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Flavio Soriga, i racconti di L’amore a Londra e in altri luoghi

Flavio Soriga, il 34enne scrittore sardo di Sardinia blues (Bompiani 2008), ripiega sulla nostalgia e lo sradicamento negli otto racconti di L’amore a Londra e in altri luoghi (Bompiani, 2009). Una specie di story book, questo libro, visto che personaggi e situazioni – inaspettatamente per il lettore – si rincorrono tra un racconto e l’altro (ed è una delusione, alla fine, quando la giostra si interrompe).

Non spensierate, ma nemmeno senza speranza, le avventure dei protagonisti, che sono sempre avventure della memoria perché il protagonista vero di ogni storia è il ricordo e con esso l’attaccamento alle radici. Si alternano varie ambientazioni: Sardegna, Toscana, Londra, Sudamerica e il filo conduttore è la proiezione all’indietro di qualcuno sempre in cerca di un altrove ma incapace di staccarsi dall’”isolotto” che gli dette i natali.

E forse è per questo che il racconto che a me è piaciuto di più è Aprile, quello che apre la raccolta e che parla di Sardegna. Quello dove Soriga respira aria di casa e ce ne fa partecipe. Ricorda “in rima, in poesia e in immagini di sole” di quanto gli piacesse “l’isolotto nostro, solo non bastava ai nostri anni, le domande erano troppe, pochi i compaesani che sapessero rispondere”. E così “sono cresciuto e sono andato via, dopotutto non era così difficile, dopotutto bastava crescere”.

O forse sono io troppo fissata con l’autobiografia a-ogni-costo, e il racconto più bello è l’ultimo, El Presidente, quello che, se lo leggi e non sai che Flavio Soriga è sardo, scommetteresti che è nato tra “amor y guitarras”, tra il traffico e i poveri, il caldo, la polvere e il fango di un qualche non ben precisato Paese sudamericano. Perché anche mentre racconta le peripezie del presidente fedifrago e spodestato e della sua hermosa amante italiana (è lei qui la sradicata) il camaleonte Soriga si mimetizza così bene in quell’atmosfera umida e afosa che non sospetteresti mai che è nato qualche meridiano più in là (uffa, sono proprio fissata, mi arrendo).

Il “Festival internazionale della storia” di Gorizia

Quest’anno si chiama èStoria 2008 ed è arrivato alla quarta edizione! Per fortuna ne ha parlato il tg stasera, sennò io avrei continuato a ignorarne l’esistenza. È il Festival internazionale della storia che si tiene a Gorizia dal 16 al 18 maggio. Quest’anno il tema sono: gli eroi. E gli appuntamenti sembrano essere davvero interessanti. C’è grande attesa soprattutto per l’ultima opera di Rose Mary Sheldon (professoressa di storia antica al Virginia Military Institute, Usa), “Guerra segreta nell’antica Roma” (LEG, 2008), in cui si parla dei primi 007 della storia.
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Milano, a “Officina Italia” gli scrittori di terza generazione

Sono quelli nati negli anni ’70 e ’80, rispondono ai nomi – tra gli altri – di Valeria Parrella (“Per grazia ricevuta”), Paolo Giordano (“La solitudine dei numeri primi”), Rossella Postorino (“La stanza di sopra”). Sono loro gli scrittori di terza generazione che in occasione della rassegna Officina Italia (a Milano da oggi al 16 maggio) si confronteranno con lettori e colleghi impugnando come armi solo opere semilavorate. Leggeranno infatti in anteprima i loro inediti, testi non compiuti e ancora da rifinire.

Accanto ai più giovani, offriranno al pubblico parole-in-fieri anche Sebastiano Vassalli, Laura Pariani (che bello il suo “Quando Dio ballava il tango”!), Walter Siti, Sandro Veronesi, …

Le “officine” aprono ogni sera alle 21 e chiudono alle 24. Il programma incuriosisce e invita a fare un salto… quando ricapiterà l’occasione di dare un consiglio a uno scrittore famoso?

Andrea Vitali, “Il segreto di Ortelia” diventa un film

L\'aria del lago

Una gradevole sorpresa. “L’aria del lago“, così si intitola il film che Alberto Rondalli ha tratto da “Il segreto di Ortelia“, il penultimo libro (l’ultimo è “La modista“, uscito da poco) di Andrea Vitali, scrittore prolifico nei cui romanzi si respira aria di lago.

Alla presentazione del film (che per il momento purtroppo viene distribuito solo in Lombardia) il regista ha confessato che trattasi di produzione low budget. Direi proprio che ha fatto buon uso di tutto quello che aveva a disposizione. Intrigante e vivace, “L’aria del lago” non è mai scontato e rende benissimo lo stile frizzante, piacevolmente campanilista, del libro. Tra bordelli di provincia, macellerie, pizzi e stalle, dipinge (come aveva fatto il libro) un quadro divertente anche se non sempre spensierato della vita di un paesino sul lago di Como – Bellano (terra natale dell’autore), provincia di Lecco (città natale del regista) – dagli anni ’20 allo scoppio della seconda guerra mondiale.

Poche cose il film tralascia del libro. Vengono trascurati solo alcuni snodi minori dell’intreccio. Unico punto in cui Rondalli si discosta maggiormente da Vitali è il finale: il libro riserva una bella chiusura di rivincita alle donne protagoniste. E così le mogli tradite, le servette ingravidate e le figlie non riconosciute stringono alleanze consolatorie in barba a quei bastardi che ci ha pensato e ci penserà il destino (sotto forma di colpo apoplettico, morte o guerra) a punire.

Ps. Una nota sul libro: la quarta di copertina riporta non le recensioni di Repubblica o del Corriere della Sera, ma i commenti (su “Olive comprese“, altro romanzo di Vitali, uscito nel 2006) lasciati dai lettori sul sito di Ibs. Anche la carta inizia a sentire odore di user generated content.

Un bacio (romantico) color mirtillo

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Rarefatto è dir poco. Illuminato e rarefatto, ecco. Se penso a “My Blueberry Nights” (vorrei proprio aver visto la faccia di Wong Kar Wai quando gli hanno detto che il suo super-raffinato film si sarebbe intitolato “Un bacio romantico” qui dalle nostre parti) mi vengono in mente questi aggettivi.

Io non lo definirei proprio un road movie (contrariamente a tutte le recensioni che ho letto). Protagonisti ne sono luci al neon color mirtillo e locali notturni catalizzatori. In giro per gli Stati Uniti, ok. Ma secondo me questo non basta per farne un road movie. Per almeno una buona metà del film io ho avuto piuttosto l’impressione di trovarmi dentro “Smoke” o “Blue in the face” (by night).

La maggior parte dei critici lo considera inferiore a “In the Mood for Love” e “2046″. E mi sta bene. Vero è però che di sicuro gli intenti del regista qui sono meno pretenziosi. Quindi secondo me non siamo giustificati a usare lo stesso metro per giudicare “My Blueberry Nights”. Direi piuttosto che Wong Kar Wai si misura questa volta con un soggetto (Elizabeth, la protagonista, dopo esser stata mollata dal suo tipo, elabora il lutto partendo – e tornando a – da New York e passando per Memphis e Las Vegas dove una serie di personaggi più sfigati di lei la aiutano a capire che “c’è di peggio”) più plain, meno tormentato.

Un film da donne mi verrebbe da dire. E di sicuro il titolo italiano non aiuta a portare gli uomini al cinema a vederlo. Mi piacerebbe però che tanti di loro trovassero il coraggio e si imbarcassero in quest’avventura senza pensare che sia solo “romantica” (e malinconica e piagnucolosa). Una piccola spinta: Natalie Portman è strepitosa come al solito. Norah Jones brava anche come attrice. E poi c’è Rachel Weisz.

Venendo a noi (donne) c’è Jude Law, più dimesso rispetto alla sua media, ma sempre moooooolto carino. Stavolta veste i panni del cuoco che sforna, speranzoso, torte di mirtilli a ripetizione. E alla fine ha la meglio sulla Norah/Elizabeth che torna da lui con più cognizione di causa (e non solo fame di zuccheri). Alla fine i vagoni della metro la smettono di sfrecciare e il tutto si sublima con un bacio (finalmente, dopo cotanto titolo) al mirtillo.

Quindi non è usato a sproposito il leitmotiv (musicale) di “In the Mood for Love” – stavolta affidato non al violoncello ma all’armonica – foriero di buoni auspici per la protagonista. Il resto della colonna sonora che accompagna il suo viaggio-in-circolo è tutta super – i miei preferiti sono Cat Power (grande!), Ry Cooder e Santaolalla. Mi piace questo Shigeru Umebayashi (responsabile anche della musica di più di un film di Zhang Yimou).

La fotografia sgranata e al rallentatore di Darius Khondji rende il tutto molto elettrico e molto… rilassante (se mi sentisse Elizabeth!).

Si ringrazia Way to Blue per l’anteprima