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Ricetta della tiella di riso patate e cozze, avvocato Guido Guerrieri

Cozze - foto: gartmann, flickr
Cozze - foto: gartmann, flickr

Quando entrai al Chelsea Hotel, si diffondevano nell’aria le note del pianoforte e la voce di Paolo Conte che attaccava Sotto le stelle del jazz.
Il locale era quasi vuoto, e comunicava una strana, piacevole aria di attesa.
Mi sedetti a un tavolo lontano dall’ingresso. Poco dopo Nadia uscì dalla cucina, mi vide e venne a salutarmi.
“Stasera Hans ha fatto la tiella di riso patate e cozze. Vuoi provarla?”.
Hans è il socio di Nadia. E’ cuoco e pasticciere oltre che tedesco di Dresda. Ha l’aspetto di un ex lanciatore del peso che ha lasciato gli allenamenti e si è dedicato alla birra. Non so come sia finito a Bari, ma credo ci stia da parecchio perché parla un accettabile dialetto e si è impadronito dei segreti della cucina locale.
La tiella di riso patate e cozze è un piatto simile alla paella valenciana, anche se qualsiasi barese direbbe che è molto più buona. Si prepara sovrapponendo in una casseruola _la tiella, appunto_ strati di riso, di cozze, di patate, di zucchine, pomodori freschi a pezzi, acqua di lavaggio delle cozze, utilizzando un condimento di olio, pepe, cipolle tritate e prezzemolo anch’esso tritato. Il tutto va tenuto in forno per una cinquantina di minuti e il risultato non è affatto garantito, se non si è baresi da almeno quattro generazioni.
“Non vorrei sembrare scortese con Hans, anche perché, a occhio, non pesa meno di centoventi chili, ma ho qualche dubbio che sia capace di fare bene riso patate e cozze”.
“Tu prova la tiella di Hans e poi ne riparliamo”.
Nadia ripassò dal mio tavolo mentre finivo di spazzolare la seconda porzione e di vuotare il secondo bicchiere di negroamaro. Mi lanciò uno sguardo ironico.

tratto da *Le perfezioni provvisorie*, di Gianrico Carofiglio, ed. Sellerio, pagg. 152-153

Gustavo Zagrebelsky, Sulla lingua del tempo presente

Otto euro per sole 58 pagine sono veramente un prezzo sproporzionato, ma il breve saggio di Gustavo Zagrebelsky, Sulla lingua del tempo presente merita di essere letto e meditato. Che la lingua sia in continua trasformazione è palese, ma rattrista constatare che stiamo andando sempre più verso un linguaggio stereotipato e kitsch.

Il noto giurista della Corte costituzionale e professore di diritto costituzionale all’università di Torino riflette sull’impoverimento della lingua nel tempo presente come segno degenerativo della vita pubblica. Gli undici paragrafi in cui si articola il saggio sono un vero e proprio endecalogo della regressione linguistica, per dimostrare come il linguaggio della politica, amplificato dai mass media, nel farsi senso comune, finisca per addormentare le coscienze. Continua a leggere

Contro gli indifferenti

In queste ultime settimane molti giornali hanno dato spazio ad Alberto Moravia, in occasione del ventesimo anniversario della morte. Si sono scomodati autorevoli critici come Pedullà che ha sentenziato che è tempo di riscoprire questo maestro, o come Ferroni per sottolineare che il mondo di Moravia non è il nostro, o al contrario La Porta, che lo riconosce come “autore ancora attuale”.

Si è dunque parlato di Moravia, ma in particolare si è fatto riferimento agli”Indifferenti“, alla sua opera prima, scritta intorno ai venti anni e che taluni ritengono sia la migliore rispetto alle successive.

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Le perfezioni provvisorie, Gianrico Carofiglio

I Love You So Much It Hurts - foto: Señor Codo, flickr
I Love You So Much It Hurts - foto: Señor Codo, flickr

Arrivammo in piazza Cavour senza trovare un solo ingorgo. Il mio amico tassista lettore si fermò, spense il motore e si girò verso di me. Pensai stesse per dirmi quanto dovevo e portai la mano al portafoglio.
“C’è una frase di Paul Valéry…”.
“Sì?”.
“Dice, più o meno, così: il modo migliore per realizzare i propri sogni è svegliarsi”.
Rimanemmo qualche istante a guardarci. C’era qualcosa di più complicato della timidezza, negli occhi di quell’uomo. Come un’abitudine alla paura, una disciplina per governarla, sapendo che era e sarebbe stata sempre lì, in agguato. Nei miei occhi credo ci fosse stupore. Mi chiesi se avessi mai letto qualcosa di Valéry. Non ne ero sicuro.
“Ho pensato che questa frase potesse ispirarla, per via di quello che ha detto prima. Sul cambiamento. Non so se agli altri capita la stessa cosa, ma io ho voglia di condividere quello che leggo. Quando ripeto una frase che ho letto, o un concetto, o una poesia, mi sembra un po’ di esserne l’autore. Mi piace molto”.
Disse le ultime parole con un tono quasi di scusa. Come se si fosse reso conto d’un tratto che poteva essere stato invadente. Così mi affrettai a rispondere.
“Grazie. Capita anche a me, da quando ero un ragazzino. Non ero mai stato capace di dirlo così bene, però”.
Prima di scendere dall’auto gli diedi la mano e mentre me ne andavo a fare l’avvocato pensai che invece avrei preferito restare lì, a parlare di libri e di altre cose.

tratto da *Le perfezioni provvisorie*, Gianrico Carofiglio, ed. Sellerio, pagg. 14-15

Lansdale e Carofiglio, Torino, Fiera del Libro

Domenica ho fatto l’annuale gita alla Fiera del Libro di Torino, e ho avuto la fortuna di ascoltare una bella conferenza, Joe R. Lansdale presentato da Gianrico Carofiglio.

Simpaticissimi entrambi, Lansdale ha fatto molto ridere il pubblico quando ha detto che non sa neanche cosa sia il blocco dello scrittore, lui ha tante cose da dire, e soprattutto viene pagato per farlo!

Ha anche raccontato della sua infanzia e della sua vita nell’East Texas, spiegandoci la differenza fra un uragano e un tornado, raccontandoci aneddoti sulla figura *eroica* di suo padre (punitore dei vicini violenti che osavano prendersela con il cane del piccolo Joe) e su quella della madre che inventava il sonoro dei film che vedevano al drive-in sull’altro lato della strada dalla finestra di casa (come nel romanzo *Echi perduti*).

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Ad occhi chiusi: incipit

Non c’è nessuno che smetta di fumare.
Si sospende, al massimo. Per giorni. O per mesi; o per anni. Ma nessuno smette. La sigaretta è sempre lì, in agguato.
Qualche volta salta fuori nel bel mezzo di un sogno, magari cinque, o dieci anni dopo aver “smesso”.
Allora senti il contatto delle dita sulla carta; senti il leggero, sordo, rassicurante rumore che fa quando la batti sul piano della scrivania; senti il contatto delle labbra sul filtro ocra; senti lo scratch del fiammifero e vedi la fiamma gialla, con la base azzurra.
Senti addirittura la botta nei polmoni, e vedi il fumo che si diffonde fra le carte, i libri, la tazzina di caffè.
È allora che ti svegli. E pensi che una sigaretta, una sola non può fare nessuna differenza. Che te la potresti accendere, perché hai sempre quel pacchetto di emergenza chiuso nel cassetto della scrivania, o da qualche altra parte. E poi, naturalmente, ti dici che non funziona così; che se ne accendo una ne accenderai un’altra, e poi un’altra eccetera, eccetera. A volte funziona; altre volte no. Comunque vada, in quei momenti capisci che l’espressione smettere di fumare è un concetto astratto. La realtà è diversa. E poi ci sono occasioni più concrete dei sogni. Gli incubi, per esempio.

Da “Ad occhi chiusi”, Gianrico Carofiglio, ed. Sellerio, pp. 11-12

*giuliaduepuntozero

Ritrovarsi in Carofiglio

Che bello quando leggendo ti imbatti in qualcosa che conosci e adori.
In questo caso, Bruce Sprigsteen nelle pagine di *Ad occhi chiusi*, di Gianrico Carofiglio, ed. Sellerio.

Mi mossi alle dieci della mattina dopo e ci misi quasi un’ora, fra traffico cittadino ed errori di percorso in campagna. Al momento di partire avevo messo nel lettore cd The ghost of Tom Joad; quando arrivai il compact era finito e avevo appena ricominciato ad ascoltarlo. Davanti ai miei occhi la strada sterrata di campagna su cui procedevo lentamente si confondeva con le immagini noturne delle highway americane, popolate di disperati.

Shelter line stretchin’ round the corner
Welcome to the news line order
Families sleepin’ in their cars in the Southwest
No home no job no peace no rest.

Ma in questo libro ho trovato anche tanti altri passaggi che me l’hanno fatto sentire molto vicino.
Come quando Guido regala a Margherita un libro di poesie di Kavafis, leggendole Itaca (la conosco, e la adoro), lasciandoci intuire nella descrizione del volume che è della Crocetti editore.
O ancora quando Guido legge in inglese *La mia famiglia e altri animali* di Gerald Durrel (pubblicato in Italia da Adelphi), penso uno dei libri più spiritosi e da leggere tutto d’un fiato che io conosca.

*giuliaduepuntozero