosincratica -, manca nella loro scrittura la capacità di sorprendere la nostra percezione del mondo. Non riescono a mostrarci i lati oscuri, nascosti; non ci aiutano a cogliere il contesto; non ci permettono di porci domande nuove.

Testimoni riferiscono che in una lezione ad aspiranti scrittori, tenuta poco prima di morire, W.G. Sebald abbia, tra l’altro, suggerito:

– La scrittura ha a che fare con la scoperta di qualcosa fino a quel momento non visto. Altrimenti l’attività è priva di senso.

Insomma, anche per tutto ciò ringrazio Domenico del suo commento e mi permetto di citare qui qualche autore contemporaneo che secondo lui merita davvero la lettura:

Simona Rondolini,
Claudia Durastanti,
Cesare De Marchi,
Letizia Muratori,
Edith Pearlman.

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11 pensieri su “Leggere gli scrittori contemporanei è più difficile dei classici”

  1. Grazie Luigi, l’argomento mi sta a cuore poiché ho capito da me stesso in anni di letture e scambi di pareri proficui (in forum, gruppi di lettura, Anobii) che per individuare libri importanti nel presente bisogna leggere leggere leggere e spaziare con curiosità, talvolta andando a tentoni. Dieci anni fa se mi avessero chiesto ‘quali sono gli autori viventi che contano per te?’ avrei detto Kundera, Sebald, Szymborska, Magris. In realtà erano molti di più ma non avevo letto Munro, Coetzee, Trevor, Antunes, Vila Matas, Strout, Marìas e via via che si scopre un autore nuovo si procede e riformulare la domanda in un percorso continuo. Stessa cosa per gli italiani, se si domanda quali libri rappresentano il meglio di questi ultimi venti anni in Italia, i libri che vorremmo venissero tradotti in più lingue possibili, be’ ci sarebbe da divertirsi sui nomi. Tim Parks ha scritto un libro utile e interessante (“Di cosa parliamo quando parliamo di libri”) pubblicato da UTET nel 2015, in cui si pone molte domande analoghe alle nostre. Quello che appare chiaro è che oggi per un libro appena uscito, specie se opera di un autore nuovo, un esordiente, la visibilità è immediata attraverso i social, blog, riviste online, inserti culturali, facebook ma altrettanto rapida è la dimenticanza; prendiamo Anobii: è significativo il fatto che proprio da ieri abbia cambiato modo di utilizzazione, vengono scoraggiate le recensioni elaborate e prevalgono le impressioni di due righe, in stile social. A questo punto penso (e nel mio piccolo lo faccio) che se una piattaforma adibita alla lettura si comporta come facebook tanto vale scrivere seriamente di libri su facebook indirizzando le proprie impressioni a lettori affini. Ci si ascolterà meglio, proprio in una piattaforma che è fatta per triturare tutto ma allo stesso tempo consente a contatti affini di tornare e ritornare sugli stessi argomenti. Ciò che contano sono la presenza e la pertinenza.

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  2. Non so, a me pare che i classici ( che sarebbero da definire, parliamo di Tolstoj o di Elsa Morante?) li si legga poco oramai.
    E che tutti/e quelli che ancora leggono vadano dietro alla letteratura contemporanea, valida o meno che sia, perchè è banalmente considerata più vicina a noi e meno “difficile”.
    Ma magari mi sbaglio…

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  3. Classici sono tutti quei libri che hanno raggiunto uno status di credibilità diffusa, sia Tolstoj che Morante lo sono. Poi ci sono i classici che si leggono poco da Tristram Shandy a L’uomo senza qualità, quelli che si leggono molto, Dostoevskij ad esempio. Io facevo un discorso che riguardava chi dovrebbe farlo per professione, docenti, critici, persone titolate che dovrebbero aver letto i classici e dai quali ci si aspetta che sappiano riconoscere il meglio nel panorama attuale. E invece spesso non è così.

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  4. Sono assolutamente d’accordo con te su questo. Nella mia generazione ormai i lettori di Proust (anche solo in traduzione) si contano sulle dita di una mano. Quindi è assolutamente vero, per me, che il lettore odierno cerchi molto il facile, proprio perché abituato al facile e all’intellettualmente comodo (Fabio Volo, Baricco…). Questo ha portato gli scrittori che vogliono essere famosi a scrivere in maniera lineare e quindi di fatto chiunque abbia una penna e un minimo di conoscenze di grammatica può diventare un autore (cosa che del resto sta accadendo anche in arte…). Così la “fabbrica” editoriale si intasa e ne escono solo quelli che più furbescamente scelgono temi da scoop (sesso, droga, etc…). L’altra faccia (triste) della medaglia è che oramai gli autori contemporanei che vogliono portare avanti la lezione dei classici (Roberto Pazzi, Gerardo Passannante) vengono lasciati un po’ nel dimenticatoio, perché più complessi e quindi démodé. Io personalmente adoro i classici ed è al loro interno che prediligo scegliere le mie letture. Scopo delle mie recensioni sul mio blog è anche quello di far conoscere i classici a più gente possibile, ma non voglio farmi pubblicità!

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  5. Allora, da persona che si muove un po’ nell’ambiente della critica accademica ti posso dire che spesso i professori prendono di mira temi alla moda. Oppure temi da salotto (penso al gruppo dei Nuovissimi e alla neoavanguardia in generale). Il problema è che lo fanno in maniera didattica, ma senza mai prendere posizione. Ho seguito un corso su Sanguineti poeta, che, diciamocelo, è un grande fenomeno mediatico, eppure il professore, davanti alla nostra evidente perplessità, continuava a sostenere che bisognava capire, comprendere, accettare, perché lui è un intellettuale… Invece per me il lavoro di un accademico è quello di dire: ” ragazzi, siamo davanti ad un grande intellettuale e teorico che però ha scritto delle poesie qualitativamente poco riuscite”. Bisogna prendere una posizione, se no diventano solo chiacchiere da salotto!

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  6. Sì, lucysnowe94 la realtà accademica come presa di posizione letteraria ha tempi e modalità spesso incomprensibili, quasi asfittici, si parlano tra loro come club privati. Non tutti ovviamente, Magris o Citati spaziano (anche Piperno sa suo modo). Se penso che Pasolini è tuttora stracitato pur non essendo stato davvero eccellente in nessuna delle sue attività (in ogni ambito in cui ha operato, cinema, romanzo, poesia, critica ai suoi tempi c’erano italiani migliori, da Antonioni e Fellini, a Gadda e Calvino, Montale e Sereni, Nicola Chiaromonte per la critica).
    Quanto ai classici tutti li leggiamo ma con gli anni (io ne leggevo molti di più fino ai trenta) si sente il bisogno di leggere letteratura contemporanea per naturale curiosità di lettore.

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  7. Assolutamente d’accordo! Pasolini è un mostro anche qui all’Università di Zurigo, senza che io ne capisca davvero a fondo la ragione. La curiosità del lettore è una dota e una virtù che sono indispensabili; vorrei solo che a volte ci fosse una selezione proprio a livello di casa editrice basata più sulla qualità letteraria che sulla capacità di fare scoop. Comunque complimenti, il tuo articolo era davvero interessante!

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  8. Proprio ieri leggevo un’intervista a Martin Amis che affermava di non leggere i contemporanei, ma di preferire gli scrittori del XIX secolo. La stessa cosa l’aveva affermata Moretti, fratello del regista. Anche io leggo con sempre maggiore difficoltà i contemporanei, soprattutto italiani. Li trovo vacui, noiosi, centrati su se stessi, per non parlare della scrittura sciatta.

    E anche gli stranieri non sono meglio: un collega mi ha prestato un romanzo di Pamuk (“La stranezza…”), ma che delusione! Una scrittura annacquata, lenta, che si disperde in mille rivoli perdendo di vista il punto, piena di ripetizioni, tanto che alla fine il lettore perde la pazienza. Come abbia potuto vincere il Nobel per la letteratura è un vero mistero.

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  9. Ciao, la differenza tra classici e contemporanei risiede sostanzialmente nel fatto che leggendo i classici è più facile non prendere cantonate perché quelli deludenti sono già stati esclusi dal tempo. In altre parole i contemporanei potenzialmente classici sono in via di definizione e non basta essere un Nobel per non suscitare perplessità. Sono d’accordo su Pamuk ma per esempio restando ai Nobel recenti, Alice Munro (che amo particolarmente) e Coetzee sono due scrittori magistrali. Vargas Llosa anche. Tra i non Nobel ci sono scrittori contemporanei di grandissima caratura, il portoghese Antunes, gli spagnoli Vila-Matas e Marìas, Elizabeth Strout e Yasmina Reza sono bravissime, Philip Roth ha scritto libri importanti. Julian Barnes e McEwan sono da leggere. Sebald morto nel 2001 è autore di capolavori così come Kundera (ancora vivo).
    In conclusione io diffido dei critici che lodano solo il passato, come peraltro diffido di coloro che esaltano solo i contemporanei.

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