Gadda: Giornale di guerra e di prigionia. Grande guerra ideologica di uno scrittore

L’amore astratto e acritico per il conflitto incrocia il talento della scrittura in un concentrato delle contraddizioni che segneranno i lavori futuri dell’autore

Carlo Emilio Gadda
Carlo Emilio Gadda

Un incrocio appassionante fra letteratura e storia al gruppo di lettura di Cologno Monzese, il 20 marzo.
Carlo Emilio Gadda con il suo diario della prima guerra mondiale: Giornale di guerra e di prigionia.
Un libro che non è stato concepito come libro. Diari quotidiani con annotazioni di ogni tipo, presi su quaderni ordinati e precisi ma senza organizzazione, successiva, in forma narrativa.

LA DISTORSIONE PROSPETTICA
Per leggere questo Giornale di guerra e di prigionia (Garzanti), del ventiquattrenne Carlo Emilio Gadda, va prima di tutto accettata la distorsione prospettica cui ci costringe.

Duplice distorsione.

La prima è quella, appunto, dell’essere un diario che registra in modo parziale e ravvicinato, come si è già notato in un altro post nei giorni scorsi.

L’AMORE IDEOLOGICO PER LA GUERRA
La seconda distorsione prospettica è interna al pensiero e all’azione di Gadda: il sottotenente, arruolato volontario nel 1915, era un interventista convinto.
Ed era del tipo di interventista ideologico, quello che andava addirittura oltre il nazionalismo; interventismo fatto di un astratto amore per la guerra, un po’ ingenuo, certo irresponsabile: tipico di buona parte della borghesia intellettuale italiana di quegli anni, affascinata dall’affabulazione futurista, ma anche dal nazionalismo più duro, dalle suggestioni irredentiste: che tanto fece per contribuire alla sciagurata partecipazione al conflitto, che sarebbe costata mezzo milione di morti al paese, oltre a tutto il resto.

[…]la guerra, che ancora e sempre e non per ostinazione polemica e non per indifferenza di «imboscato» io credo necessaria e santa,
scrive il 5 giugno del 1916

Il 5 ottobre del 1917, venti giorni prima di Caporetto, Gadda vede con terrore la possibilità che la guerra finisca:

la fine della guerra, che si dice prossima, mi fa grigie queste ore, con il pensiero che la parte eroica della mia vita è ultimata.

Se teniamo conto di tutto questo – e quindi non ci aspettiamo né un libro di storia, né un romanzo-memoriale equilibrato, per esempio come quello di Emilio Lussu, allora possiamo davvero scoprire nel Giornale molto della guerra, molto dell’esperienza soggettiva dei soldati e anche molto dell’ancora acerbo ma già evidente talento dello scrittore milanese.

I DETTAGLI
La scrittura di Gadda in questo diario è grande nei dettagli che ci mostra, ci rende visibili, davanti a noi; nelle osservazioni, nella parzialità, nella descrizione dell’umore frustrato dall’assenza dei combattimenti nella prima parte e di una sorta di risentimento complessivo nei confronti dei soldati, dei superiori, della fureria, dell’equipaggiamento.

È anche grondante di ostilità e pregiudizio di classe e in questo è, come nell’adesione ideologica alla guerra, davvero un documento sulla mentalità di un ceto sociale, di un clima culturale.

In alcuni passaggi, quelli direttamente dettati da questa ideologia, si legge nel Giornale tutto lo stesso odio e disprezzo per i pacifisti, per chi teme la guerra, per chi la giudica inutile, che si è espresso nella campagna culturale e propagandistica del movimento interventista prima e, nel dopoguerra, in quello fascista.

CAPORETTO E LA PRIGIONIA
La scrittura poi esplode dopo Caporetto e con la prigionia. E qui il diario affronta la sua prova “migliore”, pur mantenendo le sue caratteristiche, di parzialità quasi irritante, di idealizzazione della guerra, di odio nei confronti degli altri soldati, colpevoli di non crederci quanto lui.

Per esempio nell’addossare alla pigrizia, all’imperizia, alla mancanza di disciplina del soldato italiano le colpe per la rotta sull’Isonzo. Senza, pur con alcune ambiguità, risparmiare nemmeno gli alti comandi. In ciò differenziandosi dall’interpretazione interessata fatta a posteriori da Cadorna.

In questo passo, annotato con data 31 luglio 1918, scritto in prigionia, c’è tutto questo Gadda:

[…] mi cresce l’odio livido, immoderato, senza fine in eterno, contro i cani assassini che hanno consegnato al nemico tanta parte del patria, tanti dei loro, tanti anni della nostra vita: contro quei cani porci con cui mi fu d’uopo litigare in treno, negli orrendi giorni del primo novembre, affinché non cantassero, mentre i tedeschi invadevano il Veneto, che essi avevan loro messo nelle mani. Cani, vili, che mi hanno lacerato e insultato, possono morir tisici, di fame:sarebbe poco. ne conosco alcuni: se li vedessi morire riderei di gioia. Li odio ben più dei tedeschi; vorrei essere un dittatore per mandarli al patibolo.

L’ANTINOMIA GADDIANA
Ma vale qui la pena sottolineare che dentro questo Gadda del Giornale di guerra si annida anche una grande antinomia fra l’idealizzazione della guerra e l’acuta percezione della sofferenza, della morte, della distruzione. Sono entrambe presenti nelle pagine, ma è come se le sofferenze e la morte non fossero diretta conseguenza della scelta di combattere quella guerra assurda.

Oggi piove schifosamente: un’acqua fottuta, un’umidità boja, una melma al controcazzo
(31 agosto 1916).

LA MORTE DEL FRATELLO ENRICO
Contraddizione che raggiunge il massimo al momento di presentare al lettore il grande dolore della morte del fratello, Enrico.

Una ferita morale irrimediabile, che accompagnerà Carlo Emilio per il resto della vita ma che non mette in discussione la “sua” guerra idealizzata. Il grumo di dolore di Gadda è il frutto della perdita del fratello e della consapevolezza della mancata partecipazione propria a combattimenti “eroici”; mancanza causata dal disastro di Caporetto.

Non è la guerra assurda e inutile a avergli tolto il fratello. Non c’è mai questa analisi esplicita nelle pagine del Diario di Gadda. La guerra è comunque giusta e bella, necessaria.

Questa contraddizione in Gadda, fra la guerra idealizzata e il dolore e la sofferenza, riconosciute, certo, ma non attribuite alla guerra, in una negazione del rapporto fra la causa e l’effetto, ci appare sorprendente. E diventa, secondo alcuni studiosi gaddiani, una costante di tutto il suo lavoro futuro.

Scrive Christophe Mileschi in “La guerra è cozzo di energie spirituali”. Estetica e estetizzazione della guerra” sul The Edinburgh Journal of Gadda Studies:

Tuttavia una tale associazione, come costantemente fa il Giornale – da un lato gloria, bellezza, civiltà, arte, progresso, giustizia e giustezza della causa, eroismo; dall’altro quella precisa guerra e i suoi massacri anonimi, gli stermini a distanza, gli ordini stupidi e micidiali, le morti massicce e vane, le agonie e ferite atroci, il ridurre l’uomo al livello di materiale bellico – impone e costa mostruose antinomie.

L’elemento originario, l’intima dinamica della scrittura del Gadda futuro sono anche qui, in questo ossimoro che, dalla prima all’ultima pagina, continua a edificare e a fissare il Giornale: il suo primo libro, tutto sommato. L’aver preso come primo tema estetico e pietra miliare di ogni gloria e bellezza ciò che poi sarebbe stato quel carnaio; l’aver approntato le armi del bello scrivere per (e con) un oggetto talmente orrendo, senza curarsi, almeno per tutta la durata del conflitto, della sofferenza degli uomini: ecco un controsenso che Gadda poi dovrà a lungo rimasticare nell’opera, non potendosene liberare attraverso un esplicito e lucido ritorno autocritico.

Un saggio, questo di Mileschi, che vale la pena leggere proprio per collocare il Giornale di Gadda in tutta la sua opera, oltre che nel contesto culturale nel quale è sorto.

Ringrazio @mariangela e @antonellacostanzo per i loro commenti a un post precedente su Gadda: mi hanno aiutato a chiarire il nostro rapporto di lettori contemporanei con il Gadda della Grande guerra.

Un pensiero riguardo “Gadda: Giornale di guerra e di prigionia. Grande guerra ideologica di uno scrittore”

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