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Quando leggere è un vizio

Di Antonio Munõz Molina, tratto dal numero 629 di Internazionale, 17 febbraio 2006, pagg. 75-76

[…] Immersione, immergersi: c’è una grande poesia in alcune delle espressioni più comuni. Chi si immerge in un libro scende lentamente verso il fondale di un ambiente più denso e meno illuminato della realtà esterna. Chiude il boccaporto, si mette comodo, in silenzio. Il mondo reale a volte è piacevole, altre volte ostile. Nella camera sommersa del libro si è in salvo da tutto, almeno per un po’.

Il mondo reale, le esperienze concrete, possono essere felici o sfortunate, stimolanti o noiose, ma in ogni caso ci costringono a limiti spaziali e temporali, a un numero sempre scarso di personaggi, alla possibilità di annoiarci. Il libro moltiplica le dimensioni del mondo e le varietà dei paesaggi e delle vite; ci salva dall’immediatezza letterale delle cose, dal loro fatale ancoraggio al qui e all’ora, all’io conosciuto. Ma il libro non intorpidisce la curiosità nei confronti dello spettacolo illimitato e piacevole di quanto ci circonda: se ben letto, è una lente di ingrandimento, un microscopio, un telescopio, una macchina del tempo.

Ma non si legge per imparare, né per sapere di più o per evadere dalla realtà. Si legge perché la lettura è un vizio perfettamente compatibile con la scarsezza di mezzi, con la mancanza di audacia richiesta da altri vizi, e, cosa più importante, con l’assoluta pigrizia.
Il vero appassionato compie la maggior parte delle sue letture in diversi gradi di vicinanza alla posizione orizzontale. Ma si sottopone anche alle più grandi scomodità: legge in piedi, in un vagone della metropolitana, sulla dura sedia di una biblioteca pubblica, sotto una luce fioca che fa male agli occhi, perfino in mezzo alla strada, con la stessa impazienza con cui qualcuno che ha appena comprato un filone di pane appena sfornato spezza la crosta dorata e lo mangia tornando a casa. […]

*giuliaduepuntozero

Austerlitz e Sefarad

due romanzi
e l’angoscia

a.p.

A proposito dei due libri oggetto principale della serata: Austerlitz e Sefarad; tutti hanno provato un sentimento forte di angoscia legato intimamente alla lettura dei due testi: naturale pensare che questo sentimento era ed � legato alle vicende tremende narrate.

Mi sono per� chiesto perch� fatti tragici cos� distanti da noi (sono passati almeno sessanta anni e probabilmente nessuno dei partecipanti ha avuto la sfortuna di essere coinvolto personalmente, almeno spero) abbiano ancora il potere di sbigottirci,di farci restare senza parole.

Mi sono dato questa risposta che travalica il naturale orrore fisico che ognuno pu� provare di
fronte al male estremo: il male che vediamo emergere dai due testi � cos� profondo da poterci raggiungere anche quando i suoi effetti materiali si sono esauriti (le dittature sono cadute, i campi di sterminio sono stati chiusi, siamo tornati a rapporti pacifici con gli oppressori di un tempo e via dicendo) e quindi questo stesso male � pi� grande, pi� profondo, pi� nefasto di quel che pu� apparire mentre esplica le sue nefandezze, � in grado di estendere i suoi tentacoli per molti anni dopo la sua scomparsa, � in grado di avvelenarci e di colpirci anche se i suoi autori sono scomparsi da tempo.

E’ lecito chiedersi se qusto tormento possa mai finire e se dobbiamo passare a miglior vita per avere pace.
Qualcuno si chieder�:
E allora, che fare? Non ho una risposta, ma comprendo il desiderio o il tentativo di alcuni di cercare di sottrarsi a queste angosce perpetue ricuperando una speranza di felicit� attraverso non una negazione dei fatti o un “revisionismo” tanto di moda oggi, ma attraverso una sfocatura,un oblio che renda l’angoscia di questi orrori pi� sopportabile.

Chiedo scusa per la lunghezza e un saluto a tutti.
Antonio Pezzotta