Liseuse de Roman (Lettrice di romanzo), di Vincent Van Gogh (1888)

Il buon lettore: una definizione

Insomma siamo buoni lettori oppure no? Il post di Luigi Gavazzi su come far diventare più forte un gruppo di lettura mi ha messo sull’attenti. Soprattutto dopo la lettura del punto 1. Certo, c’è una bella differenza tra essere dei “lettori solo individuali” e essere dei “lettori che appartengono anche a un gruppo di lettura”. Lo capisco. Già essere dei buoni lettori individuali tuttavia non è semplice. Ma esiste un modello, un profilo del “buon lettore”?

Se esiste, allora io non sono sicura di farne parte. A volte compio l’errore dell’immedesimazione, a volte riesco a essere spettatrice esterna. A volte mi siedo accanto all’autore e mi faccio accompagnare tra le pagine. A volte lo guardo arrabbiata o infastidita. A volte traggo conclusioni adeguate al mio vissuto, a volte sorrido o chiudo il libro con una chiave di lettura nuova rivolta alla vita e non a un fatto. Di quello che leggo a volte resta molto, a volte poco. Però una cosa cerco di farla sempre. Un patto con lo scrittore: guidami tu dove vuoi.

Ma questo basta (a patto di riuscire a mantenerlo)? Mi faccio dunque aiutare. Il buon lettore, suggerisce Vladimir Nabokov,

…non s’identifica con il ragazzo o la ragazza del libro, ma con il cervello che quel libro ha pensato e composto.

Dunque, il lettore buono sposa il mondo creato dallo scrittore, ci si immerge, se ne appropria. Al punto da dimenticarsi della struttura generale tanto si è inserito nel dettaglio. Continua infatti Nabokov:

…Al lettore ammirevole non interessano le idee generali ma la visione particolare. Gli piace il romanzo… perché assorbe e capisce ogni particolare del testo, gode di ciò che l’autore voleva fosse goduto, sorride interiormente e dappertutto, si lascia eccitare dalle magiche immagini del grande falsario, del fantasioso falsario, del prestigiatore, dell’artista. In realtà, di tutti i personaggi creati da un grande artista, i più belli sono i suoi lettori.

lettorePerfetto,  oltre a sposare il mondo dello scrittore, il buon lettore compie un lavoro di elaborazione del dettaglio in cui entrano molte variabili individuali. In questo viene in aiuto Alberto Manguel quando tra le tante definizioni di “lettore ideale” in Al tavolo del cappellaio matto, riporta:

È capace di sminuzzare un testo, di levargli la pelle, di tagliarlo fino al midollo, di seguire ogni arteria e ogni vena, e poi di mettere in piedi un nuovo essere vivente. (…) Il lettore ideale sovverte il testo.

(Ma ho trovato proprio qui molte delle descrizioni del #LETTORE IDEALE)

Ma dunque, la domanda resta: chi è il buon lettore? Tutti possono esserlo, mi viene da dire. Del resto Umberto Eco del “lettore-modello” ha fatto una figura ampia della semiotica indicandolo non come colui che fa l’unica/giusta congettura, ma come colui che è in grado di interpretare a fondo il testo, ne rispetta le regole del gioco che crea ed è desideroso di giocare a questo gioco.

Dunque, fermo restando che ogni lettura è legittima, alla base dell’essere un buon lettore o meno ci sarebbe il rispetto delle regole del gioco. Sempre che lo scrittore ce le riveli. Vi convince? Io devo ancora pensarci un po’ su…

5 pensieri riguardo “Il buon lettore: una definizione”

  1. blackswan, dunque sei un uomo. Ora ci sono finalmente. Parli di te sempre e solo al maschile. avevo dei dubbi.
    ah no acci c’è anche un femminile. caso strano, il tuo…. ai miei occhi

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  2. Forse il buon lettore dovrebbe essere come il buon /la buona amante : nel nome del piacere, non necessariamente della passione, che talvolta ottunde . La soddisfazione di due : lo scrittore e il lettore. Il come soddisfare sè e l’altro è moltiplicapile all’infinito. il buon lettore deve essere soddisfatto assieme allo scrittore, non è detto contemporaneamente ma nella stessa misura. . Idiozia?? può essere.Ma ognuno dice la sua personale esperienza.

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  3. @Penka Ilcheva
    Penka, hai per caso preso spunto da Saramago? È lui che in “Viaggio in Portogallo”, con frasi profonde che meriterebbero l’immortalità della lapide, sprona il suo viaggiatore a ritornare:

    “bisogna vedere quel che non si è visto, (…). Bisogna tornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.” (José Saramago, “Viaggio in Portogallo”).

    E ancora, incitandolo a fare di testa sua:

    “Faccia il proprio viaggio secondo un proprio progetto, presti il minimo ascolto alla facilità degli itinerari comodi e frequentati, accetti di sbagliare strada e di tornare indietro, o, al contrario, perseveri, fino ad inventare inusuali vie d’uscita verso il mondo. E, se sarà sollecitato dalla propria sensibilità, registri a sua volta quello che ha visto e sentito dire, Insomma, prendo questo libro come esempio, mai come modello.”
    (José Saramago, “Viaggio in Portogallo”)

    Di cosa sta parlando Saramago? Di viaggi, di letture o della vita?

    Ciao,

    Mariangela

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