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La prima guerra mondiale, 100 anni. Altri libri

Aggiornamenti  9-6-14

Allora, aggiungo altri testi che nella versione originale del post avevo tralasciato

– Jaroslav Hasek, Il buon soldato Sc’vèik (ovviamente su questo torniamo, perché secondo me è il miglior libro sulla Grande Guerra).
– Józef Wittlin, Il sale della terra
La grande guerra in Galizia. Un piccolo uomo della provincia orientale dell’Impero asburgico scaraventato nelle braccia della burocrazia che prepara al macello una generazione.
– Max Hastings, Catastrofe 1914
I mesi iniziali della prima guerra mondiale
Lo storico britannico ci porta in una parte del conflitto spesso trascurata. Affascinante narrazione piena di testimonianze di soldati di ogni ordine e paese.
– Federico De Roberto, La paura e altri racconti della grande guerra
Quattro racconti – il primo dei quali è un vero gioiello – dell’autore de I Viceré, con storie di soldati italiani sul fronte della Prima guerra mondiale

Questo post è stato pubblicato la prima volta l’1 aprile 2014.
Questo che segue è il testo originale del post:

D’altra parte, non possiamo dimenticare che questo è l’anno del centenario della prima guerra mondiale. Dieci anni fa, quando raggiungemmo i 90 anni, già parlammo di libri, alcuni dei quali rispolveriamo adesso.
La Grande guerra fu un evento decisivo: la civiltà europea svoltò bruscamente, l’industria e la produzione di massa applicata alla guerra e alla produzione di morte inaugurò il secolo breve, completò il processo della violenza colonialista applicandolo al nemico vicino di casa e aprì la strada ai totalitarismi di sterminio totale.

Un evento immane – terribile e insieme ricco di fascinazione – che mi accompagna sin da quando, ragazzino, il nonno, un reduce di Caporetto e Vittorio Veneto, mi portava sul Piave e a Redipuglia. La Grande Guerra è insieme un esercizio e una riflessione su come l’Europa elabora le proprie memorie collettive: per questo non le si sfugge mai.

Prima di entrare nel merito di alcune letture e alcune riflessioni che mi accompagneranno in questi mesi anche sul blog, riprendo l’elenco di 14 libri da cui partire per avvicinare questo centenario. L’elenco, con qualche commento introduttivo per ciascun libro citato è stato pubblicato su un altro sito in febbraio 2014.

1) Luigi Albertini, Le origini della guerra del 1914 (Editrice Goriziana)

2) Margaret MacMillan, 1914: Come la luce si spense sul mondo di ieri (Rizzoli)

3) Cristopher Clark, I sonnambuli. Come l’Europa arrivò alla grande guerra (Laterza)

4) Barbara Tuchman, I cannoni d’agosto (Bompiani)

5) Paul Fussel, La prima guerra mondiale e la memoria moderna (Il Mulino)

6) Eric Leed, Terra di nessuno. Esperienza bellica e identità personale nella prima guerra mondiale (Il Mulino)

7) Martin Gilbert, La grande storia della prima guerra mondiale (Mondadori)

8) Antonio Gibelli, L’officina della guerra. La grande guerra e le trasformazioni del mondo mentale(Bollati Boringhieri)

9) Antonio Gibelli, La grande guerra degli italiani 1915-1918 (Rizzoli)

10) Mark Thompson, La guerra bianca (Il Saggiatore)

11) Peter Englund, La bellezza e l’orrore. La grande guerra narrata in diciannove destini (Einaudi)

12) Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale (Mondadori)

13) Carlo Emilio Gadda, Giornale di guerra e di prigionia (Garzanti)

14) Mark Holborn, Hilary Roberts, The Great War: A Photographic Narrative (Knopf)

Allungo questo elenco di base aggiungendo subito il libro di  Geoff Dyer, The Missing of the Somme, particolarmente adatto sia alla comprensione e nalisi della memoria di un evento di questa portata, sia, eventualmente, come guida per un viaggio sui luoghi della guerra sul fronte occidentale.

Per ora mi fermo, ma ci rileggiamo presto su questo tema, magari con un romanzo pubblicato da Pierre Lemaitre, Ci rivediamo Lassù (Mondadori).

 

43 pensieri riguardo “La prima guerra mondiale, 100 anni. Altri libri”

  1. Aggiungerei ( lo sto leggendo ancora) il libro di uno storico italiano: Emilio Gentile: “Due colpi di pistola,dieci milioni di morti, la fine di un mondo. Storia illustrata della Grande Guerra” (Laterza editore)
    FC

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  2. Di tante cose che vorrei condividere sulla memoria della Prima Guerra Mondiale, mi sovviene stasera solo un ricordo negativo di un museo di Gorizia: l’allestimento presentava la ricostruzione piuttosto realistica di una trincea, appena se ne varcava l’ingresso, l’impianto acustico iniziava a simulare bombardamenti assordanti e sibilanti passaggi di granate.

    È un modo di rappresentare la guerra che non ho apprezzato, e non solo perché non è di nessun aiuto didattico al visitatore, ma perché la trovo poco rispettosa di chi in quelle trincee ci è morto davvero.

    Il venditore di cartoline travestito da gladiatore davanti al Colosseo può strappare il sorriso: anche lui andava a morire, ma di quei fatti nessuno di noi ha più memoria personale o familiare; la morte di un soldato che moriva al fronte cento anni fa non può essere illustrata alla stessa maniera perché, della Grande Guerra, in molte famiglie la memoria è ancora viva: la spettacolarizzazione della morte appare – o perlomeno, è apparsa a me in quel frangente – del tutto inumana.

    Buonanotte.
    Mariangela

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  3. @Luigi Gavazzi,

    Luigi, premetto che i tuoi ricordi infantili sono sacri e meritano di essere ulteriormente propagati, a noi, ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli; non c’è storico che, di quelle tue visite a Redipuglia con il nonno, possa sminuire l’importanza psicologica ed emotiva.

    Io di Redipuglia ho visto solo delle foto e già dalle immagini mi è parsa magniloquente, retorica, poco adatta al raccoglimento.
    Ho letto inoltre che è uno dei sacrari voluti dallo Stato italiano in sostituzione di tutti quei cimiteri che erano sorti a ridosso dei campi di battaglia.

    (P. Dogliani, “Redipuglia”, in Mario Isnenghi, “Luoghi della memoria: simboli e miti dell’Italia unita”, Laterza, 1998)

    Questo è un altro elemento che non fa convergere le mie simpatie su questo sacrario: i morti bisognerebbe lasciarli stare in pace.
    Dallo stesso testo ho scoperto inoltre che, contrariamente che negli analoghi sacrari all’estero, a Redipuglia hanno trovato sepoltura anche militari che in guerra non sono morti, ma che, grazie ai galloni (guarda caso sono dei generali), si sono guadagnati un posto d’onore accanto a tante tombe anonime. Mi sembra una giustizia tutta terrena quella che riconosca una simile gerarchia anche tra morti!

    Ognuno di noi ha i suoi ricordi e anche dai viaggi trae le proprie impressioni; ricordo di avere visto lungo l’Isonzo, già in Slovenia, probabilmente dalla Transalpina, un cimiterino di tombe bianche, tutte uguali, tutte ugualmente esposte al sole. Non so se chi riposa lì abbia combattuto per Francesco Giuseppe o per Vittorio Emanuele, ma tutte quelle tombe erano meritevoli di uguale rispetto e pietà.

    Ho apprezzato maggiormente quel luogo solitario in mezzo al verde che non tanta retorica nazionalista.

    Ciao,
    Mariangela

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  4. Ciao @Mariangela,

    Sono completamente d’accordo con te sull’ambiguità di Redipuglia, “sacrario” grondante di retorica, non a caso uno dei massimi strumenti della propaganda fascista che, come è noto, si impadronì della memoria della Grande Guerra e di quella connessa e assai strumentale della cosiddetta “vittoria mutilata”.

    Non ho nessuna simpatia per i generali, la casa reale, gli eroi da retrovia e i poetastri d’assalto che stavano nelle retrovie e che contribuirono con un vero colpo di stato a portare l’Italia in guerra nel maggio del 1915.

    Provo solo disprezzo per Cadorna e gli alti comandi che condussero una guerra assurda – esattamente come i loro omologhi degli altri eserciti: una vera macelleria pagata da soldati e ufficiali sul campo in una ecatombe che ha spaccato in due la modernità.

    Del resto, tutto quello che ho scritto su questo blog e i libri che cito in questo post vanno tutti nella direzione che ho appena descritto: nessuna esaltazione della retorica militarista.
    Ho visitato cimiteri della Grande guerra su quasi tutti i fronti; la maggior parte sono come quelli che descrivi tu: quasi anonimi e silenziosi, nei quali il tono è quello del ricordo doloroso.

    Il nonno era Cavaliere di Vittorio Veneto e ne era orgoglioso. Per lui la guerra fu una sorta di “riscossa”, dopo il Piave, contro gli austro-tedeschi che li avevano sconfitti a Caporetto. Fu anche – ma questo non lo disse mai esplicitamente e io ero troppo piccolo per portarlo ad ammetterlo esplicitamente – una rivincita con Cadorna e i suoi. Infatti lui citava solo Diaz.

    In lui io sentivo lo spirito di grande sacrificio e sofferenza dei soldati e dei caporali e dei piccoli ufficiali che vissero anni nel fango o sulla neve.
    Certo per lui Redipuglia non era un monumento alla retorica e tanto meno era interessato o consapevole dell’uso che il fascismo aveva fatto di quel tipo di monumenti.

    Come dico in questo post, ho reinterpretato tutto quello che avevo appreso sulla Grande Guerra quando mi regalarono “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, il libro, scritto da un tedesco, che smontò con efficacia ogni possibile interpretazione retorica e patriottarda di quella carneficina.

    Fra i libri pubblicati negli ultimi anni, quello di Thompson, “La guerra bianca”, è un ottimo quadro di tutta la vicenda italiana in quella guerra, compreso il sacrificio degli uomini umili, che è quello che il nonno aveva negli occhi, anche quando guardava Redipuglia.

    ciao ciao

    E grazie per la partecipazione a questi pensieri

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  5. @Luigi Gavazzi. Luigi, ero sicura che il tuo post era da intendere in senso antimilitarista, ma temevo comunque di urtare i tuoi ricordi!

    Ciao
    Mariangela

    PS: Nel mio commento del 7 aprile ho tirato in ballo i venditori di cartoline vestiti da gladiatori; rileggendomi mi è sovvenuto che potrebbe non essere farina del mio sacco: potrei avere letto quella frase da qualche parte, ma non ne sono sicura.

    Forse l’aveva già scritta Magris e io non l’ho citato. Non volevo appropriarmi indebitamente del suo pensiero, probabilmente leggere significa anche questo: non solo ho dimenticato la fonte, perché non ricordo dove ho letto questa cosa, ma addirittura ho scordato di averla letta. Mi scuso con voi e, visto che, da intenditore, è sicuramente tra i visitatori di questo blog, anche con Magris.

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  6. @Luigi Gavazzi Dicevo che ognuno di noi ha i propri ricordi.
    Mia madre mi raccontava che suo padre, fante nella prima guerra mondiale, le aveva riferito del famoso bicchierino servito ai militi prima degli scontri più crudi; una sorta di bevanda adrenalinica che veniva loro ammannita perché affrontassero il nemico con esaltato vigore.

    Ho sempre conservato il racconto di mia madre come un’inconfutabile verità storica, ma, a scombinare le certezze, è subentrata qualche anno fa una lettura: non so più dove, ho letto che l’aneddoto del cicchetto propinato prima della battaglia affonda la sua origine più nella leggenda che nella realtà dei fatti. Smarrita, mi sono chiesta: può essere che la testimonianza del nonno altro non fosse che una rielaborazione successiva dei fatti? Che nonno Angiolino abbia inconsapevolmente contribuito a riportare un episodio appreso da altri spacciandolo per esperienza personale? Non avrò mai le risposte, ma è la riprova che memoria famigliare e realtà storica non sono entità coincidenti.

    Ho capito che leggiamo, anche, come atto d’amore verso chi non c’è più: cercare di capire come siano andate le cose è prova di rispetto nei loro confronti. In questo senso, l’esigenza di riconnettere i racconti ascoltati durante la lontana infanzia a eventi bellici appresi sui manuali è stato per me uno sprone emotivo molto forte alla lettura della saggistica di storia contemporanea.

    Tra i libri che mi hanno fatto capire molte cose sulla prima guerra mondiale e sul suo significato politico, mi piace ricordare un titolo non
    recentissimo:

    “Plotone di esecuzione: i processi della prima guerra mondiale” a cura di Enzo Forcella, Alberto Monticone, Laterza, 1998.

    Dati alla mano, gli autori dimostrano che la percentuale delle condanne –condanne che i tribunali di guerra italiani infliggevano a soldati italiani– era mediamente molto più alta che nelle forze armate degli altri paesi; la disciplina militare, severissima, si accaniva anche in mancanza di prove contro i sospettati di disfattismo e di antipatriottismo.

    Mi ha colpito, in particolare, apprendere che causa di molte condanne fu il reato postale: la diffusione di notizie tendenti a denigrare o a diffamare le operazioni di guerra poteva essere punita molto severamente. Le lettere dal fronte che ci vengono presentate in molte raccolte, come aveva già notato Gramsci, sono state in precedenza vagliate dalla censura e opportunamente purgate.

    Giusto per non lasciarmi sopraffare dall’amarezza, ti chiedo: ci pensi tu che fine avremmo fatto noi due a quei tempi? Con quello che scriviamo, una bella condanna per disfattismo non cela avrebbe tolta nessuno!

    Ciao,
    Mariangela

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  7. @Mariangela
    è vero, non leggevo questo Blog (blog? a me pare piuttosto una chattarola, ma si sa, tutto fa numero e brodo) da tempo. Ma da quando ci scrivi tu, io mi leggo tutto. Sei insopportabilmente simpatica

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  8. e cmq.
    leggo con molto interesse ed attenzione tutii i vostri post e commenti sulla Grande Guerra.
    Io sono molto più interessata ed attenta (e — con tutti i miei limiti, che sono tanti—-documentata) alla Seconda Guerra Mondiale (per millanta ragioni che non sarebbe nemmeno immaginabile elencare qui).

    Ma è per questo che (anche) vi seguo: perchè prima della Seconda, c’è stata la Prima.
    Non prendetela come la battutaccia che sembra: è vero: non si capisce l’inizio della Seconda se non si capisce a fondo la PrimaScusatemi se vi ho interrotto: ora mi metto solo in posizione di ascolto

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  9. Prima di rispondere @Mariangela sulla fine che avremmo fatto opponendoci alla prima guerra mondiale -avremmo manifestato il dissenso già alle “radiose” giornate di maggio vero? e avremmo disprezzato apertamente D’Annunzio, vero? – un caloroso “bentornata” @gabrilu, sempre salutare la sua ruvida carezza che non ci permette di assopirci con pensieri compiaciuti. Giustamente🙂

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  10. @gavazzi
    non sono affatto tornata.Sono un ectoplasma. Io non esisto.
    Tu consolati con i tuoi “abbiano 50.000 visitatori, non fatemi fare brutte figure”.
    (Che, se posso dirla tutta, m’era sembrata una caduta di stile che definirla un tonfo era proprio un eufemismo)

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  11. Mi permetto di aggiungere Colette, “Le ore lunghe”, Del Vecchio Editore 2013.
    Mentre i quotidiani nazionali d’Europa si coprono di cronache di guerra, la scrittrice più stravagante di Francia si concentra sui giardini, sulle donne, sui colori, sul mare, sulle gonne, sulla vita. Il risultato è un resoconto delle lunghe, lente ore della guerra raccontato da chi sa filtrare il senso dell’attesa e della fantasia. Le ore che un ferito impiega a guarire, in cui una donna partorisce il figlio del nemico, ma anche ore in cui la sua Bel–Gazou assale i polli in un’aia, o le signore provano vestiti. Ore coraggiose nella bellezza, perché “la gioia è dappertutto, inevitabile”, e in tempi così bui, coglierla è un atto rivoluzionario.

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  12. @Luigi Gavazzi @Tutti

    Luigi ti chiedo se sia un caso o voluto che sul tema della prima guerra mondiale tu non abbia citato nessun testo di Mario Isnenghi (può essere che sia citato in altri articoli del blog, in quel caso sono in errore io).

    Nonostante melo fossi riproposta, non ho mai letto nulla di suo sull’argomento, ma leggevo che è stato uno dei primi storici italiani a inquadrare questo luttuoso evento in un’ottica diversa: ha sottratto la Grande Guerra all’idea di quarta guerra di indipendenza per inquadrarla, a mio parere correttamente, nell’ambito delle guerre di conquista.

    Ciao,
    Mariangela

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  13. Sulla Grande Guerra ho trovato il catalogo di una mostra tenutasi nel 2006 a Udine:

    •“La Grande guerra nei giornali illustrati e nelle poesie di Giuseppe Ungaretti: collezione Isolabella”, a cura di Andrea Tomasetig, Provincia di Udine, Assessorato alla cultura, 2006.

    Il taglio multidisciplinare e l’assoluta assenza di scopi celebrativi sono le caratteristiche che in questo catalogo (purtroppo non ho visitato la mostra) mi hanno favorevolmente impressionata.

    La particolarità dell’esposizione constava nel fatto che i curatori, accanto ai disegni originari delle illustrazioni apparse durante il conflitto su giornali e riviste (volte a suscitare nei lettori il fervore patriottico), hanno esposto, a mo’ di contraltare antiretorico, trenta poesie, ingrandite, di Giuseppe Ungaretti (nel 2006 cadeva il novantesimo anniversario della prima edizione di Porto Sepolto).

    Per quanto riguarda le illustrazioni, dal libro si vede bene come tutte fossero improntate alla più scontata retorica bellica; l’unica eccezione è quella di Giuseppe Scalarini, l’illustratore dell’Avanti, che si espresse, in mezzo al profluvio di adesioni all’interventismo, contro la guerra e il militarismo.

    L’idea di esporre anche le liriche del grande poeta, che pur era stato interventista (“Erano bubbole”, scriverà più tardi Ungaretti, “ma ogni tanto gli uomini si illudono e si mettono in fila dietro le bubbole”), non risponde solo all’esigenza di far capire che Udine è stata capitale della Grande Guerra anche sotto il profilo culturale, ma rappresenta, anche, l’antidoto più esplicito ed efficace al militarismo e al nazionalismo espresso dalle immagini.

    Il catalogo ci racconta, inoltre, aneddoti, magari noti, ma importantissimi per la letteratura italiana: come è riuscito il fante Ungaretti del XIX Fanteria, impegnato in trincea, a far pervenire allo Stabilimento Tipografico di Udine le poesie che poi sarebbero state pubblicate, nel 1916, nella raccolta “Porto Sepolto”? Le scriveva sui margini dei giornali, su foglietti, su cartoline in franchigia, negli spazi bianchi delle lettere ricevute, le affidava al tenente Ettore Serra che, riposto il materiale nella bisaccia, le consegnava poi al piccolo editore udinese.

    In mostra non mancava una chicca: il foglio manoscritto autografo contenente la prima stesura della lirica “Militari”. Le poche e scarne parole di questa poesia, famosissima, ben possono assurgere ad emblema della fragilità e della precarietà umana e, al contempo, ricordarci l’inutilità della guerra

    “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”

    Ciao,
    Mariangela

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  14. Grazie @Mariangela, grazie della segnalazione.
    Ti rispondo – in ritardo – anche su Isnenghi. In verità il fatto che non sia nella lista è più che altro frutto della necessità di non allungare troppo la lista.
    Conto di occuparmi dei suoi libri l’anno prossimo, in occasione del centenario dell’entrata in guerra dell’Italia. Perché i suoi libri, come osservavi anche tu, sono soprattutto dedicati all’esperienza italiana nella Grande guerra, ai suoi effetti sulla società italiana e sulla memoria del paese.

    In passato ho letto il suo “Il mito della grande guerra” (Il Mulino) e “La tragedia necessaria. Da Caporetto all’otto settembre” (Il Mulino).
    Ho anche qui a casa “Passati remoti. 1914-1918. Due saggi sulla Grande Guerra”, due interventi ripubblicati quest’anno da Edizioni dell’Asino.

    Ciao ciao

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  15. @Tutti @Luigi Gavazzi

    È mio destino consolarmi con i cataloghi delle mostre che scopro di aver perso:

    • “Donne nella Grande Guerra”, Libreria Editrice Goriziana, 2012. (Pubblicazione realizzata a corredo della mostra tenuta a Gorizia, nel 2012)

    Sul ruolo delle donne nella prima guerra mondiale – argomento vastissimo e meritevole di ben altri approfondimenti – non mancano pubblicazioni uscite per la ricorrenza, ma questo catalogo, nella sua sobrietà, mi è piaciuto per come va subito al cuore del problema: smantella senza indugio tanti luoghi comuni che spesso hanno accompagnato l’apprendimento della storia patria.

    Faccio solo un esempio: avevo spesso sentito parlare delle portatrici carniche e l’aura di fervore patriottico che le circondava nelle celebrazioni ufficiali non mi aveva mai convinta appieno.

    Il catalogo, specificando che l’impiego di manodopera femminile ha interessato in modo intensivo tutta la linea del fronte, spiega che gli abitanti dei paesi di confine (Timau, Forni, Avoltri, Cleulis) erano stati evacuati subito dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia. Ritenuti austriacanti – si temeva la loro possibile collusione col nemico asburgico – questi cittadini italiani vennero costretti ad abbandonare le loro case e il loro bestiame, già nel maggio del 1915. Qualche mese più tardi lo Stato Maggiore ci ripensa, concede loro di ritornare a condizione che mettano a disposizione la loro forza lavoro a favore dell’esercito. Cooperare con le attività belliche, nel caso di queste donne rifornire le truppe ad alta quota, era quindi la condizione per evitare lo sfollamento coatto e poter rimanere a casa propria.

    Spiegare che le motivazioni delle portatrici carniche non sono state solo ed unicamente patriottiche, ma che in parte possono essere dipese dalla contingenza storica e che la loro collaborazione è stata anche dettata da bisogno, se non da coercizione, non toglie nulla al sacrificio e all’eroismo di queste donne, ma, semmai, ai miei occhi, lo accresce.

    In certi punti del catalogo i testi scritti da diversi autori sembrano un po’ slegati tra loro, ma i contenuti, a mio parere, sono validi.

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  16. @Tutti @Luigi Gavazzi
    Ho visto che il nome di Antonio Gibelli ricorre due volte nel tuo elenco di libri sulla prima guerra mondiale. In questo periodo ferragostano di suo sono riuscita a trovare solamente – ma forse non è un ripiego, le difficoltà possono condurre a scoperte felici – un’introduzione a un libro scritto da due studiosi francesi:

    • Stephane Audoin-Rouzeau, Annette Becker “La violenza, la crociata, il lutto: la Grande Guerra e la storia del Novecento”, Einaudi, 2002, introduzione di Antonio Gibelli.

    L’introduzione di Gibelli non si limita a riassumere i concetti messi a punto dallo studio di Becker e Audoin-Rouzeau; merita a mio parere di essere letta perché, nel proporre i contenuti del libro, lo storico li integra con gli esiti della ricerca della storiografia italiana (attestata su posizioni di avanguardia sull’argomento) e non omette di muovere agli autori qualche rilievo.

    Le precisazioni di Gibelli rispetto a quanto sostenuto dai due autori si incentrano soprattutto attorno ai seguenti punti:

    • La violenza che si scatenò durante il conflitto fu, sì, inaudita, ma non del tutto inedita: lo sterminio di massa era già stato praticato nelle guerre extraeuropee, era però stato rimosso perché vittima delle nuove armi di morte erano stati individui non bianchi e non europei.

    • Gibelli sostiene che le testimonianze dei combattenti sono una fonte importantissima che, soprattutto per quel che riguarda la Francia, aspetta ancora di essere studiata. Si riferisce a quelle testimonianze frammentarie, nascoste, a quelle meno sorvegliate rispetto alle lettere, come i quaderni, i diari, gli appunti sparsi. In questo senso prende le distanze dai suoi autori che, pur lamentando a ragione un inquinamento della memoria da parte della memorialistica ufficiale, quella che ha concorso a plasmare l’epopea della Grande Guerra, hanno a suo parere omesso di analizzare il materiale francese, pur disponibile, scritto di pugno dei combattenti.

    • Gibelli concorda con gli autori (in termini generali, ma non senza precisazioni) sulla necessità di superare l’immagine vittimistica che tende a vedere le masse europee unicamente come vittime innocenti e incolpevoli della propaganda, quasi questa fosse stata imposta dall’alto senza avere precisi riscontri negli umori degli individui. L’introduttore, dal canto suo, puntualizza che proprio l’analisi della documentazione autografa menzionata al precedente punto potrebbe meglio chiarire il rapporto delle popolazioni con il conflitto e meglio precisare la portata del rifiuto che, se pur non riuscì a contrastare efficacemente il consenso, ci fu e crebbe fin dai primi mesi della guerra sia tra i combattenti che tra i civili.
    La ricerca su detto materiale consentirebbe inoltre, secondo Gibelli, di rinvenire testimonianze non edulcorate sugli aspetti ritenuti indicibili della guerra: la bestialità dettata dall’istinto di sopravvivenza, il contatto con i cadaveri, la violenza sessuale.

    L’introduzione di Gibelli, da sola, vale il libro proprio perché, pur muovendo in certi punti aperte critiche allo studio dei due storici francesi, ne riconosce il valore e ne invoglia la lettura.

    Ciao,
    Mariangela

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  17. @Tutti @Luigi Gavazzi
    @Tutti @Luigi Gavazzi
    Quando nell’autunno del 1985 si è svolto a Rovereto il convegno “La Grande Guerra: esperienza, memoria, immagini“, il Museo Storico Italiano della Guerra ha colto l’occasione per mettere in mostra parte del proprio materiale iconografico: sono state esposte al pubblico le cartoline di guerra.

    Ho scovato il catalogo pubblicato in quell’occasione e mi permetto di segnalarlo perché l’ho trovato istruttivo e divertente:

    • Lamberto Pignotti, “Figure d’assalto. Le cartoline della Grande Guerra. Dalla collezione del Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto”, Rovereto, Museo Storico Italiano della Guerra, Editrice La Grafica, 1985.

    Nelle poche pagine introduttive, Pignotti accompagna il lettore nella sua visita “cartacea”, spiega l’uso che della cartolina ha fatto la propaganda di guerra di tutti i paesi (in mostra c’erano cartoline stampate in diverse nazioni belligeranti) e ne illustra l’iconografia ricorrente: ovunque aquile in picchiata, cavalli al galoppo, stemmi araldici, fronde di quercia e di alloro, ritratti di regnanti (abbrutiti o aureolati a seconda dello schieramento di appartenenza).

    Qui riporto solo un punto. Pignotti sta illustrando la rappresentazione dell’Italia come figura femminile, quella bella signora con le curve in rilievo e le rotondità debordanti da pepli e camicioni, che già dal 1861 è spesso incaricata di simboleggiare la neonata nazione. Per meglio rendere l’idea il curatore ricorre a una citazione di Donandei che ho trovato azzeccata:

    “È una donna alta, bene in carne, con una corona turrita sulla chioma. Ha poppe turgide e un volto che rivela l’estrazione popolana, quando non addirittura equivoca, delle modelle care ai pittori. Questa scelta non è casuale (…) soltanto con un’immagine di femmina così terrena, concreta, disponibile, si può sollecitare dedizione, promuovere slanci patriottici. Per l’Italia popputa, carnosa, invitante fra le pieghe del peplo quasi sempre dischiuso, si può anche morire” (Mario Donadei, “L’Italia delle cartoline: 1848-1919”, L’Arciere, 1977).

    Ciao,
    Mariangela

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  18. @Cristina @Tutti
    Cristina, sono quasi una passione i cataloghi delle mostre per me! Soprattutto quelli delle mostre storiche.
    Mi permetto di chiederti: tu non hai ricordi familiari sulla prima guerra mondiale?

    @Camilla, @Tutti
    Chiedo a te che sei di quelle parti, Trento sta organizzando qualche manifestazione in memoria della Grande Guerra? Potrei guardare su internet, ma preferirei avere notizie di prima mano da parte tua.

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  19. Sono stata quest’estate sulle Dolomiti di Sesto,di PassoMonte Croce ed e’ stato anche interessante proprio perche’ sono i luoghi delle Grande Guerra-es Cima Undici-.Stanno organizzando escursioni in tutta questa zona,proprio lungo la linea dei combattimenti , per ricordare_mi discosto un po’ dal tema letterario ,scusate!!

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  20. @ricordi familiari? non che io sappia,troppo lontani… E ognuno c’ha le sue passioni, io cataloghi – eventualmente – solo di mostre fotografiche….

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  21. @mariangela – da mesi siamo sommersi di manifestazioni sulla prima guerra mondiale e sicuramente sarà disponibile anche materiale cartaceo. ormai tutto si conclude in internet, dove c’è davvero di tutto. Se ho capito bene , forse ti piacerebbe avere qualche catalogo cartaceo e simili. In questo caso fammi sapere in tuo indirizzo e andrò a cercare nei musei e uffici connessi tutto quello che ti può interessare.Tutta l?italia, oltre ovviamente al Trentino, partecipò con i propri soldati alla tremenda guerra e c’è tantissima letteratura..Qui, nei nostri monti, ci sono ancora tracce molto forti di quella guerra si trovano ancora reperti vari. Sappimi dire con precisione come ti posso essere utile e lo farò ben volentieri. Baci Cam

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  22. @Camilla
    Camilla ti ringrazio per la tua disponibilità, ma la mia era una domanda un po’ generale, che rivolgevo a tutti voi, per capire quale fosse lo stato dell’arte, non voglio certo arrecarti tutto quel disturbo, soprattutto adesso. Tu sei la prima che mi è venuta in mente perché ci avevi scritto di essere di Trento. Mi hai già risposto: mi hai detto che le iniziative per questa ricorrenza storica, da quelle parti – a suo tempo pesantemente coinvolte nel conflitto – sono già iniziate e prolificano. Diciamo che questo tema storico, pur senza essere un’esperta, mi interessa, anche se, si sarà capito, mi impressiona più nei suoi aspetti sociali e culturali che non in quelli prettamente bellici.

    @MariaTeresa
    L’altro ieri ho trovato sullo scaffale degli omaggi della mia biblioteca una cartina stradale del Friuli Venezia Giulia, l’ho tirata su, pensando proprio a questo articolo (in geografia sono scarsina). Devo andare a cercarmi Passo Monte Croce.

    Il tuo commento e quello di Camilla mi hanno fatto venire in mente che esistono delle guide turistiche che illustrano ciò che delle trincee rimane e come sia state allestite per la visita. Ho deciso che, a breve, dovrò procurarmi qualcosa del genere.

    Ciao,
    Mariangela

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  23. @Tutti
    Uno dei pittori che amo di più è Franz Marc. Della necessità della guerra Marc era convinto assertore e credeva fermamente nelle sue proprietà palingenetiche.

    Marc amava gli animali, aveva due cani, possedeva molti gatti e fece il diavolo a quattro per poter tenere anche due cerbiatti. I suoi quadri, con le forme alla Cézanne, e i colori alla Gauguin, sono di una delicatezza indicibile e lasciano trapelare una sensibilità non comune.

    Sul rapporto tra arte e prima guerra mondiale ci sono fior di libri, ma c’è una cosa che nessun libro potrà mai spiegarmi: come ha potuto una persona così rimanere invischiata nell’illusione della guerra? Mi direte che l’elenco degli artisti sedotti dalla guerra è lungo un chilometro e che, quanto agli animali, anche Hitler amava il suo cane, e che non vuol dir niente. Il fatto è che non riesco a capacitarmi che sia stato interventista e che la sua delusione per la guerra sia rilevabile solo dal 1915 (ben un anno dopo la morte, al fronte, del suo amico Macke).

    Banalmente: se riesco ad associare la guerra ai futuristi, con quei quadri tutti improntati alla velocità, al movimento, allo scontro, con quell’odore (i quadri che ci impressionano sprigionano odori) sulfureo, luciferino, non riesco a immaginare il favore per il conflitto nell’autore di “Caprioli nel bosco”: sono andata a vederlo a Karlsruhe e ho sentito la quiete della foresta e annusato il profumo del sottobosco.

    É morto in guerra, a Verdun, nel 1916, colpito da una granata. Di suo conservo alcune fotografie, scattate alle sue opere nei musei tedeschi, e l’emozione, incancellabile, provocata dalla visione di un suo quadro, strepitoso, all’ultimo piano del Kunstmuseum di Balisea.

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  24. @Mariangela l’amore per la natura e gli animali caratterizza molte persone che ideologicamente poi sono guerrafondaie dentr, per non dire fasciste. Basta che tu veda l’attenzione alla natura che c’è in Alto Adige dove certo non predomina nè un voto di sinistra nè un forte movimento pacifista, nè una mansuetudine generalizzata documentabile.
    Così sono le cose, forse solo apparentemente contraddittorie. Anche i cacciatoi amano la natura e i boschi, a modo loro, ma poi sparano e uccidono e mangiano i cadaveri degli animali.
    Devi fartene una ragione siamo molteplici, contraddittori e complicati.
    Di questo Marc nulla so, ma la tua descizione mi ha commossa, ora andrò a vedere ( magari a Balisea… ihih)

    Segnalo un libro che ha appena acquisito la mia Biblio e di cui leggo la notizia che qui ricopio in parte:

    La Grande guerra : raccontarla cent’anni dopo per capire l’Europa di oggi a cura di Wlodek Goldkorn e Claudio Lindner ; presentazione di Bruno Manfellotto ; introduzione di Giovanni De Luna….”La Grande Guerra” racconta il conflitto del 1914-1918 provando insieme a disegnare scenari futuri attraverso le grandi firme de “l’Espresso” e i contributi di intellettuali come Massimo Cacciari, Emanuele Macaluso, il politologo Marc Lazar o lo storico Michael Stürmer. Chiudono il volume gli emozionanti “Diari dal fronte”, curati da Pier Vittorio Buffa. Il tutto è corredato da un ricchissimo apparato fotografico, bibliografico e cronologico

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  25. @Mariangela, Franz Marc… certo, si qualcosa conosco, ora ho visto un centiniaio di foto su Internet… alcuni li ho visti in mostre varie, altri strafamosi su foto etc. … si , belli, ma amore per gli animali, si forse, certo. per le loro forme e modi di accucciarsi certo… ,ecco, vuol dir poco, troppo poco rispetto al discorso che facevi.
    Comunque son gli uomini che bisogna saper amare, gli animali, è troppo facile (penso io)

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  26. @Cristina,
    lo so che è come dici tu, ma alle volte neppure studio e lettura riescono a farci digerire alcuni grumi irrisolti: non c’è niente da fare se guardo un quadro di Marc, non riesco a credere che nella guerra ci abbia creduto e che questa sua illusione l’abbia condotto alla morte.

    Anche sul volume consigliato da Felice Celato

    • Emilio Gentile, “Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo. Storia illustrata della Grande Guerra”, Laterza.

    ho trovato nomi di interventisti che non conoscevo, oggi ho scoperto quello di Thomas Mann (non lo sapevo fautore della guerra).

    @Felice Celato,
    Il libro mi è arrivato solo ora, in un momento in cui non posso dedicargli l’attenzione che meriterebbe, ma è valsa la pena anche solo dargli un’occhiata: è un bel saggio e le fotografie sono quanto mai eloquenti, la dicono lunga sul coinvolgimento dei civili, sull’abbrutimento, sulla vita di trincea. Secondo me è un bel libro.

    Ciao a tutti
    Mariangela

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  27. @TUTTI @MariaTeresa @Camilla @LuigiGavazzi
    Nell’attesa di poter vedere la guida ai luoghi di battaglia recentemente proposta dal Touring Club Italiano, mi sono rivolta a un libro uscito qualche anno fa, in tempi lontani dalla ricorrenza, edito da una casa editrice di confine, la Gaspari Editore di Udine:

    • Marco Mantini, “Da Tolmino a Caporetto lungo i percorsi della Grande Guerra tra Italia e Slovenia: tra Caporetto, Kolovrat e il Monte Nero per scoprire un museo all’aperto ricco di memorie”, Gaspari, Udine, 2006.

    L’autore propone diciotto escursioni ai luoghi dei combattimenti nell’area tra Caporetto e Tolmino, nelle aspre Alpi Giulie, dove le vette non sono altissime, in assoluto, ma dove il dislivello può raggiungere i duemila metri. Immagino che l’acqua dell’Isonzo, l’acqua color verde smeraldo, faccia sempre da sfondo a queste passeggiate.

    La guida è approntata in un’ottica transfrontaliera visto che alcuni percorsi iniziano in Italia e terminano in Slovenia. Per superare anche le barriere linguistiche, una delle appendici riporta una tavola di toponomastica comparata: su una colonna, l’attuale nome sloveno, sull’altra, le denominazioni usate ai tempi del conflitto ed entrate nella memoria collettiva: Caporetto è l’attuale Kobarid, il Monte Nero è Krn, l’Isonzo, l’Isonzo dove si moriva, in sloveno si chiama ora Soča.

    L’autore dimostra grande conoscenza dei luoghi e dei combattimenti che lì si nono svolti, ma io ho apprezzato questo manuale soprattutto per l’imparzialità con cui riferisce degli eventi bellici e per la sua impostazione europeistica.

    Ho letto (purtroppo non ricordo dove) che le trincee visitabili oggi sono state profondamente rimaneggiate rispetto a quelle percorse dai fanti cent’anni fa; la loro attuale ricostruzione rientra anch’essa nella politica della memoria, nell’uso pubblico della storia. È vero, ciò che vediamo è talvolta frutto di restauri e non è esattamente quello che c’era ai tempi: cosa rimane allora, quale il senso di una visita a questi posti? Per quel che mi riguarda, ho rimandato l’esigenza di approfondimento storico e ho trovato una prima risposta nella citazione di un grande montanaro con cui Marco Mantini ha deciso di aprire la sua guida:

    “Quando vado per le mie montagne, ripopolo queste trincee e questi camminamenti, queste postazioni d’artiglieria, di soldati nostri e loro; penso alle loro fatiche, alle sofferenze e alle speranze, ai tanti caduti …Vado come a un pellegrinaggio.“ (Mario Rigoni Stern)

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  28. @TUTTI
    Che l’età di un albero si potesse dedurre dai cerchi del fusto analizzato in sezione, è nozione scolastica nota e non dimenticata, ma che questa analisi potesse rivelarci, anche, i disturbi subiti dalla pianta nel periodo della prima guerra mondiale è una scoperta fuori dalla mia portata perché tendo a dividere in compartimenti stagni le informazioni storico letterarie da quelle scientifiche.

    Mi sento di segnalare il libro nel quale ho letto di questa acquisizione (frutto di un recente studio che, appunto, ha avuto ad oggetto lo stress subito dagli alberi in una foresta trentina durante la Grande Guerra) proprio perché mi ha aiutato a capire anche i danni ecologici del conflitto:

    • Marco Armiero, “Le montagne della patria. Natura e nazione nella storia d’Italia. Secoli XIX e XX”, Einaudi, 2013, (Cap. 3 “Montagne eroiche”, p.92/112).

    Il patrimonio forestale italiano fu particolarmente danneggiato dalla guerra perché all’Italia era venuta meno l’importazione di legname da quei territori che si trovavano nell’area dell’Impero asburgico. Gli ettari di bosco andati perduti a causa del conflitto ammontano a diverse decine di migliaia: il legno era rifornimento di guerra a tutti gli effetti, serviva per la costruzione delle trincee, dei baraccamenti, dei pali del telegrafo, in certi casi, anche dei ponti (viene riportato il caso dell’antico bosco di Fontana, un tempo terreno di caccia dei Gonzaga, saccheggiato per costruire i ponti sul Piave) . Ai danni direttamente causati dalle operazioni belliche, si aggiungevano quelli indiretti: il legname danneggiato e non sgombrato era spesso causa di infestazioni di insetti xilofagi che, a loro volta, rendevano necessario l’abbattimento di altri alberi.

    È provato che il legname proveniente da determinate aree di guerra, come quello delle foreste della Somme e della Lorena, significativamente denominate “bois mitraillés”, ha presentato a lungo un tasso di ferro e di residui bellici molto alto. In altre zone, si è dovuto per molto tempo passare il legname al metal detector prima di inviarlo in segheria per evitare incidenti di lavorazione causati da residui bellici rimasti inglobati nelle piante.

    Nella prima parte del capitolo l’autore afferma che la montagna è stata danneggiata tanto dai colpi di artiglieria, dagli incendi e dal disboscamento quanto dalle parole; fa riferimento alla politica culturale, cominciata già durante il conflitto e accentuata poi dal regime, che ha voluto presentare le Alpi e i suoi abitanti in chiave eroica e nazionalistica. Anche questo aspetto è trattato in modo spedito ed efficace come, del resto, tutti gli altri argomenti presentati nei rimanenti capitoli del libro. Se cercate l’interdisciplinarità, questo libro fa per voi.

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  29. @Tutti @Luigi Gavazzi
    Da una brevissima ricerca “on line” apprendo delle seguenti iniziative legate alla ricorrenza del centenario dello scoppio della Grande Guerra:

    • Il Piccolo di Trieste annuncia che da settembre sarà possibile visitare le trincee del Carso a bordo di carrozze d’epoca; il cocchiere, in divisa originale, illustrerà ai visitatori i camminamenti e le vie di collegamento; sembra che la coreografia si avvarrà di apposite “scenette” confezionate per arricchire le spiegazioni storiche. (Il Piccolo, 18 Agosto, 2014).

    • Economia Veronese informa che in occasione della presentazione del restauro delle trincee di Malga Pidocchio, in quel di Erbezzo, in provincia di Verona, saranno presenti figuranti nelle divise militari originali e che, inoltre, sarà anche possibile gustare un rancio tale quale quello distribuito cent’anni fa, in quel luogo, durante i combattimenti (Economia Veronese, 29 agosto 2014).

    • La Stampa assicura che in Alta Badia al turista non verrà fatto mancare proprio nulla, nell’ambito dell’iniziativa “In vetta con gusto” avrà tutto a disposizione, dalla mountain bike, per avvicinarsi ai luoghi dei combattimenti dopo essere stato portato ad alta quota dagli impianti di risalita, alla buona cucina; gli chef della valle, prendendo spunto dalle cucina del periodo bellico, si dedicheranno a particolari reinterpretazioni culinarie destinate ad essere poi ammannite agli ospiti in gavette militari (La Stampa).

    Giusto per capire se sono io troppo difficile, vi chiedo: voi come vedete queste iniziative?

    Ciao,
    Mariangela

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  30. @Luigi Gavazzi@Tutti
    Sono andata a prendere uno dei due libri di Antonio Gibelli da te elencato tra gli irrinunciabili:

    • Antonio Gibelli, “La Grande Guerra degli italiani 1915-1918”, BUR, 2014.

    Devo ringraziarti per l’indicazione perché è un libro interessantissimo e accattivante tanto che, se la prima intuizione è quella giusta e solitamente lo è, meriterebbe una menzione nell’articolo dedicato ai libri più belli letti nel 2014: la narrazione è accessibile a tutti, il testo è chiaro e scorrevole, la lettura piacevole, i contenuti di sostanza. Potrebbe ben essere scelto ad oggetto di discussione di un GdL.

    Ho scorso l’indice, ho trovato un argomento di cui avevo solo vagamente sentito parlare (non scandalizzi la disorganicità dell’approccio, ognuno comincia un libro da dove vuole) e ho deciso di iniziare da quel triste capitolo: la violenza sulle donne friulane e venete durante l’occupazione austro tedesca dopo la rotta di Caporetto.

    Gibelli spiega che durante la prima guerra mondiale il primato temporale della violenza sessuale spetta ai tedeschi che, già negli ultimi mesi del 1914, avevano brutalizzato le donne belghe e francesi nei territori occupati. È però delitto che diversi eserciti di occupazione perpetrarono: i serbi denunciarono per stupri gli austriaci, gli austriaci accusarono i russi per i fatti avvenuti in Galizia, i tedeschi i russi per le violenze nella Prussia Orientale, questi ultimi, a loro volta, denunciarono inglesi e francesi.

    Il capitolo è da leggere perché riporta le relazioni della Regia Commissione d’inchiesta che indagò sulle violenze nell’immediato dopoguerra, nel 1919, e perché illustra il dibattito che già durante il conflitto scaturì dalle vicende belga e francese sia nel mondo politico sia in quello medico scientifico.

    Dalle testimonianze rese alla Commissione, emerge tutta la brutalità delle violenze sessuali commesse nelle zone del Regno occupate dopo Caporetto: i casi furono numerosissimi; le violenze erano commesse in gruppo e spesso ripetute; bambine, anziane e inferme non venivano risparmiate; allo stupro spesso si aggiungevano torture e atti di sadismo gratuito anche a danno dei famigliari.

    Le reazioni della propaganda e del mondo scientifico ai fatti del 1914 sconfinarono in certi casi dall’eugenetica per lambire l’istigazione all’infanticidio: alla domanda se le donne avessero il diritto di disfarsi del frutto del concepimento, qualcuno rispose che non era un diritto da riconoscere alle donne quali individui che erano state oggetto di violenze, ma un dovere da imporre alla collettività: era necessario evitare che il nemico tedesco germanizzasse i paesi che voleva annettere inquinandone le popolazioni.

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  31. @Luigi Gavazzi@Tutti
    Una correzione e una brevissima ma doverosa aggiunta al mio commento di ieri sugli stupri durante la Grande Guerra: innanzitutto, a denunciare francesi ed inglesi per il reato di violenza sessuale furono i tedeschi e non, come ho scritto nel mio commento, i russi. Ho poi trovato nella bibliografia un commento di Gibelli che sottolinea l’incredibile assenza di studi su questo dolorosissimo capitolo della guerra in Italia: nessuno si è occupato della violenza sulle donne, neppure quegli storici che hanno trattato dell’occupazione austro tedesca delle regioni italiane.

    Pur ricordando che “La Grande Guerra degli italiani” è del 1998 (la recentissima nuova edizione BUR ripropone il testo di allora), non si può non prendere nota con sconcerto di questa lacuna: come scrive lo stesso Gibelli, gli atti della Regia Commissione d’inchiesta del 1919 c’erano e i volumi IV e VI erano lì a testimoniare delle denunce delle vittime. Quand’anche la lacuna sia stata colmata nel frattempo dalla storiografia (non ne ho idea), rimane il fatto che un silenzio così protratto su un tale argomento è scandaloso. Si può ben dire: violentate due volte, dagli occupanti e dalla dimenticanza.

    Ciao,
    Mariangela

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  32. Apprendo da
    http://www.cinetecadelfriuli.org/cdf/home/spazio_Gaberscek/Mariute.html
    che la vicenda delle violenze sessuali dopo Caporetto è stata oggetto di ricerche relativamente recenti da parte di alcuni storici, tra i cui nomi, significativamente, ritrovo anche quello di Gibelli.

    Il link, tra le altre cose, parla anche di un film del 1918, “Mariute”, nel quale la “diva” Bertini interpreta sia se stessa, sia la parte di una contadina violentata da un gruppo di soldati invasori.

    Per i particolari rimando all’articolo, da parte mia solo una considerazione: anche per la prima guerra mondiale, pur con i pesanti limiti derivanti dagli scopi propagandistici, è la filmografia a ricordare le violenze subite dalle donne; il paradosso si ripeterà dopo il secondo conflitto mondiale, è stata la “Ciociara”, e non la storiografia, a raccontarci per prima l’orrore degli stupri subiti da migliaia di donne lungo la linea Gustav; gli storici affronteranno l’argomento solo qualche decennio più tardi, e non solo a causa del pudore e la reticenza delle vittime.

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  33. @Luigi Gavazzi@Tutti
    Visto che Antonio Gibelli si è oramai conquistato un posto nel mio personalissimo olimpo degli storici, ho voluto vedere anche l’altro suo testo da te consigliato nella bibliografia essenziale sulla Grande Guerra:

    • Antonio Gibelli, “L’officina della guerra. La Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale”, Bollati Boringhieri, 1991.

    Gibelli ha dedicato una vita allo studio delle scritture della gente comune. In Italia fu tra i primi a sostenere che alle vicende della grande storia era necessario riconnettere le esperienze dei singoli, e che questo tipo di analisi storica non poteva prescindere dallo studio delle scritture popolari. È questo l’approccio alla Grande Guerra che troviamo nel libro.

    Senza tentare di dare conto dell’ampiezza dell’opera, mi sento di dire che il vero protagonista del libro è il soldato comune, alle cui scritture (diari, appunti, corrispondenza) l’autore dedica molta attenzione. La scrittura è attività che doveva costare molta fatica ai fanti di allora, vista la poca dimestichezza da parte dei più con libri e lettura. Come si spiega, allora, la volontà di fissare per iscritto i pensieri e le reazioni a quegli accadimenti? La scrittura, scrive Gibelli, non è da inquadrarsi solo come testimonianza dei fatti e come consapevolezza dell’eccezionalità dell’evento vissuto sulla propria pelle, la scrittura è soprattutto tentativo di affermare la propria individualità, di uscire dalla massa spersonalizzata cui la guerra moderna confinava il soldato: lo scrivere come atto di eversione e di diserzione, come fuga dalle atrocità, come presa di distanza dalla guerra stessa. “La cultura scritta”, aggiunge l’autore citando Furet e Ozouf, “è riservata e personale, è un silenzio nel quale l’individuo scava autonomamente un libero spazio privato.”

    Un semplice elenco dei più importanti temi proposti dall’autore dà l’idea del portato demitizzante del libro e della sua forza di rottura con la storiografia precedente: diserzioni, autolesionismo, malattie psichiatriche sono fenomeni studiati partendo dall’analisi di materiale fino ad allora ritenuto poco canonico, come, per esempio, le cartelle psichiatriche di alcuni ricoverati.

    Ecco, per come la penso io, la celebrazione di questo centenario dovrebbe muoversi nel solco di questa storiografia: cercare di capire come siano andate veramente le cose per chi c’era, rifuggendo tanto l’epopea e il mito, da un lato, quanto manichini, teatranti e rievocazioni kitsch, dall’altro.

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  34. @Tutti @Luigi Gavazzi
    Ma, secondo voi, la storia si può effettivamente studiare partendo dall’individuo? Possono veramente le lettere, i diari, gli appunti, le scritture della gente comune, e perché no, le fonti orali, al di là del coinvolgimento emotivo che sicuramente provocano, fungere da ponte tra essere umano e grande storia e aiutare lo storico a risalire alla visione d’insieme? Se questo materiale possa venire considerato fonte per la storia è materia di dibattito anche in storiografia ed è, tra le altre cose, l’oggetto di uno studio di Fabio Caffarena sulle scritture popolari e la Grande Guerra:

    • Fabio Caffarena, “Lettere dalla grande guerra. Scritture del quotidiano, monumenti della memoria, fonti per la storia. Il caso italiano”, Unicopli, 2005, presentazione di Antonio Gibelli.

    È opinione dell’autore che lo studioso di storia contemporanea debba occuparsi dell’individuo, della sua soggettività, delle sue emozioni e che, per farlo, debba addentrarsi in quel territorio minato che sono, appunto, le scritture popolari autobiografiche, lì troverà, se saprà usare tutta la cautela e le precauzioni del caso, le interazioni tra le biografie degli uomini comuni e il quadro storico generale.

    Il nome del curatore della presentazione (Gibelli Superstar!) potrebbe insospettire e indurre a pensare che ho cercato la risposta al mio quesito là dove sapevo di trovare quella che, a priori, avevo già fatta mia: può essere, rientra nel gusto della lettura cercare conferme alle proprie opinioni, ma è giusto evidenziare che l’autore non manca di porsi in modo dialettico rispetto alla sua tesi: Caffarena espone in modo puntuale anche le teorie di quegli storici che non sono fautori della storia “dal basso” e che non concordano con lui. Tra i tanti (la bibliografia di questo libro è veramente una miniera per chi voglia approfondire lo studio culturale della Grande Guerra), Caffarena cita anche quegli autori che temono che questo metodo d’analisi possa favorire l’ipertrofia della memoria, memoria che rischierebbe di celebrare se stessa e supplire alla storiografia, creando confusione e malintesi. Sempre secondo questa scuola di pensiero ricordata dall’autore, la sopravalutazione delle scritture autobiografiche rispetto alle fonti archivistiche favorirebbe un eccesso di soggettività, una sorta di ego-storia che non produrrebbe una riflessione storica seria e ponderata.

    Visto che il lettore ha sempre il diritto di dire la sua, anche quando non è esperto in materia, io mi esprimo a favore delle conclusioni dell’autore: Caffarena scrive che, per quello che riguarda la Grande Guerra, si può decisamente scongiurare che un eccesso di memoria abbia influenzato la storiografia o la memoria collettiva; la prima ha studiato, per decenni, soprattutto gli aspetti politici diplomatici e militari del conflitto, la seconda, la memoria collettiva entrata nell’identità nazionale, è, semmai, ancora inquinata dal mito nel quale si affastellano nomi di luoghi e di battaglie, divenuti nel corso di questi cent’anni epici, ma non per questo più studiati o meglio conosciuti dagli italiani.

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  35. @Tutti @LuigiGavazzi
    Anche prima di leggere i resoconti degli storici, avevo facilmente immaginato che i patimenti delle donne italiane stuprate dopo la rotta di Caporetto fossero stati relegati in secondo piano nel dibattito culturale dell’immediato dopoguerra. Visti i presupposti culturali dell’epoca, era da escludere che le violenze subite dalle donne potessero venire inquadrate come delitti di genere e che il danno fisico e psicologico da loro subito potesse ricevere adeguata considerazione: nella mentalità del tempo, come spiegano gli esperti, lo stupro di guerra assumeva rilevanza in quanto perturbatore dell’ordine familiare e perché lesivo dell’integrità della nazione.

    Quello che invece non conoscevo, e che non ero riuscita ad immaginare neppure tenendo conto della mentalità del tempo, è il trattamento riservato alle donne stuprate dagli invasori e ai bambini nati a seguito delle violenze negli anni che seguirono la conclusione del conflitto. La lettura di un articolo di Andrea Falconer ([PDF]Gli “orfani dei vivi”. – Università Ca) ha colmato la lacuna informativa e il deficit di immaginazione.

    Senza togliervi il piacere di leggere l’articolo (piacere storico, perché, nonostante le premesse, io l’ho trovato piuttosto straziante), dico solo che mi hanno molto colpita la violenza e lo scherno di cui furono oggetto “i figli della colpa”, i figli nati dai concepimenti forzati, spesso soprannominati “tedeschini” (poteva accadere che fossero le autorità statali a chiederne il ricovero per sottrarli ai maltrattamenti cui erano sottoposti in famiglia) e la pressione esercitata sulle madri perché abbandonassero talvolta anche contro la loro volontà le loro creature.

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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  36. @Tutti @Luigi Gavazzi
    Quest’anno non si celebra solamente il centenario dello scoppio della Grande Guerra, ma ricorre anche il novantesimo anniversario di un altro evento che ha segnato la storia del nostro paese: l’omicidio di Giacomo Matteotti.

    Di Matteotti avevo solo nozioni scolastiche, ma mi sono imbattuta in un testo che mi permetto di segnalare perché l’ho trovato veramente esaustivo e ben scritto:

    • Gianpaolo Romanato, “Un italiano diverso Giacomo Matteotti”, Longanesi, 2011.

    Il libro è tutto molto interessante e documentato, viene fuori non solo la statura morale e politica di Matteotti, ma ne emergono anche i sentimenti e le passioni non politiche (era lettore incallito e amava molto gli sport). Mi ha colpito in modo particolare il carteggio con la moglie nel quale l’autore ha saputo scovare anche le fragilità e i momenti di scavo introspettivo. La costante di questo scambio di lettere durato molti anni: lei lo invitava alla prudenza e lui – senza di fatto spostarsi di un millimetro dalle sue posizioni, anzi perseverando nelle sua lucida intransigenza – la tranquillizzava.

    Il libro spiega con dovizia di particolari il rapporto di Matteotti con la Grande Guerra e le conseguenze che essa ebbe sulla sua vita: la Grande Guerra fu l’evento che segnò una svolta nella sua esistenza, la sua militanza anti interventista concorse fortemente al suo isolamento politico e umano: era già considerato traditore dagli agrari veneti, in quanto socialista, veniva ora bollato come traditore della patria, in quanto contrario alla guerra.

    Si batté contro l’intervento scrivendone su diversi giornali (scriveva argomentando in modo chiaro e terso perché intendeva rivolgersi a un pubblico che non aveva dimestichezza con la lettura), ma utilizzò soprattutto la sua carica di consigliere comunale di Rovigo per esprimere la sua avversione all’intervento. Gli costò l’arresto e quasi tre anni di confino nella lontana Sicilia.

    Non si può non citare l’articolo, ricordato da tutti i biografi, apparso su “La Lotta” il 21 maggio 2015. L’articolo non tento neppure di riassumerlo perché farei torto a uno che ha visto lontano e che, tre giorni prima dell’entrata in guerra dell’Italia, della Grande Guerra, seppe intuire la tragedia umana e drammatiche conseguenze politiche.

    Ciao a tutti,
    Mariangela

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