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ce l’ho fatta!

Ecco la traduzione in italiano della lista del Telegraph che ci aveva segnalato giuliaduepuntozero, che ringrazio. Ho pensato di condividere il lavoro intanto con voi. Poi l’ho proposto alle biblioteche per fare una vetrina estiva. Ci sono già alcuni titoli che mi stuzzicano e che mi erano completamente sconosciuti.
continua

Venire via da Torino e avere una voglia matta- più di sempre- di leggere…leggere e di entrare dentro alle mille storie incontrate in quei cinque giorni di Fiera del libro. L’ultimo incontro è stato con l’israeliana LIZZIE DORON, incontro interessante e commovente come il libro ( romanzo? raccolta di racconti? quasi diario? ) di chi dice di essersi trovata -suo malgrado- scrittrice per un incidente- nel tentativo di scoprire il grande segreto della sua infanzia.

Il libro commuove nella sua asciuttezza e brevità - 139 pagine che si leggono in poche ore- e commuove proprio perché è esemplare per lo scarto tra il detto e il non detto.

E’ una figlia che, più che parlare di sè, racconta della madre Helena e del suo mondo. E come dice Elena Loewenthal che l’ha presentata- i figli della Shoah, più che apprendere dalle storie dei genitori, devono comprendere dai loro silenzi.

E’ il ritratto di una madre che la figlia ci offre in tempi diversi, senza ordine, con vaghi riferimenti ad eventi come il processo ad Eichmann (1961), o alla guerra dei sei giorni (1967) o del Kippur (1973). Alla fine di molti capitoli il 1990, anno della morte di Helena, che offre una diversa luce sui fatti raccontati prima.

Molti episodi, raccontati con discrezione e pudore, malinconici, ma capaci anche di far sorridere.

Colpisce soprattutto il rifiuto di Helena a invocare Dio, perché” se non ha risposto allora, cosa lo chiami a fare adesso?” ” Dove era Dio allora?”…e ancora “vorrebbe che di Dio ce ne fossero due. Perché questo che abbiamo, ha sbagliato tutto e non ce n’era un altro che correggesse lo sbaglio “

C’è un passato e ci sono luoghi di cui non si parla, a cui si allude più volte dicendo là. E quel là è chiuso in un armadio che odora di “muffa del passato”..un nome Buchenwald e in una valigia, aperta dopo la morte della madre, “una divisa a righe che aveva più buchi che tessuto, una stella gialla, un paio di zoccoli, e odore di morte”.

E’ un libro assolutamente nuovo sulla Shoah, di cui non si parla mai espressamente, ma che affiora “oscura e devastante- come si dice nella quarta di copertina - solo attraverso le ferite e i fantasmi che ossessionano Helena”, ma che tiene sempre lontano dalla figlia.

Venire via da Torino, come sempre, con la sensazione di non avere sfruttato a pieno ( nonostante le 30 e più conferenze seguite!!!) le mille occasioni proposte, soprattutto per quanto riguarda Israele.

Interessanti gli incontri con Savyon Liebrecht e Sami Michael, ebreo irakeno che più di tutti in terra di Israele incarna oggi il multiculturalismo, ma forse anche tanti altri incontri non seguiti con scrittrici israeliane donne i cui nomi mi erano sconosciuti.

Ma come orientarsi in una Fiera del libro con 1400 editori, 1848 relatori, 800 tra convegni e dibattiti che spesso si sovrappongono e costringono a scelte difficilissime?

Quest’anno si chiama èStoria 2008 ed è arrivato alla quarta edizione! Per fortuna ne ha parlato il tg stasera, sennò io avrei continuato a ignorarne l’esistenza. È il Festival internazionale della storia che si tiene a Gorizia dal 16 al 18 maggio. Quest’anno il tema sono: gli eroi. E gli appuntamenti sembrano essere davvero interessanti. C’è grande attesa soprattutto per l’ultima opera di Rose Mary Sheldon (professoressa di storia antica al Virginia Military Institute, Usa), “Guerra segreta nell’antica Roma” (LEG, 2008), in cui si parla dei primi 007 della storia.

Il festival è corredato da una “Bibliotenda, una grande libreria all’aperto con oltre 20mila titoli, dedicati in particolare a tutto ciò che è storia – ma non solo - con attese novità di case editrici nazionali e regionali, ma anche con le pubblicazioni degli istituti di ricerca regionali, curiosità bibliografiche per intenditori, un’ampia scelta di fumetti e un’ampia selezione di libri per bambini e ragazzi” (si legge nel comunicato stampa).

All’edizione 2007 tra l’altro ha partecipato (sua unica tappa in Italia) Jung Chang, la scrittrice cinese autrice di “Cigni selvatici” (oltreché di un’autorevole biografia di Mao Tse-tung, scritta a quattro mani con il marito Jon Halliday).

Ecco le novità editoriali di quest’anno.

Tutti coloro che vi parteciperanno sono invitati a lasciarne qua sotto testimonianza storica. Grazie.

Domenica ho fatto l’annuale gita alla Fiera del Libro di Torino, e ho avuto la fortuna di ascoltare una bella conferenza, Joe R. Lansdale presentato da Gianrico Carofiglio.

Simpaticissimi entrambi, Lansdale ha fatto molto ridere il pubblico quando ha detto che non sa neanche cosa sia il blocco dello scrittore, lui ha tante cose da dire, e soprattutto viene pagato per farlo!

Ha anche raccontato della sua infanzia e della sua vita nell’East Texas, spiegandoci la differenza fra un uragano e un tornado, raccontandoci aneddoti sulla figura *eroica* di suo padre (punitore dei vicini violenti che osavano prendersela con il cane del piccolo Joe) e su quella della madre che inventava il sonoro dei film che vedevano al drive-in sull’altro lato della strada dalla finestra di casa (come nel romanzo *Echi perduti*).

Continua a leggere

Voto *L’uomo senza casa* di Andrea Fazioli, ed. Guanda, il mio miglior libro _finora_ del 2008, nonché scoperta dell’anno (anche se non mia, ma del mio ragazzo Andrea, il mio scopritore di talenti, grazie a lui).

Genere: giallo, ovviamente (il mio preferito, come qualcuno avrà capito).

Ambientazione: Svizzera, Canton Ticino per la precisione, da Lugano a Bellinzona, passando per i piccoli Malvaglia e Corvesco, sulle sponde di una diga artificiale, fra boschi pieni di volpi e di neve.

Protagonista: Elia Contini, investigatore privato, un po’ ombroso, un po’ solitario, tormentato dal passato, determinato a far luce sulla morte del padre avvenuta vent’anni prima, nonché sulla serie di delitti apparentemente legati alla diga di Malvaglia, e attribuiti proprio a lui. Con un po’ di intrighi finanziari che per un giallo svizzero non guastano mai.

Perché mi è piaciuto? Soprattutto per Elia, che a ripensarci mi ricorda un po’ il grande Fabio Montale di Izzo (di cui sto rileggendo proprio in questi giorni, in vista di un’imminente gita a Marsiglia, la *Trilogia*). E poi per la Svizzera, che nonostante io sia di Lecco conosco ben poco, e che a leggerla in un libro mi è sembrata un posto così esotico.

E poi ovviamente per la scrittura di Andrea Fazioli, ineccepibile: classe 1978, al suo secondo libro (per la cronaca, il primo, *Chi muore si rivede* è stato pubblicato dall’editore svizzero Armando Dadò, a Milano si può trovare alla Libreria Sherlockiana in via Peschiera 1).

Guido ScarabottoloCome sempre, bellissima la copertina di Guanda disegnata da Guido Scarabottolo.

Chiudo con una citazione:

“Chico si avvicinò. Appoggiò la faccia contro il vetro e scrutò le copertine dei libri nell’ombra. Erano le ultime novità editoriali, ma a vederle così nell’oscurità gli sembravano qualcosa di misterioso. Erano la promessa di un segreto, di un viaggio fuori dal solito mondo.”

Insomma, davvero una bellissima scoperta.
 
*giuliaduepuntozero

Sono quelli nati negli anni ‘70 e ‘80, rispondono ai nomi - tra gli altri - di Valeria Parrella (”Per grazia ricevuta”), Paolo Giordano (”La solitudine dei numeri primi”), Rossella Postorino (”La stanza di sopra”). Sono loro gli scrittori di terza generazione che in occasione della rassegna Officina Italia (a Milano da oggi al 16 maggio) si confronteranno con lettori e colleghi impugnando come armi solo opere semilavorate. Leggeranno infatti in anteprima i loro inediti, testi non compiuti e ancora da rifinire.

Accanto ai più giovani, offriranno al pubblico parole-in-fieri anche Sebastiano Vassalli, Laura Pariani (che bello il suo “Quando Dio ballava il tango”!), Walter Siti, Sandro Veronesi, …

Le “officine” aprono ogni sera alle 21 e chiudono alle 24. Il programma incuriosisce e invita a fare un salto… quando ricapiterà l’occasione di dare un consiglio a uno scrittore famoso?

Mi piace parlare di un libro quando l’ho iniziato da poco: ci sono le aspettative suscitate dalle prime pagine, le suggestioni e le previsioni sui personaggi, le impressioni sullo stile dell’autore. La storia appena accennata, ancora così aperta.
Roba che ti fa venire voglia di raccontare cose al vicino di sedia in tram o, al semaforo, alla signora aggressiva avvinghiata al volante del Suv grigio “canna di fucile”, che magari qualche parola le addolcirebbe pure la giornata battagliera che l’attende.
Ieri sera ho cominciato La breve favolosa vita di Oscar Wao , di Junot Díaz (ha appena vinto il Pulitzer).
Oscar Wao, come l’autore, è un dominicano emigrato nel New Jersey, e la sua storia e quella della sua famiglia deve fare i conti con il fukú - una specie di sfiga specifica e particolare antillana.

Beh, l’inizio è avvolgente, Oscar ha avuto successo con le donne solo da piccolo, a sette anni aveva due fidanzate; poi, si capisce da alcuni accenni, grandi, grandi difficoltà, che si sommano alle altre che avrà. E per un dominicano avere sfortuna con le donne è una roba di cui vergognarsi di brutto, circondato da macho di ogni tipo e da donne che pretendono.
La madre, convinta (illusa) che tanto di donne Oscar ne avrebbe avuto un sacco anche da grande, alla prima delusione a sette anni - dovuta al fatto che una delle due fidanzate gli dice “o lei o me” - lo scuote, non sapendo che quello sarà il momento di gloria di Oscar in fatto di amori.

Quando Oscar piagnucolò “ragazze”, per poco Mamma de León non esplose. Tú ta llorando por una muchacha? Lo rimise in piedi tirandolo per un orecchio. Mami, smettila, gridò la sorella di Oscar, smettila!
Lo scaraventò a terra. Dale un galletazo, ansimò, e poi vediamo se la piccola puta ti rispetta.

Oscar diventerà, in compenso, comunque, super appassionato di fantascienza: fumetti, romanzi, cinema e serie televisive.

Voi che cosa avete iniziato a leggere da poco?

La bellezza della lettura. Lectio magistralis di Alberto Manguel
Ore 15:00 Sabato 10 Fiera del libro di Torino - Lingotto - Sala Rossa

Avevo pensato di parlare di questo libro rispondendo all’intevento di Paola che me lo aveva consigliato (ringraziandola tantissimo per avermi convinta a leggerlo, grazie, grazie), ma ho deciso che si merita un post tutto per lui.

Sto parlando dell’ennesimo giallo scandinavo che mi ha conquistata, *Roseanna*, scritto dai coniugi svedesi Maj Sjöwall e Per Wahlöö , edito da Sellerio. Nel risvolto di copertina viene ricordato come i due scrittori siano stati definiti “i Simenon scandinavi” nonché “gli autori del primo giallo socialdemocratico”. Scritto nel 1965 a due mani, *Roseanna* vede per la prima volta come protagonista l’investigatore della squadra omicidi di Stoccolma Martin Beck, tipico personaggio da giallo scandinavo, appunto, un po’ triste, un po’ malinconico, molto disilluso, spesso malaticcio e vittima del clima nordico (bronchiti, mal di pancia, raffreddori…). Il paesaggio è l’altro protagonista immancabile (insieme al clima, of course), com’è tipico dei gialli del Nord: Stoccolma, ma anche la campagna svedese, con i suoi canali, il mare, i pescherecci, e poi il freddo, la neve, la pioggia continua.

Il romanzo incomincia con il recupero del cadavere di una ragazza, bella, nuda, sconosciuta e assassinata, in un canale vicino a una chiusa. Martin Beck, esperto della polizia criminale, viene chiamato in aiuto, in quello che diventerà un caso che tormenterà l’investigatore per mesi e mesi, durante i quali, piano piano, un dettaglio alla volta, si scopre l’identità della vittima, il suo passato, le circostanze della sua morte.

Il ritmo non è serrato, come quello a cui ci hanno _purtroppo?_ abituati i thriller d’oltreoceano. Martin Beck e i suoi riuscitissimi compagni (a proposito, a me è rimasto nel cuore Kollberg) si prendono il loro tempo, i misteri vengono svelati, a volte quasi per caso, a volte grazie alla loro tenacia e alla loro intuizione, col passare del tempo, dando ancora più sapore alla narrazione.

Chiudo citando una aneddoto riportato nella nota biografica del libro: Per Wahlöö nasce come cronista e scrittore di romanzi polizieschi. In un’occasione, per la fretta di dover consegnare un manoscritto, si fa aiutare dalla moglie nella descrizione dei personaggi e degli ambienti. L’esperimento riesce talmente bene, che decidono di creare una vera e propria squadra, scrivendo *Roseanna* a quattro mani e consegnadolo all’editore spacciandolo come creazione di una amico anonimo. Dopo il primo libro, seguirono altri nove titoli della serie *Romanzo su un crimine*, fino alla morte di Per nel 1975.

*giuliaduepuntozero

Ha ragione Luiginter LA PIOGGIA GIALLA di J.Llamazares è un libro “bello e terribile” che provoca sofferenza,ma che non puoi non leggere per la bellezza della scrittura, che ti emoziona e ti fa pensare. Io,grazie anche alla brevità, affascinata dalla scrittura e coinvolta emotivamente, ho sentito il bisogno di rileggerlo anche una seconda volta.

E nel rileggerlo il mio pensiero andava continuamente ad un altro romanzo breve, per lo più poco conosciuto anche se giudicato “perfetto” da un autorevole Montale e apprezzato da Bertolucci, Pasolini e altri al punto di essere giudicato uno dei più bei racconti del 900 italiano e non solo: CASA D’ALTRI di SILVIO D’ARZO, uno scrittore reggiano morto nel 1952 a trentadue anni di leucemia. E così ho riletto con altrettanta emozione anche Casa d’altri, che, pur nella diversità, ha in comune con” la Pioggia gialla” parole chiave come SOLITUDINE, SILENZIO, MORTE. E poi lo stesso tipo di scrittura lirica, musicale, agile, immediata, scarna, essenziale.

Ed anche l’atmosfera di una terra di montagna,anche se i Pirenei non sono l’Appennino e anche se Montelice non è un paese del tutto abbandonato come Ainielle:

Sette case addossate..due strade, un cortile che chiamano piazza,uno stagno e un canale e montagna quanta ne vuoi. Che fanno qui a Montelice? vivono e basta e poi muoiono..qui non succede niente di niente…gli uomini al pascolo..le donne a far legna..in strada una vecchia o una capra o nemmeno quello..l’inverno dura mezzo anno. due mesi continui di pioggia, due tre mesi di neve-neve. non succede niente di niente solo che nevica e piove e la gente nelle stalle a guardare la pioggia e la neve come i muli e le capre.

C’ è un tempo della narrazione che è tre-quattro anni dopo la seconda guerra mondiale e c’è uno spazio al di là di quelle sette case, i cui colori si ripetono come un ritornello..un po’ come la pioggia gialla:

L’aria fuori viola e viola i sentieri e l’erbe dei pascoli e i calanchi e le creste dei monti…c’è quassù una certa ora. I calanchi si fanno color ruggine vecchia e poi viola, e poi blu..le capre si affacciano agli usci con degli occhi che sembrano i nostri. E non c’è sole nè luna nel cielo

E invece dell’assoluta solitudine di Andrés c’è la solitudine di Zelinda con la sua spietata, bestiale vita di stenti, non diversa da quella della capra che le sta sempre accanto giù al canale, dove in ogni stagione lava stracci e budella, ogni giorno fino a sera.

La storia è fatta di niente, eppure potrebbe essere “un giallo esistenziale”, “un giallo dell’anima”, perchè c’è un mistero da svelare nel rapporto che si stabilisce tra la donna e il vecchio parroco del paese, ridotto ad essere “un prete da sagre e nient’altro”

Zelinda in questa tragica vita di stenti cerca una via d’uscita dal mondo, vuole l’autorizzazione a morire come un gesto di carità ” se senza far dispetto a nessuno potesse avere il permesso di finire un po’ prima..anche uccidersi “ La tragedia del vivere, la consapevolezza dell’impossibilità del vivere e la fede, il sentimento religioso: uccidersi e non trasgredire.

Una vecchia con una terribile domanda e un prete con il suo silenzio ” da provare vergogna per tutte le parole del mondo”

La vecchia alla fine muore e non si sa come e anche per il vecchio prete è ormai ora di preparare le valigie”e senza chiasso partir verso casa.Credo di avere anche il biglietto”: la vita come esilio, in senso laico, il non senso del vivere, l’irreparabile alienazione, scoprire che non solo Zelinda vive in casa d’altri.

In un dattiloscritto del racconto, di cui esistono diverse redazioni, D’arzo ha aggiunto a penna:”il mondo non è casa tua; a te sembra di starci a dozzina” e in emiliano significa “starci in prestito”.

Anche D’Arzo, figlio illegittimo in tempi in cui era vergognoso esserlo, è un esule senza nome, ma con tanti pseudonimi( anche Silvio D0′Arzo !)in casa d’altri, senza una sua terra.

Forse la sua patria è quella letteratura angloamericana, di cui era raffinato ed esperto conoscitore, come dimostrano i suoi saggi.

Amava Stevenson, James, Conrad, Kipling, Hemingway e in loro cercava il senso del vivere.

CASA D’ALTRI sono solo cinquanta pagine che vale la pena di leggere, di condividere e, se volete, su cui confrontarci!

SILVIO D’ARZO CASA D’ALTRI e altri racconti Einaudi 2007

Oggi giornata di segnalazioni: su Panorama.it, Simona Santoni intervista Andrea De Carlo, dopo l’uscita di Durante, il suo ultimo romanzo.

Dal 30 aprile è in libreria il quindicesimo romanzo di Andrea De Carlo, Durante (edizioni Bompiani, 440 pagine). Un libro ambientato nelle colline marchigiane, nel Montefeltro, dove lo scrittore di origini milanesi ha scelto di vivere da anni. Nel “versante est della dorsale appenninica, dove il clima è molto più duro che dall’altro lato, con vento forte in ogni stagione, neve e freddo d’inverno, caldo d’estate, terreno argilloso che si trasforma in fango alla prima pioggia e diventa compatto come il cemento sotto il sole”, come scrive. Qui, nella piccola comunità sparsa sui colli, in case “appese su un lato o sull’altro di ogni crinale”, irrompe Durante, un uomo che ha superato la quarantina, alto e magro, capelli neri con qualche filo bianco, zigomi angolosi e occhi grigi. Un personaggio strano che sembra piovuto da Marte, senza concezione delle normali regole della società; pare ignorare “i codici per la comprensione e la descrizione del mondo che ognuno di noi impara fin da bambino”. Non sa mentire e vive di niente, scolvongendo le esistenze degli abitanti della zona.

Panorama.it incontra l’autore, per parlare del suo nuovo lavoro.

Per leggere l’intervista, continua qui.

 

Segnalo l’uscita di un nuovo mensile dedicato al mondo dei libri e della lettura, Che Libri, in edicola dal 20 aprile.

Nell’editoriale della direttrice Bea Marin si legge:

Volevamo degli strumenti per scegliere senza essere condizionati dal sapiente lavoro dei marketing editoriali, per non sentirci spaesati tutte le volte che entravamo in libreria, sopraffatti dalle pile di libri.  Una rivista sarebbe stata l’ideale e dato che non ne abbiamo trovate, abbiamo deciso di pubblicarla noi. Ecco perché Che libri. Il mensile per chi legge. Anche perché siamo un gruppo che lavora fra i libri da una vita e ne conosciamo i più nascosti meccanismi. Così è nato il mensile che avete fra le mani. Una rivista che è una guida e una proposta. Che parla di libri in modo diretto. Uno spazio di dialogo fra chi i libri li scrive e chi li legge, ma anche un luogo di “appartenenza”, dove ogni lettore è di casa.

Con queste premesse parte il primo numero, che ho trovato un po’ per caso nell’edicola di Camogli (in stazione Centrale nulla da fare), che offre diversi spunti: dal viaggio in India attraverso i suoi autori, a un’intervista a Cirri e Solibello, dalla riscoperta di John Fante, alla presentazione di Giacopini, autore di un libro su Bobby Fisher (con annessa bibliografia sugli scacchi).

Diverse le rubriche fisse, alcune molto carine: Cosa legge, intervista a uno scrittore con domande su cosa ha sul comodino, eccetera (in questo numero, Pierangelo Buttafuoco), Se ti è piaciuto, libri che ti possono piacere se ti è piaciuto il volume di partenza (il bel L’eleganza del riccio), La parola a, chiacchierata con Andrea Vitali, scrittore di lago. Oltre, ovviamente, a notizie dal mondo dei libri e recensioni a tutto spiano.

Insomma, si trovano interessanti spunti per chi ama la lettura.

*giuliaduepuntozero

Ancora una nota a proposito del lbro di Tzvetan Todorov, La letteratura in pericolo.
Todorov ci ricorda (pag. 69) che il filosofo Richard Rorty ha descritto il contributo della letteratura alla nostra comprensione del mondo in termini di guarigione dal nostro “egotismo”, inteso come illusione di autosufficienza, più che in termini di conoscenza (Richard Rorty, “Redemption from Egotism. James and Proust as spiritual exercises”).
I personaggi che incontriamo nei romanzi li scopriamo dall’interno, osserviamo ogni azione dal punto di vista del suo autore. E quanto più questi personaggi sono diversi da noi tanto più ci allargano l’orizzonte, arricchendo il nostro universo.
E’ un “allargamento interiore” che non si formula in affermazioni astratte ma rappresenta piuttosto “l’inclusione nella nostra coscienza di nuovi modi d’essere accanto a quelli consueti”.
Secondo Rorty questo tipo di apprendimento che ricaviamo dal romanzo non riguarda tanto il contenuto del nostro essere quanto il modo di percepire: non una nuova forma di sapere “ma una nuova capacità di comunicare con esseri diversi da noi”. Quindi, l’orizzonte ultimo di tale esperienza non è la verità, ma l’amore, forma suprema del rapporto umano, che si intravede ogni volta che il discorso narrativo descrive un universo umano particolare, differente da quello del soggetto che legge.

Pensare e sentire adottando il punto di vista degli altri, essere umani in carne e ossa o personaggi letterari, è il solo modo per tendere verso l’universalità.

Leggendo i romanzi e i racconti tendiamo dunque verso l’universalità; verso quelle “comunità più inclusive” che Rorty ha altrove descritto come percorso di progresso morale (”Progresso morale: verso comunità più inclusive”, in Verità e Progresso. Scritti filosofici, Feltrinelli).

Il numero 101 di Granta è il primo con l’impronta del nuovo direttore, Jason Cowley, che ha sostituito Ian Jack. D’ora in poi la rivista ospiterà anche poesia, brevi saggi sulla scrittura (generi rigorosamente esclusi in precedenza) e i numeri non dovranno essere necessariamente tematici.
Leggermente mutata la grafica. Granta ha anche rinnovato il sito web, che finalmente ha una sezione con contenuti esclusivi. In questi giorni, per esempio, una intervista a Junot Díaz, lo scrittore che con La Breve favolosa vita di Oscar Wao ha vinto il mese scorso il Premio Pulitzer.

Umano, troppo umano

Non sono qui per parlare di filosofia, ma per invitarvi alla SETTIMANA DELLA FOTOGRAFIA EUROPEA, che inizia domani 30 aprile 2008 a REGGIO EMILIA e che porta appunto questo titolo.

Mi sembra doveroso questo invito in un blog in cui ogni tanto si pubblicano foto così belle come l’ultima di Luiginter, poi magistralmente commentata da Theleeshore.

Il tema chiave di questa terza edizione di Fotografia europea è il controverso concetto di CORPO: Il corpo che è persona, carne, vita, eros, ma anche cadavere, oggetto, torturato e ucciso, di nuove malattie, straziato da nuove guerre e nuove armi, sezionato per favorire la ricerca scientifica, espressione di un rinnovato culto del fisico, strumento di piacere e di performance, oggi più che mai fornito di protesi e integrazioni.

“Tra tutte le visioni del corpo e della fotografia possibili-dice il curatore ELIO GRAZIOLI- è una fotografia, che attraverso la vista sollecita però anche gli altri sensi, in particolare il tatto”

Cinque sono gli autori europei di periodi e contesti diversi in grado di fornire le principali sfaccettature del corpo in oggetto: RAUL HASMANN, WOLS, PAOLO GIOLI, JORGE MOLDER e PIERRE ET GILLES.

Altri quattro fotografi europei presentano produzioni originali realizzate per l’occasione

L’obiettivo di Fotografia europea è fare della fotografia un momento di incontro, di festa per la città, che si riempie di immagini, colori e suoni, coinvolgendo cittadini, turisti, esercizi commerciali e privati in una miriade di iniziative.

Fino al 4 maggio, accanto alle numerose mostre temporanee aperte fino al 9 giugno , sono in programma un centinaio di eventi: lectio magistralis, conversazioni, seminari, workshop, readings, concerti e spettacoli di vario genere, tutti ad ingresso gratuito.

E’ previsto il contributo di filosofi e artisti come UMBERTO GALIMBERTI , OLIVIERO TOSCANI e ALBERTO ABRUZZESE

Per chi è interessato all’iniziativa il sito www.fotografiaeuropea.it presenta il programma completo della manifestazione

Belle storie

il titolo di questo post è BELLE STORIE!? SIGH!, GULP! C’è una parte positiva e una molto negativa, se non polemica.

Il tutto nasce da una riflessione del gruppo di lettura di Mantova Librar dove abbiamo letto “Un difetto impercettibile” (Rizzoli) di Nancy Houston.
Davvero un bel romanzo nel senso classico di bella storia, ben scritta, ben costruita, con una trama studiata, personaggi approfonditi e l’idea originale di raccontare una saga familiare non solo partendo dal presente e andando poi a ritroso, ma ritraendo i quattro protagonisti all’età di sei anni. Non vi dico di più perché merita di essere letto e scoperto.
Ci siamo un po’ stupiti del fatto che è un libro di cui non si è sentito quasi parlare ed è invece di grande valore. Qui finisce la parte positiva del post e inizia quella negativa.
Vi siete accorti che pur nella vastissima produzione editoriale italiana si pubblicano sempre meno belle storie in senso classico e spesso si fa anche fatica a scovarle?
Parlo di un romanzo leggibile a più livelli che può quindi accomunare il lettore più sicuro e quello più debole, con una struttura tradizionale e non sciatta e che ti racconti soprattutto una storia che ti rimane dentro. Non so se sono riuscita a spiegarmi.
Intanto vi consiglio altri libri del genere che per sostenere la campagna “Belle storie!?” dovete impegnarvi a leggere e diffondere.
Cominciate con Anita Rau Badami e le sue “Donne di Panjaur” (Marsilio) e proseguite con “Tre vite di Penelope Lively” (Guanda).
Poi tornate a quel capolavoro della Badami che è “Il passo dell’eroe“.
Cos’hanno in comune questi romanzi? Che intanto che li leggi ma anche dopo i protagonisti diventano la tua famiglia, ti preoccupi per loro, cerchi di capire come aiutarli, li pensi e li consideri veri. La lettura non ti provoca un’emozione e una partecipazione momentanea, le storie ti entrano proprio dentro. L’autore si mette in gioco e il lettore pure. Fiducioso e ben ripagato.

E le vostre “belle storie”?

Un paio di settimane fa ho finito Il cuore è un cacciatore solitario di Carson McCullers, appena ripubblicato da Einaudi.

È uno di quei libri che ti provocano una fitta dolorosa quando ti rendi conto che sei arrivato all’ultima pagina: la struttura narrativa a più voci, il linguaggio scabro, la capacità evocativa delle sue descrizioni, creano un microcosmo letterario perfetto, abitato da personaggi senza tempo, da cui è difficile staccarsi del tutto.

 Era il 1940 quando Carson, 23 anni, pubblicò questo romanzo: lo aveva scritto in uno dei tanti periodi di grave infermità che ha attraversato per tutta la vita.

La storia si svolge in quel profondo sud americano dove l’autrice era nata, un luogo segnato dalle contraddizioni sociali, da aspri conflitti razziali, dalla povertà che dominava il quotidiano e in cui la speranza faticava ad affiorare.

 Il filo della narrazione comincia a dipanarsi partendo da John Singer, un uomo mite che quasi non si accorge della desolazione che lo circonda. Di mestiere fa il cesellatore ed è sordomuto. La sua è una vita tranquilla che divide con un altro uomo, Spiros Antonapoulos, anch’egli sordomuto. Sembrano felici insieme e poche volte si accompagnano ad altre persone. Quando Antonapoulos comincia a manifestare i segni di un grave esaurimento nervoso e viene ricoverato in una clinica in un’altra cittadina, Singer decide di lasciare la casa in cui avevano vissuto per dieci anni e prende in affitto una stanza in un albergo modesto, di proprietà della famiglia Kelly.

Singer adora fare lunghe passeggiate per la città: riordina i propri pensieri, fa progetti. Seguendolo, pagina dopo pagina, si ha la sensazione di sentire l’odore della polvere delle strade riarse dal sole, tanto il linguaggio di Carson è vivo ed efficace.

Nonostante  il suo silenzio e le parole tracciate in aria con gesti abili ma troppo rapidi per essere compresi dagli altri, Singer diventa il fulcro della vita di quattro persone, diverse in tutto ma rese simili da una profonda solitudine e dal bisogno di essere ascoltate. E Singer sa ascoltare, legge le labbra, ha tempo per tutti: ascolta Mick Kelly (la figlia dodicenne dei proprietari dell’albergo in cui vive, ragazzina androgina che sogna di diventare una grande musicista), il dottor Copeland (un medico afroamericano che ha dedicato tutta la vita a infondere nella propria gente  un po’ di quell’orgoglio nero e di quegli ideali marxisti che guidano da sempre i suoi pensieri), Jack Blount (un giovane agitatore socialista sempre al verde e spesso ubriaco), Biff Brannon (il proprietario di un piccolo caffè che se ne sta dietro il bancone a studiare i clienti che popolano il suo locale).

Tra questi personaggi si stabilisce un insolito equilibrio: tutti, in qualche modo, si sentono compresi da Singer e ognuno ne fa il depositario delle proprie speranze e frustrazioni.
Singer però non sempre li capisce, la sua vita interiore è dominata dal pensiero di Antonapulos e quando viene a sapere che questi è morto in clinica, si uccide con un colpo di pistola.
Nessuno dei suoi quattro amici sa spiegarsi il suicidio: è subito evidente però che hanno perso ancora una volta la speranza di non essere soli e procedono indolenti, lungo un percorso che sembra già segnato.

La bravura di Carson, infatti, è tale da far vivere ogni personaggio in un proprio mondo interiore che genera, a sua volta, realtà così diverse da risultare incomunicabili.I suoi personaggi osservano il mondo restando ai margini, il loro punto di vista è dolorosamente distante dalla realtà e, in un certo senso, si nutrono della tragedia e dell’ambiguità della vita stessa di Carson: le sofferenze fisiche e psicologiche che viveva nel quotidiano erano molto più che uno spunto narrativo per una scrittrice dalla sensibilità così acuminata.

«Quando uno scrittore sceglie come protagonista un anormale, non si limita a mostrarci quel che siamo, ma quel che siamo stati e che potremmo diventare. Il suo profeta anormale è un’immagine di sé».
Flannery O’Connor, Nel territorio del diavolo, Minimum Fax, 2003.

 

Una storia di amore, questa dell’ultimo libro di Amélie Nothomb, *Né di Eva né di Adamo*, ed. Voland.
La storia d’amore per Rinri, ragazzo di Tokyo, un po’ originale un po’ sognatore (uno *scopanuvole*, l’avrebbe definito la mia nonna), a cui Amélie insegna il francese.
Storia vera, Amélie ha 20 anni e torna nell’amato paese in cui è nata e ha vissuto da piccola.
Nasce l’amore fra lei e Rinri, fatto di grandi pranzi, giri per Tokyo e sulle montagne giapponesi, discussioni e confronti.
Ma soprattutto è la storia di amore della Nothomb per il Giappone.
Più leggero e spensierato di tanti altri libri della scrittrice belga, strappa parecchie risate, tanta voglia di visitare il Giappone e di innamorarsi un po’.

*giuliaduepuntozero

Ieri era il Venticinque aprile, anche questa volta, come troppo spesso negli ultimi anni, ci hanno detto che è una festa di parte: e noi rispondiamo che è vero, è la festa della civiltà contro il fascismo. Tutto qui. Da che parte dovremmo stare se non dalla parte di Johnny?

Johnny retrocedeva, lentissimamente, intentamente, la faccia composta nell’amara tensione del colpo in corso, passo dietro passo di qualche metro fuori dell’attuale concentrato fuoco. La schiena gli si irrigidì, riconoscendola, contro la friabile terra della svolta, un paio di fascisti lo fissarono, ruotarono su lui le persone e le armi, ma Johnny lambì la curva out, in tempo a udire le pallottole configgersi sorde e viziose nel calcare gemebondo.
Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny I, capitolo 12

David Chase, ideatore della serie e capo della squadra degli sceneggiatori dei Soprano è stato premiato dalla Writers Guild of America West con il Paddy Chayefsky Laurel Award, forse il riconoscimento più ambito attribuibile a chi scrive per la tv.
In un’intervista a Reuters/Hollywood Reporter, Chase ha ricordato l’orgoglio di essere in compagnia, nell’elenco dei vincitori, di uno dei suoi idoli e modelli: Rod Serling, l’autore di Twilight Zone (Ai confini della realtà). Twilight Zone, dice Chase, “era semplicemente e direttamente legato al modo in cui pensiamo e ci comportiamo. Probabilmente ci ha resi una cultura paranoica, piena di teorie di cospirazione (lo ha detto ridendo). Ovviamente, insieme ad alcuni eventi storici”.
Chase ha 62 anni e la sua scrittura dei Soprano ha probabilmente portato la narrazione telelevisiva al livello del romanzo “popolare” di grande qualità. Non pare abbia intenzione di tornare a scrivere per la televisione. Non esclude invece la possibilità di portare i Soprano al cinema, anche se la ritiene un’ipotesi “improbabile”.

milano, cimiano, mm2, originally uploaded by luiginter.

Tzvetan Todorov, nel suo ultimo libro, La letteratura in pericolo (Garzanti), ricorda alcune cose assai importanti e preziose che però, viene da dire, i lettori appassionati sanno e conoscono bene, sono quasi ovvie.
Per esempio che fra la letteratura e la vita e il mondo, c’è una relazione costante e diretta.
Oppure che

la letteratura è pensiero e conoscenza del mondo psichico e sociale in cui viviamo. La realtà che la letteratura vuole conoscere è semplicemente (ma al tempo stesso, non vi è nulla di più complesso) l’esperienza umana.

Una lettrice o un lettore qualsiasi, interrogati, direbbero probabilmente proprio queste cose a proposito del rapporto fra letteratura e vita:

La letteratura ci aiuta a vivere: viviamo in un interscambio continuo fra le esperienza della vita e le esperienze della lettura.

Il problema, dice Todorov, è che la letteratura viene insegnata in un altro modo: soprattutto nelle università (T. ha in mente in particolare la Francia) si privilegia l’approccio tecnico tutto centrato sulle relazioni interne all’opera, in una presunta autosufficienza che la tiene lontana dal mondo.

Insomma, Todorov invita tutti a recuperare il tipo di lettura che i lettori comuni già fanno: basta ascoltare due lettori che parlano del libro che hanno letto, o entrare in una riunione di un gruppo di lettura: è evidente che personaggi, vicende, storie non stanno chiusi nelle pagine, ma si muovono in un interscambio continuo con l’esperienza di vita, la concezione della vita.

Todorov valuta così tanto questo interscambio fra la vita e la lettura che sottolinea quanto sia importante anche la lettura di quei libri che i critici e spesso anche i lettori più “evoluti” disprezzano: i libri popolari, “dai Tre Moschettieri a Harry Potter” (potremmo aggiungere anche Moccia, la letteratura gialla e rosa, o i gli albi a fumetti su cui molti di noi sono cresciuti):

Libri che permettono di costruirsi una prima immagine coerente del mondo che, possiamo esserne certi, le letture successive renderanno poco per volta più elaborata.

(su Todorov ci ritorno; nel prossimo post ;)

C’è un nuovo gruppo di lettura, si chiama PARLARDILIBRI ed è nato nella Biblioteca di Spilamberto, in Provincia di Modena.

Il 6 maggio avrà luogo il terzo incontro, nel quale parleremo del libro La morte della Pizia, di Friedrich Durrenmatt, dopo aver discusso (animatamente e proficuamente) il mese scorso de La figlia oscura, di Elena Ferrante.

Ad ogni incontro verrà proposto da un partecipante il libro per il mese successivo.

Chi fosse interessato a partecipare può scrivere a: terzi.lorena@cedoc.mo.it

…per un bel romanzo di formazione. In questo periodo di letargia personale e di piogge primaverili che non finiscono più questa narrazione mi ci voleva. Anche se un pò scolastica la quarta di copertina è veritiera (Universale Economica Feltrinelli) ma soprattutto non è la parte del libro scritta meglio.

La vita di due amici, ragazzini e poi ragazzi, a Vittula, cittadina primitiva del nordissimo della Svezia, negli anni 60′. Molto alcool, molta sauna, molta forza bruta, esibita nelle risse e nei rapporti familiari e narrata nella ridicola e inverosimile epica popolare. Alcune pagine di memorabile ripugnanza (i topi) e la musica rock, ascoltata, sognata, malsuonata. E le ragazze.

Qualcuno l’ha letto?

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